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Il Punto: UE e Regno Unito

Anche se risultasse impossibile raggiungere un accordo fra UE e Regno Unito sulla relazione a regime, ci sono almeno due strade….

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa

per evitare che una no-deal Brexit abbia conseguenze drammatiche, e che non sarebbero nell’interesse di nessuno.

– La proposta May per la relazione con l’UE dopo il periodo transitorio è stata affondata in modo pressoché definitivo da Barnier, che l’ha definita semplicemente “illegale” alla luce dei vincoli posti dal Consiglio Europeo fin dall’avvio del processo.

Barnier ha quindi ricordato che l’unica soluzione possibile risiede in trattato di libero scambio come quello sottoscritto dal Canada, rinforzato per tenere conto di alcune specificità della relazione fra UE e Regno Unito (Canada-Plus).

Curiosamente, tale posizione potrebbe risultare più appetibile ai conservatori euro-scettici rispetto al compromesso proposto da May, che viene visto come una prosecuzione della sudditanza all’UE.

Ciò detto, anche in tale contesto non si intravvede ancora una soluzione al problema del confine irlandese, un nodo che fa temere la possibilità di fallimento dei negoziati e di no-deal Brexit , senza il tempo per prepararsi alle conseguenze.

– La nostra idea, però, è che un esito catastrofico sia improbabile ed evitabile.

Primo, non è nell’interesse di nessuno arrivare alla paralisi dell’interscambio commerciale con il Regno Unito, anche ipotizzando intenti punitivi nei confronti di chi ha promosso il processo di Brexit.

Secondo, esistono due possibili vie di uscita che possono consentire di guadagnare il tempo necessario a completare i preparativi necessari, una volta assodato che un accordo non può essere raggiunto in tempo.

– La prima è quella di estendere il periodo negoziale con il consenso di tutte le parti per il tempo necessario a mettere in piedi l’infrastruttura necessaria a gestire le pratiche doganali e a sistemare le questioni normative o contrattuali che potrebbero essere messe a rischio.

Questa opzione implica però che vi sia una no-deal Brexit alla fine dell’estensione, e quindi che i rapporti fra UK ed UE siano in regime WTO.

– La seconda opzione consiste nel rinviare la definizione degli aspetti più controversi del rapporto fra UE e UK post-periodo transitorio, approvando comunque il trattato di recesso e consentendo l’avvio di tale periodo transitorio dal 29 marzo 2109 al 31 dicembre 2020.

Nel periodo transitorio, il Regno Unito sarebbe formalmente già fuori dall’UE, ma dal punto di vista pratico tutti gli effetti del recesso sono sospesi. In tal modo, vi sarebbe più tempo per risolvere i nodi controversi, anche se l’uscita formale del Regno Unito dall’UE diverrebbe irrevocabile alla data prevista.

Se durante il periodo transitorio fosse chiara l’impossibilità di sciogliere i nodi rimasti (per esempio, riguardo al confine irlandese), l’esito finale potrebbe ugualmente essere una no-deal Brexit , ma rinviata al 1° gennaio 2021.

Il consiglio direttivo BCE si riunisce il 13 settembre per discutere di politica monetaria.

Non ci aspettiamo alcuna novità.

Le stime di crescita potrebbero essere limate, ma quelle di inflazione dovrebbero essere confermate.

– La riunione del consiglio direttivo BCE del 13 settembre non crea nessuna particolare attesa sui mercati.

Nessuno si attende modifiche al quadro di politica monetaria, dopo che gli annunci di giugno hanno fornito una tabella di marcia che arriva fino a dopo l’estate 2019, anche perché gli sviluppi degli ultimi mesi sono stati abbastanza in linea con lo scenario prospettato dalla Banca centrale a giugno.

– Le uniche novità potrebbero riguardare le previsioni dello staff, dalle quali potrebbe emergere una limatura delle stime di crescita 2018 al 2%, conseguenza di un 2° trimestre più debole del previsto.

Però le stime di inflazione potrebbero non risentirne, in quanto l’accelerazione dei salari nel 1° trimestre di quest’anno e l’andamento recente delle attese di prezzo offrono supporto alla previsione BCE di rialzo dell’inflazione core verso l’1,6% in media nel 2019.

– Rinviamo alla nota BCE: mano ferma sul pilota automatico pubblicata il 6 settembre per una analisi più dettagliata della politica monetaria europea.

Italia: svolta nella comunicazione del Governo sugli obiettivi di bilancio 2019. Ora i leader dei partiti di governo parlano di rispetto delle regole europee, pur confermando l’intenzione di voler avviare l’attuazione delle misure previste dal contratto di governo.

La reazione è stata molto favorevole, anche se restano alcuni nodi da sciogliere.

– Dopo che Fitch ha annunciato che il rating BBB assegnato all’Italia è soggetto a prospettive negative, e con la curva governativa italiana sotto pressione, i leader dei due partiti di governo hanno radicalmente mutato la strategia di comunicazione sulla politica di bilancio.

Il primo passo è stata una dichiarazione del leader della Lega, che ha parlato di deficit inferiore al 3%. Poi, dopo il vertice della Lega sulla manovra, lo stesso Salvini ha prospettato “il rispetto dei vincoli e delle regole esterne imposte, di non sforare alcunché”.

Infine, mercoledì il leader del Movimento Cinque Stelle ha sostenuto che il Governo rassicurerà i mercati e le famiglie, mentre il primo ministro Conte ha dichiarato che la manovra “terrà i conti in ordine e consentirà il rilancio sul piano economico e sociale”1.

– La disciplina ritrovata nella comunicazione sui conti pubblici, finalmente concorde con gli sforzi del ministro dell’economia, ha dato i suoi frutti: i rendimenti dei titoli di stato sono calati su tutte le scadenze: -31pb sull’anno, addirittura -60pb sulla scadenza triennale, -37pb su quella decennale.

Se questa disciplina fosse stata imposta e mantenuta fin dal primo giorno, il budget 2019 avrebbe avuto qualche miliardo di spesa per interessi in meno da coprire, con benefici anche in termini di saldo strutturale prospettico, e la platea degli investitori nel debito pubblico italiano non sarebbe stata falcidiata dall’incremento abnorme delle volatilità.

Comunque, meglio tardi che mai.

– A questo punto, è possibile che la nota di aggiornamento al DEF attesa per fine settembre parta con un obiettivo di 1,7-1,8% per il deficit 2019.

Per i mercati ciò sarebbe rassicurante, essendo compatibile con una riduzione non marginale del rapporto debito/PIL.

Nell’immediato, ciò dovrebbe consentire agli spread di sostare nella parte bassa dell’intervallo di oscillazione recente, sotto 250pb sulla scadenza decennale, e forse potrebbe consentire di ridurre la volatilità. Non tutti i nodi sarebbero risolti, però.

– Primo: ci pare che ciò implichi uno sforzo strutturale sostanzialmente nullo, e quindi molto lontano dallo 0,6% richiesto dalla Commissione Europea.

Perciò, sulla base delle regole fiscali, la Commissione potrebbe bocciare la bozza di legge di bilancio e aprire una procedura di infrazione.

Il contrasto con la Commissione Europea non ha conseguenze negative immediate, ma potrebbe rendere gli investitori comunque più cauti sul Paese.

Questo è il primo punto che andrà monitorato, e le risposte potrebbero in parte venire già dal DEF.

– Secondo: non è indifferente quali saranno le coperture proposte per raggiungere tale obiettivo.

Per la persistenza della reazione positiva dei mercati conterà se saranno credibili, e se saranno strutturali o una tantum.

La risposta a questi ultimi dubbi arriverà probabilmente soltanto con la proposta di legge di bilancio, nella seconda metà di ottobre.

Al momento, riconciliare gli obiettivi sui saldi con le richieste dei partiti appare un’impresa dall’esito tutt’altro che scontato.

– Terzo, se alla fine fosse impossibile trovare coperture sufficienti per attuale le misure, anche in forma parziale, e rispettare gli obiettivi di deficit, la pressione politica per innalzare l’asticella a 2,2-2,3% potrebbe tornare a salire.

I quotidiani di oggi, in effetti, riferiscono di una partita tutt’altro che chiusa al riguardo, considerando che paiono servire 9 miliardi per la prima fase del reddito di cittadinanza e forse altrettanti per i vari tagli di imposte.

1 “’Rispetteremo i vincoli’. E lo spread scende” di Mario Sensini, Corriere della Sera del 6 settembre 2018, p. 5.


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