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Il Punto: Nuova escalation della guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina

Nuova escalation della guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina. Tuttavia, si tratta ancora più di una guerra di dichiarazioni che di dazi: i prossimi mesi saranno cruciali per capire che cosa gli Stati Uniti vogliono davvero ottenere dalla Cina………

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Le conseguenze dirette non sono ancora un problema, visto che le misure non sono ancora effettive. Tuttavia, ci saranno fin da subito conseguenze indirette sull’agricoltura americana (scelte sulle semine) e più in generale sugli investimenti delle imprese manifatturiere. D’altra parte, l’offensiva americana sulle politiche commerciale non è il problema più grave che l’ordine economico mondiale deve fronteggiare. Forse è soltanto la risposta confusa a problemi più profondi del modello di sviluppo dell’economia mondiale. Minacce più gravi sono lo sviluppo di industrie con costi marginali pressoché nulli, l’elusione fiscale delle multinazionali, le implicazioni della globalizzazione sulla distribuzione del reddito e la maggiore difficoltà ad affrontare il problema delle risorse comuni.

Mercato del lavoro USA: occupazione volatile, ma sempre solida, salari in moderato rialzo.

– La guerra degli Stati Uniti sui dazi ha registrato nuovi importanti sviluppi questa settimana. Dopo la scaramuccia su acciaio e alluminio, in parte svuotata dall’esclusione di diversi paesi dall’applicazione delle misure di salvaguardia, l’attenzione si è spostata sul commercio bilaterale cino-americano. Gli Stati Uniti hanno annunciato dazi del 25% su 1333 prodotti importati dalla Cina, per un controvalore sull’import 2017 che il Peterson Institute for International Economics stima in 46,2 miliardi di dollari. I beni colpiti rientrano soprattutto nella categoria dei prodotti meccanici ed elettrici (34,2 mld). La Cina ha immediatamente risposto con dazi su importazioni dagli Stati Uniti per un controvalore di 49,8 miliardi di dollari, che prendono di mira i prodotti agricoli (inclusa la soia), ma soprattutto i mezzi di trasporto (inclusi aerei e imbarcazioni).

– Né i dazi americani, né quelli cinesi sono immediatamente operativi. Gli Stati Uniti hanno previsto un periodo di raccolta di feedback interni fino al 22 maggio, seguito da un ulteriore periodo di osservazione di 180 giorni. Si aprirà perciò nei prossimi mesi una fase negoziale fra le parti che potrebbe forse condurre a un netto ridimensionamento delle misure. La scelta dei prodotti oggetto della rappresaglia è stata, come al solito, fatta in modo da esporre la controparte alla pressione delle imprese danneggiate dall’aumento delle barriere daziarie, ed è quindi essa stessa uno strumento negoziale. 

– I dazi vengono utilizzati dagli Stati Uniti anche come strumento per ottenere limitazioni volontarie alle esportazioni di alcuni paesi. Per esempio, la Corea del Sud è stata temporaneamente esentata, come altri 33 paesi, dall’applicazione dei dazi del 25% su alluminio e acciaio. Diversamente da altri paesi, tuttavia, la Corea ha recentemente concordato una riduzione dell’export di acciaio verso gli Stati Uniti del 21,2% rispetto al volume del 2017, che le garantisce un’esenzione permanente dai dazi sul resto delle vendite. Non è ancora ben chiaro quali siano gli obiettivi finali concreti dell’amministrazione americana, in particolare nei confronti della Cina. In passato, ha puntato l’indice contro le politiche commerciali sleali della Cina, alle quali ha attribuito l’ampio deficit commerciale bilaterale. Recentemente, Navarro ha sostenuto di voler impedire per ragioni di sicurezza nazionale che la Cina “rubi” la leadership nel campo delle alte tecnologie, ma poiché i dazi non aiutano a conseguire tale obiettivo, questo è un altro motivo per considerarli uno strumento di pressione. Più concretamente, si presume che gli USA puntino a ottenere maggiori aperture dei mercati cinesi alle imprese estere. Se così fosse, il risultato finale non sarebbe necessariamente negativo per l’economia globale. Tuttavia, le interpretazioni razionali sono state messe in dubbio dall’ultima dichiarazione del presidente Trump, che ha detto di aver dato istruzione di studiare dazi di salvaguardia su altri 100 miliardi di importazioni dalla Cina in risposta alla “ingiusta” rappresaglia del governo cinese.

– La vicenda si inserisce in una fase di ripresa del commercio internazionale, dopo alcuni anni di rallentamento. La crescita del volume mondiale dell’export calcolato dal CPB è rimasta dal marzo 2017 sempre pari o superiore al 4% a/a, un livello sopra la crescita media annua degli ultimi dieci anni. Le indagini congiunturali, sebbene in flessione negli ultimi mesi, mostrano ancora una diffusione della crescita degli ordini esteri compatibile con tassi di crescita sostenuti del commercio mondiale a inizio 2018. 

– Il danno diretto dell’offensiva americana sui dazi è ancora molto limitato, poiché le misure devono essere ancora implementate, e non c’è alcun legame fra il rallentamento di ordini e produzione osservato soprattutto in Europa a inizio 2018 e gli annunci del governo americano. Anche se fossero implementate, le barriere innalzate da Cina e USA sul commercio bilaterale potrebbero portare alla sostituzione dei flussi con importazioni da altri paesi, e potrebbero altresì essere in parte aggirate dalle imprese ricorrendo a meccanismi di triangolazione.

– Un effetto di freno all’attività economica potrebbe però manifestarsi indirettamente, in particolare sulle scelte economiche basate su pianificazione a lungo termine. Abbiamo già osservato un qualche impatto negativo sul clima di fiducia delle imprese, e se l’incertezza sulle condizioni di accesso ai mercati persisterà, dobbiamo attenderci un rallentamento degli investimenti diretti esteri e della spesa in conto capitale delle imprese. Conseguenze più locali riguardano le scelte degli agricoltori americani sui raccolti (per esempio, è probabile che seminino meno soia) e l’aumento dei prezzi in Cina.

– Peraltro, la governance del commercio mondiale ha problemi che precedono di molto l’insediamento di Trump, e che sono potenzialmente molto più gravi. In primo luogo, la scala del trasferimento di capacità produttiva verso la Cina avvenuto negli ultimi decenni non ha precedenti storici recenti; non è avvenuto né in un contesto di piena occupazione, né di concorrenza perfetta, che avrebbero migliorato il rapporto costi/benefici. Un secondo problema è che la fase di liberalizzazione si è svolta senza tener conto delle implicazioni derivanti dalla competizione fiscale e dal potenziale di elusione contributiva offerto alle multinazionali, che priva gli Stati delle entrate tributarie necessarie a mantenere lo stato sociale e ostacola l’adozione di misure redistributive del reddito. Ciò aumenta la distorsione nella distribuzione del reddito e della ricchezza a vantaggio dei più ricchi e destabilizza l’ordine sociale. Su questo fronte, sono già in corso iniziative contro l’elusione fiscale delle multinazionali, ma la strada da compiere è ancora lunga. Inoltre, la globalizzazione ha creato un ambiente ideale per le nuove industrie dove i costi marginali non soltanto non sono crescenti, ma sono pressoché nulli, e che quindi hanno una tendenza naturale ad evolvere verso monopoli globali. Se nella fase di transizione l’effetto prevalente è il calo dei costi per i consumatori finali, con la successiva sparizione dei concorrenti tradizionali potrebbero invece prevalere i problemi legati all’eccesso di concentrazione. Infine, la globalizzazione ha reso ancora più intrattabili i problemi delle risorse comuni globali, come il clima: in assenza di coordinamento, le misure di protezione dell’ambiente introdotte da alcuni Stati possono più facilmente essere eluse dalle imprese spostando alcune fasi della produzione in paesi dalla legislazione più permissiva.

– L’employment report di marzo dà un segno di moderazione della dinamica occupazionale e di riaccelerazione dei salari. Gli occupati non agricoli aumentano di 103 mila, e i dati dei due mesi precedenti sono rivisti complessivamente di -50 mila. La media a 3 mesi della dinamica occupazionale (202 mila) comunque accelera rispetto a quanto visto nel 2017 (182 mila), e resta solida. L’aumento di occupati è diffuso (a parte -15 mila nelle costruzioni e -4 mila nel commercio al dettaglio). Nei servizi privati, la variazione è di 87 mila (media a 3 mesi: 145 mila). L’occupazione rilevata con l’indagine presso le famiglie cala di -37 mila (media a 3 mesi, +386 mila). La partecipazione corregge di 1 decimo a 62,9%. Il tasso di disoccupazione è stabile a 4,1%, per il sesto mese consecutivo. I salari orari riaccelerano su base mensile (+0,3% m/m, dopo +0,1% m/m), con la dinamica annua poco variata a 2,7% a/a (da 2,6% a/a), e un andamento ancora moderato, nonostante la continua riduzione di risorse inutilizzate. Le ore lavorate sono invariate e calano nel manifatturiero, con indicazioni deboli per la produzione industriale di marzo. I dati di marzo seguono due mesi estremamente volatili, anche a causa del maltempo, e, a nostro avviso, non modificano il trend positivo del mercato del lavoro, con un sentiero verso il basso del tasso di disoccupazione e aumenti moderati dei salari. Il FOMC, per ora, può proseguire sul sentiero di “ulteriori graduali rialzi” dei tassi. 


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