Intesa Sanpaolo – Nell’area euro sono in uscita le seconde letture degli indici dei prezzi al consumo di dicembre che dovrebbero confermare un’inflazione stabile al 3,4% a/a in Francia e in accelerazione al 6,7% a/a in Spagna.
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In calendario quest’oggi anche il dato annuale del PIL tedesco, atteso in crescita del 2,7% nel 2021 e coerente con una stagnazione dell’economia nel 4° trimestre.
Ieri in Italia la produzione industriale è cresciuta ben oltre le attese a novembre: +1,9% m/m da -0,5% m/m precedente. Il rimbalzo è trainato dall’energia ma anche la manifattura ha registrato un ampio incremento (+1,7% m/m) che lascia l’industria in rotta per un’espansione intorno al +0,8% t/t nel 4° trimestre confermando la migliore performance relativa della manifattura italiana rispetto alle altre principali economie dell’area euro.
Per de Guindos (BCE), l’andamento dei prezzi dell’energia delle ultime settimane non pregiudica la validità delle previsioni di dicembre, rispetto alle quali, però, vi sono “moderati rischi al rialzo” nei prossimi 12 mesi. La BCE aveva rivisto al 3,2% l’inflazione media annua 2022.
Negli Stati Uniti, oggi le vendite al dettaglio di dicembre sono previste stabili su base mensile, e in rialzo di 0,1% m/m per l’aggregato ex-auto. I dati saranno sostenuti dall’aumento dei prezzi, ma in termini reali dovrebbero segnalare una netta contrazione. Il rallentamento della spesa delle famiglie nella parte finale dell’autunno contribuirà a frenare solo parzialmente i consumi del 4° trimestre ma, insieme agli effetti di Omicron a inizio 2022, dovrebbe determinare una brusca frenata nel 1° trimestre, con una crescita attesa intorno a 1,5% t/t ann. La fiducia delle famiglie dovrebbe essere in modesto recupero nella rilevazione di gennaio. La produzione industriale di dicembre dovrebbe mostrare un rialzo di 0,4% m/m.
Ieri, il PPI di dicembre ha registrato una variazione di 0,2% m/m, sulla scia di correzioni di energia e alimentari; il core è aumentato di 0,4% m/m, con ampi rialzi dei beni (0,6% m/m). Le informazioni da CPI e PPI puntano a un aumento del deflatore core di 0,5% m/m a dicembre. le richieste di nuovi sussidi di disoccupazione a inizio gennaio sono aumentate a 230 mila, in parte a causa di difficoltà di destagionalizzazione nel periodo delle festività.
Dalla Fed, ieri sono arrivate altre conferme della svolta imminente dei tassi. Brainard, nell’audizione in Senato per la nomina a vice-presidente Fed, ha detto che ridurre l’inflazione ora è il “compito più importante” della banca centrale. Brainard, tipicamente fra le colombe del FOMC, ha affermato che la Fed prevede diversi rialzi durante l’anno e inizierà appena saranno conclusi gli acquisti. In seguito, si dovrà “vedere ciò che i dati richiedono nel corso dell’anno”, per riportare l’inflazione al 2%, mantenendo in essere una ripresa inclusiva. Secondo Brainard, i rialzi di alcuni prezzi sono dovuti a problemi di offerta, ma la Fed intende frenare la domanda con il “potente strumento” dei rialzi dei tassi. Evans (Chicago Fed) ha detto che è ora di modificare la politica monetaria per frenare il rialzo dell’inflazione. Secondo Evans, che a dicembre prevedeva 3 rialzi nel 2022, nel Comitato “ci sono aspettative per 2, 3, 4 rialzi quest’anno. Vedremo come andrà”. Per Waller (Board), che prevede 3 rialzi nel 2022, con un inizio a marzo, il sentiero dei tassi dipenderà dall’inflazione nella seconda metà dell’anno: se continuerà a essere elevata, ci potranno essere 4 o magari 5 mosse. Se invece, come molti alla Fed pensano, l’inflazione scenderà, allora potrebbero anche esserci meno di tre rialzi. Biden ha nominato Bloom Raskin per la posizione di vice[1]presidente della Fed per la supervisione bancaria. Per le altre due posizioni vacanti nel Board, Biden a breve dovrebbe nominare Cook, docente di economia a Michigan State University, e Jefferson, docente a Davidson College.
– In Cina la dinamica delle esportazioni è rimasta ancora robusta (a 20,9% a/a in dicembre) seppur in modesto rallentamento rispetto a novembre (+22% a/a), ancora fortemente trainata dai beni legati alla pandemia (beni medicali e farmaceutici, prodotti per l’elaborazione dei dati, elettronica e high tech) e, dal punto di vista geografico, dall’export verso gli Stati Uniti (+21,2% a/a in dicembre) e l’area euro (area euro3: Germania, Francia e Italia, +22,8% a/a). Al contrario le importazioni sono sensibilmente rallentate, da 31,7% a/a in novembre a 19,5% a/a in dicembre, spinte al ribasso dal calo tendenziale dell’import dal Giappone (-3,9% a/a), dall’area euro (area euro 3: -8,9% a/a) e una netta frenata delle importazioni dagli Stati Uniti, mentre le importazioni dall’area ASEAN6 hanno tenuto (+21,4% a/a). Dal punto di vista merceologico i dati in volume evidenziano una decelerazione concentrata soprattutto sulle materie prime industriali (ferro, rame, acciaio), seguite da quelle agricole e dei circuiti integrati, in linea con il rallentamento della domanda interna guidato dal settore immobiliare e atteso continuare nei prossimi mesi. La parziale chiusura di alcuni porti legata all’aumento dei contagi (Dalian, Shanghai, Tianjin, Shenzhen) potrebbe esacerbare le difficoltà logistiche nel breve termine, con un impatto sulle consegne. L’atteso rallentamento delle esportazioni, in linea con la debolezza degli ordini esteri e l’aumento della domanda di servizi nei paesi industrializzati parallelo alla normalizzazione della situazione pandemica, potrebbe essere mitigato dalla recente entrata in vigore del trattato commerciale RCEP (1° gennaio 2022) che supporterà l’export verso i paesi asiatici.
Fonte: BondWorld.it
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