La Commissione ha giudicato a rischio di non rispetto delle regole fiscali le leggi di bilancio di 6 Paesi, tra cui l’Italia. Il giudizio finale è rimandato a dopo il referendum, o alla primavera……
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Lo scenario post-elettorale americano è carico di incertezza. La svolta reflazionistica è molto probabile, ma mancano dettagli su dimensione e tempi dell’espansione fiscale. Inoltre, resta incerto il peso della componente protezionistica del programma Trump. Cautela!
La Commissione Europea ha giudicato “a rischio di non rispetto” delle regole fiscali europee, in quanto comportanti una “deviazione significativa dall’aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine”, le leggi di bilancio di 6 paesi: Italia, Belgio, Cipro, Lituania, Slovenia e Finlandia (Moscovici ha sottolineato che per Italia e Cipro la deviazione “è più ampia” rispetto a quella degli altri 4 Paesi). In particolare, per Italia e Belgio, che sono nel braccio preventivo del Patto di stabilità e per i quali si ravvisa un mancato rispetto della regola sul debito, la Commissione diffonderà un rapporto sul debito nel giro di un paio di mesi (dunque dopo il referendum italiano). Riguardo all’Eurozona, la Commissione scrive che “è opportuno un orientamento fiscale moderatamente espansivo […] alla luce della lenta ripresa e dei rischi per l’ambiente macroeconomico”, ma aggiunge che “è una responsabilità collettiva degli Stati Membri”. Per il momento, la Commissione non rileva significativi cambiamenti nella struttura del prelievo fiscale, né un aumento degli investimenti pubblici in percentuale del PIL.
Nel caso dell’Italia, i rilievi della Commissione erano attesi e pressoché inevitabili, in quanto il nostro Paese non rispetterebbe la regola sul debito né nel 2016 né nel 2017 (il gap rispetto al livello di debito necessario a soddisfare la regola è significativo, pari a circa il 7% nel biennio), ed è a rischio di significativa deviazione dalle regole su deficit strutturale e spesa nel 2017. In particolare, la deviazione rispetto all’aggiustamento richiesto sull’anno è di ben 1,1% visto che il deficit strutturale nel 2017 peggiorerà di mezzo punto di PIL secondo le stime della Commissione, anziché migliorare di 0,6%, o più, come richiesto. La deviazione scende a 0,8% sull’anno laddove si tenga conto delle “clausole addizionali” ovvero delle spese per migranti e terremoto, che per la Commissione valgono complessivamente tre decimi di PIL (0,15% e 0,18% rispettivamente), ovvero un decimo in meno di quanto stimato dal Governo. Considerando la media sui due anni e le clausole, la deviazione rispetto alle regole scende a 0,5%, ma resta significativa. Inoltre, in teoria potrebbe essere rimessa in discussione anche parte della flessibilità concessa sul 2016, visto che essa era legata a una ripresa nel processo di aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine a partire dall’anno successivo, che invece non risulta soddisfatta nella Legge di Bilancio per il 2017, e che la spesa per investimenti cofinanziati nel 2016 potrebbe essere inferiore allo 0,25% di flessibilità motivata dalla relativa clausola, il che renderebbe lo scostamento ancora più ampio. Il prossimo appuntamento è quello delle riunioni Eurogruppo e Ecofin del 5-6 dicembre. Il giudizio finale verso l’Italia potrebbe dipendere anche dall’esito del referendum; è possibile che si eviti per il momento una bocciatura tout-court della Legge di Bilancio e che il giudizio finale, con richieste di lievi correzioni ex post, possa arrivare nella prossima primavera. Non si può a priori escludere che venga richiesta una correzione in tempi più ravvicinati – fermo restando che il Governo italiano potrebbe decidere di correre il rischio di rientrare nella procedura contro i disavanzi eccessivi.
La reazione dei mercati all’esito elettorale americano è stata violenta e ha scontato in pochi giorni gli effetti macroeconomici della probabile svolta reflazionistica di Washington nei prossimi anni: rialzo di inflazione e crescita generato da tagli di imposte e aumenti di spesa, con incrementi di deficit e debito. Questi sono, effettivamente, trend probabili nei prossimi anni, con l’allineamento repubblicano di potere esecutivo e legislativo.
Tuttavia, dopo l’euforia iniziale, sarà necessario scontare fattori meno univoci.
1) L’incertezza sulla politica economica è aumentata con l’elezione di un presidente senza precedenti politici.
2) La cooperazione necessaria fra Trump e il Congresso renderà più sfumato il piano fiscale, la cui attuazione non sarà comunque immediata: la riforma tributaria e l’aumento della spesa nella migliore delle ipotesi, avranno effetti dal secondo semestre 2017 in poi, nell’ordine di qualche decimo.
3) La vena protezionistica del programma Trump, se attuata anche solo in parte, avrebbe effetti “stagflazionistici”. Una pausa di riflessione è indispensabile.
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