Dietro l’imbarazzante disastro verificatosi all’Eurogruppo dell’11 febbraio si intravvede anche qualche baluginio di speranza: forse il Governo greco comincia a prendere atto della realtà, che impone di muoversi nell’ambito del programma EFSF già ratificato e in scadenza…..
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Però il tempo stringe, e dietro l’angolo ci sono scelte politicamente ancora più sgradevoli per un governo che avrebbe dovuto affrancare la Grecia dal controllo della Troika: un maggiore spazio di manovra sul bilancio, infatti, implicherà una maggiore dipendenza da nuovi crediti.
– Quanto ci deve preoccupare il fallimento dell’Eurogruppo di mercoledì 11 sulla Grecia?
L’apparenza è quella di un imbarazzante disastro, data anche l’impossibilità di fornire un comunicato finale condiviso della riunione. Né sono confortanti i resoconti che parlano dell’assenza di una proposta formale e documentata da parte della delegazione greca, che si sarebbe limitata a richieste generiche nonostante la situazione di crescente emergenza.
Tuttavia, se le indiscrezioni diffuse dalle agenzie di stampa sul testo che stava per essere diffuso sono veritiere, il Governo greco potrebbe aver finalmente realizzato che al momento bisogna muoversi nell’ambito del programma esistente, che sia ‘esteso’ o ‘emendato’.
Peraltro, c’è un’incongruenza di fondo nelle richieste del nuovo Governo greco destinata a venire a galla quando il negoziato si farà concreto. Si fa un gran parlare di obiettivi di saldo primario più abbordabili, anche inferiori al 2% del PIL, ed è positivo che ci si interroghi su quali livelli di avanzo primario possono essere credibilmente mantenuti nel lungo termine. A patto di non dimenticare che ogni punto percentuale di riduzione del saldo primario aumenterà il già cospicuo fabbisogno finanziario da coprire nei prossimi cinque anni (cioè il periodo che non è minimamente impattato da qualsiasi piano di ristrutturazione del debito verso la UE) di circa 9 miliardi di euro, dei quali ragionevolmente soltanto una parte saranno recuperati grazie alla maggior crescita del PIL. E un altro importante aumento delle necessità finanziarie verrà dal congelamento delle privatizzazioni.
La copertura può idealmente venire con l’emissione di debito sul mercato, ma tale opzione attualmente non è praticabile se non su scadenze corte (1-12 mesi) e soltanto nei limiti di assorbimento del sistema bancario, unico compratore stabile; inoltre, costa di più del programma di sostegno. L’unica alternativa praticabile è perciò l’aumento dei prestiti europei (se, per esempio, si decidesse di acquistare con fondi ESM i circa 25 miliardi di GGB detenuti dall’Eurosistema), che poi potrebbero attivare un ciclo virtuoso che coinvolgerebbe la BCE (con le operazioni di rifinanziamento e poi l’estensione ai GGB del programma di acquisti) e il mercato (possibile ritorno di investitori esteri). Insomma, la riduzione degli obiettivi di bilancio necessaria a mantenere le promesse elettorali implicherà una maggiore dipendenza dagli aiuti internazionali per tutta la durata della legislatura, e renderà un terzo programma condizionato ancora più necessario.
Forse i dati di cassa del settore statale per il mese di gennaio daranno un incentivo a trovare l’accordo: a causa di un andamento eccezionalmente negativo delle entrate tributarie, in parte imputabile anche alle promesse elettorali, l’avanzo è stato di soli 443 milioni contro i 1.370 previsti nel budget. L’avvio di consultazioni tecniche per individuare concretamente punti in comune e differenze da colmare, risultato del Consiglio Europeo di giovedì, consente di sperare in un esito positivo della riunione del 16 febbraio. Ma servirà molta fantasia verbale per rendere la realtà compatibile con la accattivante promessa elettorale di ‘farla finita con la Troika’
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