Nel DEF 2016, il Governo italiano ha ancora una volta scelto di rimandare la correzione fiscale, il che è positivo ai fini del rafforzamento di una ripresa ciclica che resta modesta, tuttavia potrebbe aprire un acceso dibattito con la UE……
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Nel DEF, il Governo ha, come atteso, rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL rispetto allo scenario programmatico precedente, all’1,2% per il 2016 e all’1,4% per il 2017 (dall’1,6% precedente). Le nuove stime sono in linea con le nostre previsioni ufficiali, risalenti a circa un anno fa, sulle quali peraltro vediamo ora rischi verso il basso. Il target sul deficit è in sostanza confermato per quest’anno (al 2,3% dal 2,4% risultante dalla versione finale della Legge di Stabilità), mentre è rivisto a 1,8% (dall’1,1% precedente) per l’anno prossimo. Visto che (come prevedevamo) rispetto allo scenario precedente si sono materializzati risparmi sulla spesa per interessi (pari a tre decimi di PIL all’anno), i nuovi target implicano un allentamento sul saldo primario pari a un punto di PIL sul 2017 (al 2% dal 3% precedente).
Il confronto tra quadro tendenziale e programmatico mostra che il Governo ha in animo nuove misure discrezionali espansive con effetti sul deficit pari a 0,4% nel 2017, 0,6% nel 2018 e 0,3% nel 2019. Il punto più delicato è ancora una volta la previsione sul saldo strutturale, che, dopo il significativo allentamento del 2016 (pari a -0,7%), è visto correggere di appena un decimo nel 2017 (a -1,1%, da -1,2% del 2016 e da -0,6% del 2015) e di tre decimi nel 2018 (a -0,8%), rispetto a un aggiustamento “teorico” richiesto dalle regole UE di mezzo punto all’anno. Nemmeno nel 2019 si arriverebbe al pareggio di bilancio in termini strutturali (-0,2%). Da notare che c’è una differenza rilevante tra le stime della Commissione e quelle del Governo sul deficit strutturale tendenziale: 1,7% contro 1,3% nel 2016, 1,4% contro 0,8% nel 2017.
Il debito è confermato in calo da quest’anno ma in misura assai lieve (al 132,4% dal 132,7% del 2015). I target sul debito sono stati rivisti al rialzo di circa un punto sia per il 2016 che per il 2017. Il livello richiesto dalla regola europea sul debito sarebbe pari a 123,6% nel 2017, contro il 130,9% proposto dal Governo. Anche nell’ultimo anno di previsione (2019) il debito resterebbe sopra il 120% del PIL (123,8%). Ciò pur con una conferma del target (ambizioso, a nostro avviso) sui proventi da privatizzazioni, a mezzo punto di PIL all’anno nel triennio 201618. In altri termini, il calo del debito quest’anno, giudicato importante in particolare ai fini di un miglioramento del rating sovrano dell’Italia, appare troppo modesto per essere al riparo da rischi. In base alle analisi di sensitività alla crescita contenute nello stesso DEF, potrebbe bastare una crescita più bassa di 2-3 decimi (scenario cui attribuiamo una probabilità non bassa) per vedere un aumento anziché un calo del debito pubblico nel 2016.
Il quadro tendenziale appare credibile: se anche dopo la revisione restano dei rischi al ribasso sulle stime di crescita, essi sono compensati da ulteriori margini dalla spesa per interessi. Li stimiamo prudentemente dell’ordine di altri tre decimi di PIL l’anno nel triennio 2016-18 (3 mld quest’anno e 6-7 l’anno nel prossimo biennio) ma, sulla base delle nostre previsioni sulla curva dei tassi, potrebbero essere ancora maggiori (5 mld ovvero lo 0,3% del PIL quest’anno e 12-15 mld ovvero lo 0,7-0,9% del PIL nel 2017-18). In altri termini, il sospetto è che la spesa per interessi sia utilizzata ancora una volta, come accaduto nei documenti ufficiali di finanza pubblica degli ultimi anni, come buffer in grado di assorbire eventuali “sforamenti” da altre voci del bilancio, dato che almeno negli ultimi anni l’avanzo primario ex post è risultato significativamente inferiore agli obiettivi iniziali a causa o di sorprese al ribasso sulla crescita del PIL o di un’efficacia non piena delle misure di copertura proposte.
Allo stesso tempo, il nuovo scenario programmatico non rispetterà le regole europee su aggiustamento strutturale e debito, se non verranno concessi nuovi ampi margini di flessibilità (più che motivata a nostro avviso, ma in teoria non prevista dalle regole europee per due anni consecutivi, sino a che non venga raggiunto l’Obiettivo di Medio Termine).
Inoltre, anche nel caso in cui tale flessibilità venga concessa, occorreranno significativi tagli di spesa per finanziare la copertura delle clausole di salvaguardia (per 15 miliardi sul 2017) e dei tagli fiscali promessi. Il DEF conferma tali obiettivi parlando genericamente di misure di revisione della spesa (incluse le tax expenditures ) e di aumento della compliance fiscale. Il sentiero per la politica fiscale si fa sempre più stretto.
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