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Il Punto: Stati Uniti: la riforma tributaria è in dirittura di arrivo

Brexit: la clamorosa concessione del governo inglese sul regime doganale dell’Irlanda del Nord renderà più sfumate le implicazioni dell’uscita dall’UE sul commercio estero del Regno Unito……….


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– I Repubblicani sono vicini a un accordo sulla riforma tributaria: è sempre più probabile che possa esserci un voto la prossima settimana sia alla Camera sia al Senato, e la firma definitiva del Presidente prima di Natale. I principali compromessi raggiunti finora sono i seguenti: l’aliquota sugli utili delle imprese sarebbe portata a 21% (da 35%) ed entrerebbe in vigore da gennaio 2018, l’aliquota massima per le famiglie verrebbe ridotta a 37% (da 39,6%), l’Alternative Minimum Tax sulle imprese verrebbe eliminata e le società semplici avrebbero una detrazione del 20% del reddito da capitale. Ci sono ancora discussioni su altri dettagli (credito di imposta per i figli, imposta di successione, livello dell’aliquota per il rimpatrio degli utili detenuti all’estero), ma entro fine settimana si dovrebbe arrivare a un testo condiviso. Anche se non ci sono ancora dichiarazioni esplicite di voto e diversi senatori si riservano di valutare le misure, a questo punto la probabilità di un’approvazione in tempi rapidi della riforma è ormai molto elevata. Gli effetti della riforma dovrebbero essere moderatamente espansivi nel prossimo biennio. Secondo la stima dinamica del Joint Committee on Taxation, il deficit dovrebbe ampliarsi di 1 tln di dollari nel 2018-27 (stima statica: +1,4 tln) e la crescita dovrebbe essere in media più alta di 0,8pp nel periodo. Il Tesoro prevede un (incredibile) rialzo della crescita di quasi 1pp all’anno. Sulla base delle informazioni disponibili riteniamo ragionevole prevedere un effetto di circa 3 decimi per anno nel 2018-19, in riduzione successiva. A contenere l’impatto macroeconomico della riforma contribuirà il fatto che molte misure per le famiglie saranno temporanee e che una parte dei tagli delle imposte alle imprese potrebbe essere distribuita invece che investita.

– La scorsa settimana, i negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea hanno riservato una clamorosa sorpresa. Il governo britannico è riuscito a far digerire al partito unionista nord-irlandese che appoggia il governo una dichiarazione politica che impegna il Paese a mantenere l’Irlanda del Nord allineata alle norme UE su mercato interno e unione doganale. La temuta crisi di governo per ora non si è verificata. Assieme alle concessioni sul fronte degli obblighi finanziari e dei diritti dei cittadini, ciò ha consentito di muovere i negoziati alla fase due, quella che dovrà affrontare le condizioni del lungo regime transitorio che seguirà l’uscita formale dall’UE. L’allineamento, tuttavia, porrà problemi non banali al Regno Unito: a meno che l’intero Paese non accetti di garantire lo stesso allineamento (il che potrebbe anche succedere, nonostante l’affermazione che la decisione non ha implicazioni per l’accordo finale) l’Irlanda del Nord si troverebbe inserita in due diversi sistemi doganali, con la necessità di gestire tale ambiguità. In ogni caso, tale impegno politico rende puramente formale la promessa dei fautori di Brexit che il Paese avrebbe riconquistato la sua sovranità nella produzione normativa, senza peraltro offrire alcuna garanzia di accesso al mercato unico per i servizi. Un secondo problema per il governo britannico è emerso questa settimana quando il parlamento ha approvato un emendamento che impone una ratifica parlamentare dell’accordo che il governo firmerà con l’UE, prima che esso venga attuato. Ma che cosa potrebbe accadere in caso di bocciatura? In teoria, l’uscita del Regno Unito avverrebbe comunque, e senza alcuna mitigazione, se non ci fossero il tempo (e la disponibilità dell’UE) a rivedere i termini contestati dal parlamento britannico. Perciò questo voto di ratifica potrebbe rivelarsi più una formalità che un passaggio sostanziale.


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