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Il Punto: Outlook negativo da S&P sul debito USA: “il re è nudo”

Le voci di ristrutturazione del debito greco: “se non ora, quando?”……..


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S&P ha confermato il rating AAA per il debito americano, ma ha introdotto un outlook negativo, per la prima volta nella sua storia. S&P ribadisce che l’economia americana è “flessibile e altamente diversificata” e le politiche economiche hanno sostenuto la crescita. Tuttavia il nuovo outlook è giustificato dal riconoscimento che rispetto agli altri paesi con uguale rating, gli Stati Uniti hanno “deficit di bilancio molto grandi e un crescente indebitamento governativo” a cui si aggiunge il fatto che “il sentiero per affrontarli non è chiaro”. Secondo S&P esiste il “rischio materiale” che non si trovi un accordo sui problemi di medio e lungo termine prima del 2013. S&P afferma che saranno necessari interventi su spesa sanitaria e previdenziale per riportare sotto controllo i conti federali, ma la distanza fra le parti in Congresso rimane ampia

Se non si troverà e non si implementerà un accordo prima del 2013, il profilo fiscale degli Stati Uniti diventerà “significativamente più fragile rispetto a quello degli altri emittenti sovrani con rating AAA”. Come ha notato il Tesoro USA, non erano emerse nuove informazioni sul sentiero dei conti federali: la decisione di rivedere l’outlook deriva dalla constatazione che la divergenza di opinioni in Congresso è profonda e rende difficile un accordo vincolante per il medio termine. In passato, Fitch e Moody’s avevano introdotto un outlook negativo sul debito americano nel pieno della crisi del 1995-96, fra novembre 1995 e la primavera del ’96, quando lo scontro in Congresso sul limite legale del debito aveva portato alla chiusura degli uffici federali in due occasioni. Questa volta i problemi sono più profondi rispetto al 1995 e riguardano il medio-lungo termine.

Democratici e Repubblicani dovranno trovare un accordo in tempi rapidi: le proposte di correzione hanno un totale simile (4 trilioni di dollari), ma il conflitto ideologico fra tagli di spesa e rialzi di imposte rimane aperto.

A inizio settimana, voci di una richiesta di valutazione, in sede ECOFIN, di un’ipotesi di ristrutturazione del debito hanno rinnovato le preoccupazioni per la solvibilità della Grecia. Sono arrivate smentite ufficiali dalla Commissione che ha escluso una ristrutturazione perché non necessaria per la Grecia e non conveniente per l’Eurozona. In effetti, come evidenziato da Nowotny della Banca d’Austria la ristrutturazione del debito greco creerebbe una spirale e un allargamento degli spread per gli altri periferici. I rendimenti a due anni di Grecia e Portogallo hanno effettivamente allargato toccando nuovi massimi.

Anche altri membri del Consiglio BCE hanno cercato di rassicurare i mercati: Mersch si è spinto a dire che “non riconoscere a questi paesi la volontà di rispettare i propri obblighi sarebbe un pregiudizio ingiusto”, Bini Smaghi ha indicato che privatizzazioni per 100 mld di euro consentirebbero di far fronte alle necessità di finanziamento della Grecia (230 mld di euro tra il 2° trimestre 2010 e 2° trimestre 2013) non coperte dal prestito concesso da FMI e Commissione UE (110 mld euro). Maggiore trasparenza sulle prossime misure di politica fiscale e programma di privatizzazioni aiuterebbero a tranquillizzare i mercati sia pure temporaneamente. L’unica opzione per la Grecia rimane quella di ottenere un’estensione dei finanziamenti FMI-CE e procedere contemporaneamente sul fronte delle riforme.

La crisi è un gioco di equilibrismo che non trova soluzione nel breve, e il risultato delle elezioni in Finlandia evidenzia che la cooperazione dei paesi più virtuosi potrebbe divenire meno scontata. Tuttavia, riteniamo che l’opzione di una immediata ristrutturazione del debito possa essere molto costosa non solo per la Grecia ma anche per la zona euro, in quanto un haircut potrebbe non essere sufficiente a tagliare significativamente la montagna del debito e a rassicurare i mercati circa la sostenibilità di medio termine; una ristrutturazione dopo il 2013 potrebbe essere gestita in maniera più “ordinata”, all’interno del nuovo meccanismo permanente di gestione delle crisi e, auspicabilmente, dopo qualche anno di surplus primario (che secondo l’ambizioso piano di rientro concordato con CE e FMI dovrebbe risultare pari a 0,9% nel 2012, 3,3% nel 2013 e 5,9% nel 2014). In sostanza, se una qualche forma di ristrutturazione potrebbe diventare inevitabile (i dubbi sembrano riguardare non il “se” ma piuttosto il “quando”), i costi di attuarla “ora” appaiono superiori ai benefici.


Fonte: Intesa San Paolo Spa


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