Tuttavia, il movimento ci ha riportato soltanto ai livelli che hanno caratterizzato gran parte del 2016. Inoltre, cali dovuti a fattori di offerta sono meno pericolosi per l’economia mondiale….
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La variazione assoluta (circa 11 dollari) non è impressionante, ma da fine 2016 le quotazioni petrolifere sono calate del 20,4%. Il controllo della produzione deciso dall’OPEC l’anno scorso e ribadito il 25 maggio appare inefficace a fronte dei segnali di crescita della produzione americana e del livello sostenuto delle scorte.
Potrebbe questa svolta mettere a rischio il processo di ripresa dei paesi emergenti più legati all’export di commodity ?
A complicare il quadro, il peggioramento della situazione di mercato avviene in un contesto di aumento dei tassi di interesse sul dollaro, sebbene limitato al tratto breve della curva e non accompagnato da un significativo rafforzamento del dollaro. Tuttavia, il calo degli ultimi mesi ha meramente riportato le quotazioni sui livelli prevalenti fra aprile e novembre 2016, che rappresenta forse la situazione normale più della effimera fase di prezzi sopra quota 50 che è durata sì e no tre mesi. Inoltre, per ora la flessione dei prezzi dipende più da un eccesso di offerta che da una carenza di domanda, fattore che rende tipicamente più benigno l’effetto macroeconomico netto. Comunque, l’arretramento delle quotazioni petrolifere è destinato a rallentare di nuovo il processo di normalizzazione dell’inflazione e delle aspettative sulla crescita dei prezzi. Inoltre, potrebbe favorire una certa ricomposizione della crescita di nuovo a vantaggio della domanda finale interna, almeno nei paesi avanzati.
Secondo alcuni, Brexit avrebbe dovuto distruggere l’Unione Europea e l’euro. Per ora, ha distrutto soltanto la maggioranza del governo conservatore britannico. L’Unione Europea impone il sequenziamento dei negoziati e, intanto, si prepara a lanciare un progetto di difesa comune.
L’avvio dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha avuto luogo in un contesto alquanto sfavorevole per i britannici. Il governo May è stato indebolito dall’esito delle elezioni anticipate, che hanno obbligato i conservatori a un accordo di coalizione. È stato nettamente smentito, dunque, chi un anno fa paventava il rischio di un effetto domino in Europa: Brexit ha sconvolto il panorama politico britannico, non quello continentale. La posizione negoziale del governo inglese appare ancora incerta, perché forse gli obiettivi ragionevolmente conseguibili rischiano di essere molto deludenti per i fautori dell’uscita. Il governo May corre anche il rischio concreto che alcuni effetti negativi (come il trasferimento di agenzie europee e di segmenti di attività finanziaria, oltre che l’inflazione causata dal deprezzamento della sterlina) siano visibili ben prima degli ipotetici benefici, e ben prima della conclusione dei negoziati. L’Unione Europea, nonostante le difficoltà che incontra nel rapporto con alcuni Stati dell’Europa centro-orientale, ha una piattaforma negoziale piuttosto chiara; inoltre, la necessità che gli accordi siano ratificati da tutti i 27 Stati membri e il maggior peso relativo del mercato unico creano una notevole asimmetria nel potere negoziale delle parti. Un’altra conseguenza interessante del referendum inglese è emersa questa settimana con il lancio da parte del consiglio europeo di un progetto di cooperazione strutturale nel campo della difesa militare, che sarà definito nei prossimi tre mesi. La partecipazione sarà aperta a tutti gli Stati membri disponibili e il meccanismo non richiederà per essere avviato l’unanimità del Consiglio. Si comincia perciò a realizzare qualcosa del programma delineato dai vertici dell’Unione Europea dopo il referendum inglese. Ci vorrà ancora tempo, invece, per capire se si riuscirà a conseguire qualche progresso anche sul fronte del rafforzamento dell’unione monetaria.
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