Le decisioni politiche e di policy sono diventate fattori centrali delle strategie di investimento, spingendo gli investitori sovrani a rivedere in modo sostanziale la costruzione dei portafogli e la gestione del rischio, secondo la tredicesima edizione dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study.
Rod Ringrow, Head of Official Institutions di Invesco
- Le strategie attive guadagnano terreno mentre gli investitori sovrani cercano maggiore precisione e controllo, accanto a un’esposizione passiva di base
- Il reddito fisso viene riposizionato come uno strumento dinamico di portafoglio, utile sia per la gestione della liquidità sia per la generazione di rendimento, in un contesto di crescente allocazione verso i mercati privati
- Cambia l’approccio alle allocazioni dirette negli asset digitali, con i fondi sovrani che muovono i primi passi verso un’esposizione strategica
- Le banche centrali rafforzano la resilienza delle riserve attraverso diversificazione, sistemi di gestione del rischio più solidi e un aumento delle riserve auree
Le decisioni politiche e di policy sono diventate fattori centrali delle strategie di investimento, spingendo gli investitori sovrani a rivedere in modo sostanziale la costruzione dei portafogli e la gestione del rischio, secondo la tredicesima edizione dell’Invesco Global Sovereign Asset Management Study.
Sebbene le tensioni geopolitiche (88%) e le pressioni inflazionistiche (64%) restino i principali rischi a breve termine per i fondi sovrani e le banche centrali, la preoccupazione per un’eccessiva volatilità dei mercati finanziari è aumentata, citata dal 59% degli intervistati, rispetto al 28% del 2024. Quasi il 90% ritiene che la competizione geopolitica sarà un fattore chiave della volatilità, mentre l’85% si aspetta che politiche protezionistiche radichino un’inflazione persistente nelle economie sviluppate. Di particolare rilievo, il 62% degli intervistati considera ora la deglobalizzazione una minaccia concreta ai rendimenti degli investimenti, a conferma di un cambiamento significativo nella narrazione di mercato.
Lo studio di Invesco, un indicatore di riferimento sul comportamento degli investitori sovrani, si basa sulle opinioni di 141 professionisti senior degli investimenti – tra cui Chief Investment Officer, responsabili di asset class e strategist di portafoglio – provenienti da 83 fondi sovrani e 58 banche centrali di tutto il mondo, con una gestione collettiva di 27.000 miliardi di dollari.
Le strategie attive guadagnano terreno insieme all’esposizione passiva di base
Una delle principali evoluzioni nella costruzione dei portafogli emersa dallo studio è il crescente utilizzo di strategie attive da parte degli intervistati. In media, i fondi sovrani mantengono oltre il 70% dei propri portafogli in strategie attive, sia nel reddito fisso che nell’azionario. L’indagine ha rilevato che il 52% dei fondi sovrani prevede di aumentare l’esposizione attiva sull’azionario nei prossimi due anni, mentre il 47% intende fare lo stesso nel reddito fisso. Questo orientamento è particolarmente marcato tra le istituzioni di maggiori dimensioni: il 75% dei fondi sovrani con asset superiori a 100 miliardi di dollari ha adottato strategie azionarie più attive negli ultimi due anni, rispetto al 43% dei fondi di medie dimensioni e al 36% di quelli più piccoli.
Mentre le strategie passive continuano a garantire efficienza e vantaggi di scala, soprattutto nei mercati pubblici altamente liquidi, gli approcci attivi vengono impiegati per affrontare i rischi legati alla concentrazione negli indici, gestire la dispersione regionale e aumentare la resilienza agli scenari in un contesto sempre più frammentato. Allo stesso tempo, le decisioni di costruzione del portafoglio, come le inclinazioni delle asset class, delle aree geografiche e dei fattori, sono sempre più considerate espressioni fondamentali della gestione attiva.
Reddito fisso ridefinito e con una priorità ritrovata
A causa di una combinazione di cambiamenti geopolitici e della normalizzazione dei tassi di interesse, i modelli tradizionali di costruzione del portafoglio sono in fase di ripensamento, con molti fondi sovrani che si orientano verso approcci più dinamici, includendo allocazioni di asset più fluide, una gestione della liquidità potenziata e un maggiore utilizzo di alternativi. In questo contesto, il reddito fisso ha assunto una nuova importanza all’interno dei portafogli dei fondi sovrani, che sono diventati la seconda classe di asset più favorita dopo le infrastrutture. Su base netta, il 24% dei fondi sovrani prevede di aumentare l’esposizione al reddito fisso nei prossimi 12 mesi.
Sebbene la normalizzazione dei tassi d’interesse e l’aumento dei rendimenti abbiano contribuito a questa rinascita, il reddito fisso ha assunto anche un ruolo più ampio, fungendo sia da strumento per la gestione della liquidità sia da fonte flessibile di rendimento e resilienza del portafoglio. Con l’aumento delle allocazioni ai mercati privati, i portafogli stanno diventando sempre più illiquidi, rendendo la gestione della liquidità una priorità strategica fondamentale. Di conseguenza, quasi il 60% dei fondi sovrani dichiara di utilizzare quadri normativi di liquidità formalizzati, con segmenti del portafoglio obbligazionario specificamente destinati a compensare l’illiquidità derivante dall’esposizione ai mercati privati.
“Il reddito fisso non è più soltanto un posizionamento difensivo e avverso al rischio, ma è diventato una parte dinamica e versatile del portafoglio”, commenta Rod Ringrow, Head of Official Institutions. “Con l’evoluzione delle strutture di mercato, l’aumento delle esigenze di liquidità e l’evoluzione delle ipotesi su rischio e rendimento, il reddito fisso sta assumendo un ruolo ampliato nella gestione strategica del portafoglio, svolgendo più funzioni contemporaneamente, anziché limitarsi ad agire come ancora difensiva”.
Il privat credit è al centro della scena come nuovo strumento di diversificazione
Il privat credit continua a guadagnare slancio tra i fondi sovrani, con la percentuale di coloro che accedono a questa asset class tramite investimenti diretti o co-investimenti in aumento dal 30% nel 2024 al 44% nel 2025. È cresciuto anche l’accesso tramite fondi, passando dal 56% al 63%, e il 50% dei fondi sovrani prevede di aumentare le allocazioni nel corso del prossimo anno, con le istituzioni del Nord America in testa (68%).
Questo crescente interesse riflette una più ampia revisione del concetto di diversificazione, in un contesto di tassi più alti e inflazione elevata che ha indebolito la correlazione tradizionale tra azioni e obbligazioni. Gli investitori sovrani si stanno orientando verso il private credit per ottenere esposizione a tassi variabili, strutturazione personalizzata delle operazioni e profili di rendimento meno correlati ai mercati pubblici. Un tempo considerata una asset class di nicchia, il private credit è oggi visto come un pilastro strategico nella costruzione dei portafogli di lungo periodo.
“Il privat credit è un esempio lampante di come gli investitori sovrani si stiano adattando a un contesto di mercato strutturalmente diverso”, aggiunge Ringrow. “Stanno costruendo portafogli che pongono al centro resilienza e flessibilità, e il private credit offre esattamente questo, dimensione e maggiore controllo.”
La Cina riemerge come priorità strategica in un panorama frammentato dei mercati emergenti
I fondi sovrani stanno adottando un approccio più selettivo verso i mercati emergenti. Tuttavia, l’Asia, esclusa la Cina, rimane una priorità assoluta per il 43% degli intervistati. La Cina continua a rappresentare un punto focale, con un aumento dal 20% nel 2024 al 28%. I fondi sovrani stanno sempre più orientando le proprie strategie sulla Cina verso settori tecnologici specifici come intelligenza artificiale, semiconduttori, veicoli elettrici ed energie rinnovabili — con il 78% degli intervistati che ritiene che le capacità tecnologiche e innovative della Cina diventeranno competitive a livello globale in futuro.
Questo riposizionamento mirato riflette al tempo stesso opportunità e cautela. Sebbene il 59% dei fondi sovrani preveda di aumentare le allocazioni in Cina nei prossimi cinque anni, solo il 48% ritiene che il Paese riuscirà a completare con successo la transizione verso un’economia trainata dai consumi. L’esposizione ai mercati pubblici e privati viene perfezionata di conseguenza.
In questo contesto, la gestione attiva è considerata essenziale. Solo il 9% dei fondi sovrani si affida a strategie passive sui mercati emergenti, mentre l’85% vi accede tramite gestori specializzati, sottolineando la necessità di una conoscenza locale e di una flessibilità tattica.
“I fondi sovrani stanno ripensando il loro approccio ai mercati emergenti”, afferma Ringrow, “stanno diventando più selettivi e ponendo maggiore attenzione alle opportunità strutturali di lungo termine, costruendo portafogli che riconoscono la complessità e la diversità di questi mercati, con la Cina che si riafferma al centro di questa riallocazione”.
Asset digitali, esplorazione continua
Gli asset digitali non sono più considerati un tema marginale tra gli investitori istituzionali. Lo studio di quest’anno mostra un aumento, seppur contenuto ma significativo, del numero di fondi sovrani che hanno effettuato investimenti diretti in asset digitali (11%) rispetto al 7% nel 2022. Le allocazioni sono più frequenti in Medio Oriente (22%), Asia-Pacifico (18%) e Nord America (16%), mentre risultano assenti in Europa, America Latina e Africa (0%).
Una sorpresa emersa dallo studio è il crescente interesse da parte di alcuni fondi sovrani per le stablecoin, in particolare tra i fondi sovrani dei mercati emergenti. Le stablecoin sono percepite come più facili da integrare rispetto alle criptovalute tradizionali, grazie alla loro stabilità di prezzo e al potenziale di applicazione nel mondo reale. Questo le rende più adatte a futuri sistemi di pagamento cross-border o come strumenti per la gestione della liquidità.
Molti fondi sovrani continuano a preferire un’esposizione indiretta, investendo tramite veicoli di venture capital, piattaforme di innovazione o fondi strutturati, piuttosto che detenerne direttamente, ma questo passaggio verso investimenti diretti, sebbene ancora limitato, indica un’evoluzione dall’interesse astratto a una partecipazione nel mondo reale.
Le banche centrali stanno parallelamente portando avanti le proprie iniziative legate alle valute digitali emesse da banche centrali, cercando di bilanciare il potenziale innovativo con le esigenze di stabilità del sistema. Le banche centrali offrono benefici potenziali, per esempio nei mercati emergenti mirano ad ampliare l’inclusione finanziaria e modernizzare i sistemi di pagamento, mentre nei mercati sviluppati si concentrano sull’efficienza dei pagamenti e sulla sovranità monetaria. Tuttavia, la maggior parte delle banche centrali sono in fase di ricerca o di sperimentazione, a causa della complessità dei rischi.
La resilienza delle banche centrali e il ruolo difensivo dell’oro
Le banche centrali stanno rafforzando le proprie cornici normative di gestione delle riserve in risposta all’aumento dell’instabilità geopolitica e dell’incertezza fiscale. Quasi due terzi (64%) delle banche centrali prevedono di aumentare le proprie riserve nei prossimi due anni, mentre il 53% intende diversificare ulteriormente i portafogli.
L’oro continua a svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, con il 47% delle banche centrali che prevede di aumentare le proprie allocazioni in oro nei prossimi tre anni. Considerato una riserva di valore politicamente neutrale, l’oro è sempre più visto come una copertura strategica contro rischi quali l’aumento del debito statunitense, la strumentalizzazione delle riserve e la frammentazione globale.
Allo stesso tempo, le banche centrali stanno modernizzando le modalità di gestione delle esposizioni in oro. Oltre alle partecipazioni fisiche, un numero crescente sta ricorrendo a strumenti più dinamici, come ETF, swap e derivati, per calibrare meglio le allocazioni, migliorare la gestione della liquidità e aumentare la flessibilità complessiva del portafoglio, senza rinunciare alla protezione difensiva. Questa tendenza è destinata a proseguire, con il 21% che afferma di prevedere di detenere investimenti in ETF sull’oro nei prossimi cinque anni, rispetto al 16% attuale, mentre la quota di chi ha in programma di detenere derivati sull’oro sembra destinata a raddoppiare, passando dal 9% al 19%.
Fonte: InvestmentWorld.it
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