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Intesa Sanpaolo S.p.A. – Focus Stati Uniti – Shutdown: segnali di disgelo

Stati Uniti. La chiusura degli uffici federali entra nella quinta settimana. I costi crescono, le soluzioni latitano e i rischi aumentano, anche per via di un calendario fitto di eventi politici rilevanti. Un piccolo passo è stato fatto al Senato, anche se le linee di un possibile compromesso ancora non ci sono…..

a cura dell’ Ufficio Studi Banca Intesa SanPaolo


Se si troverà una soluzione entro breve, gli effetti sul PIL saranno limitati e transitori, se invece il conflitto andrà avanti a oltranza i costi diretti e indiretti dello shutdown potrebbero farsi sentire sullo scenario annuale.

La chiusura parziale degli uffici federali il 26 gennaio entrerà nella quinta settimana, senza un significativo avvicinamento delle proposte del presidente e dei democratici, mentre i repubblicani non prendono posizione, allineandosi a Trump.

Il costo diretto dello shutdown federale (SF) stimato dal Council of Economic Advisors (CEA) è di -0,13pp di PIL annualizzato per ogni settimana di chiusura.

Secondo il presidente del CEA, il proseguimento dell’SF per tutto il 1° trimestre potrebbe portare a una crescita “molto bassa o molto vicina a zero” nei primi tre mesi del 2019, pur generando poi un “enorme” rimbalzo nel trimestre successivo.

Sulla base di queste stime, l’SF costerebbe circa 0,2pp di crescita nel 4° trimestre 2018. Per il 2019, la riduzione di crescita sarebbe di -0,4/-0,5pp se si trovasse un accordo entro fine gennaio, e di circa -1,6pp se il blocco durasse per tutto il 1° trimestre. Le valutazioni del CEA sono all’estremo superiore dell’intervallo delle stime ora disponibili.

A nostro avviso gli effetti dovrebbero essere più moderati, anche se rilevanti in caso di mancato accordo per tutto il trimestre.

Le conseguenze dominanti del blocco sono sul mancato pagamento del reddito a circa 800 mila dipendenti federali, che si può valutare in circa 3-4 mld di dollari (0,2% circa del reddito) al mese.

Il freno alla spesa però sarebbe solo una frazione di tale ammontare, dato che i dipendenti possono ricorrere a prestiti e/o a risparmio nel breve termine, sapendo che gli arretrati verranno pagati alla fine del blocco e che non tutto il reddito viene speso.

Ipotizzando che circa il 20-30% del mancato reddito si trasformi in mancati consumi, porta a un effetto dell’SF più contenuto di quello stimato dal CEA, anche aggiungendo possibili effetti indiretti.

In questa ottica, con un SF di un mese, è prevedibile che l’effetto sul 1° trimestre sia relativamente modesto, -0,2/-0,4pp senza conseguenze sulla crescita annua, come visto anche nei casi di chiusure degli uffici del passato, per via del recupero della domanda all’interno del periodo.

In caso di estensione dell’SF per tutto il trimestre, allora le ripercussioni potrebbero essere significative, con una riduzione della crescita vicina a -1pp nel 1° trimestre e di 0,1-0,2pp sulla crescita annua.

Ai costi monetari della chiusura degli uffici si aggiungono quelli dell’aumento di incertezza, che sono di due tipi.

Da un lato, con il passare del tempo le informazioni congiunturali sono sempre più incomplete, rendendo difficile valutare l’evoluzione ciclica.

Nel caso attuale, gli uffici che pubblicano i dati sul mercato del lavoro e sui prezzi sono aperti (Bureau of Labor Statistics), mentre quelli che pubblicano dati sull’attività sono chiusi (Bureau of Economic Analysis), lasciando un vuoto informativo su vendite al dettaglio, spesa, reddito, deflatori, PIL, commercio internazionale, ordini di beni durevoli e attività di costruzione residenziale.

Un mese di assenza di dati non è drammatico, ma un intero trimestre rende impossibile un aggiornamento puntuale del quadro macroeconomico.

Una seconda fonte di incertezza riguarda più in generale il (mal)funzionamento del governo, in una fase in cui diversi appuntamenti politici cruciali sono in arrivo in tempi brevi. Il 1° marzo vede due scadenze cruciali.

Prima di tutto, i negoziati con la Cina sul commercio internazionale, dove la mancanza di dati sui flussi commerciali (fermi a novembre) e la chiusura degli uffici del Tesoro (ministero che partecipa ai negoziati) possono creare problemi informativi in un quadro scarsamente attivo.

In secondo luogo, il 1° marzo termina la sospensione del limite del debito pubblico entrata in vigore a febbraio 2018. Con la reintroduzione del limite del debito, si potrebbe aprire un altro fronte di ricatti e conflitti fra democratici e repubblicani, alla luce dell’esperienza dell’attuale SF.

Se non ci sarà una soluzione per l’SF entro un mese, si accavalleranno due problemi con conseguenze potenzialmente significative.

In occasione dello scontro sul limite del debito nel 2011, l’asprezza del conflitto aveva avuto effetti rilevanti sui mercati (incluso un downgrade del debito USA).

Rispetto al 2011, il debito è molto più elevato, così come lo sono le necessità di finanziamento del Tesoro, e il livello di conflittualità è sicuramente aumentato.

Un accavallarsi di scontri sul limite del debito e sul finanziamento del governo può determinare quindi uno scenario molto negativo per i mesi primaverili.

D’altra parte, una conclusione dell’SF entro gennaio, con una tregua fra presidente e democratici, potrebbe invece allentare la tensione sul limite del debito, o includendo un accordo anche su questo tema o eliminando le questioni calde oggetto di scambio fra le parti (immigrazione e muro).

Il voto in Senato su due diversi disegni di legge presentati da democratici e repubblicani, pur senza portare alla maggioranza richiesta di 60 voti, ha dato qualche segnale di disgelo fra le linee di partito.

Trump ha commentato i voti affermando che sarebbe disposto a firmare un accordo “ragionevole”, purché contenga finanziamenti per il muro.

È possibile che in tempi brevi si trovi un compromesso che permetta la riapertura degli uffici mentre si negoziano dettagli sui fondi per la sicurezza dei confini e sull’immigrazione.

Fonte: BondWorld.it


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