L’inflazione svizzera scende ancora più marcatamente in territorio negativo (di Arnaud Masset)…
Se vuoi ricevere le principali notizie pubblicate da BONDWorld iscriviti alla Nostra Newsletter settimanale gratuita. Clicca qui per iscriverti gratuitamente.
In Svizzera, stando all’Ufficio Federale di Statistica, nel mese di agosto le pressioni disinflazionistiche sono rimaste elevate, i prezzi, infatti, sono scesi ulteriormente. L’indice dei prezzi alla produzione e all’importazione è sceso del 6,8% a/a, rispetto al -6,7% previsto, e dopo il calo pari al 6,4% registrato a luglio. Nello specifico, nel mese considerato sono aumentate significativamente le pressioni sui prezzi dei prodotti chimici, farmaceutici e petroliferi. Ciò nonostante, crediamo che nei prossimi mesi le pressioni sui prezzi si stabilizzeranno, perché inizieranno a farsi sentire gli effetti del franco svizzero più debole.
Stamattina le vendite al dettaglio reali di luglio hanno sorpreso al rialzo, attestandosi al -0,1% a/a rispetto alla cifra rivista di giugno pari al -1,2% a/a. Considerando l’aggiustamento stagionale, a luglio le vendite al dettaglio si sono contratte dello 0,6% a/a.
L’EUR/CHF sta facendo fatica a violare la forte soglia a 1,10. Tuttavia, riteniamo che il deflusso di capitale dai mercati emergenti sarà probabilmente positivo per l’EUR, perché gli operatori smetteranno di utilizzare la moneta unica come valuta di finanziamento. Inoltre, la recente divergenza fra i dati economici delle due aree spingerà gli operatori a cercare investimenti a maggior rendimento nell’Eurozona.
La Germania mette in discussione il principio delle frontiere aperte (di Yann Quelenn)
Nei giorni scorsi, la Banca Centrale Europea ha mantenuto invariato allo 0,05% il tasso. Alla conferenza seguita alla decisione, Mario Draghi ha avvertito che la BCE probabilmente prorogherà il programma di acquisto asset anche dopo il 2016. Inoltre, si è detto che la BCE è disposta ad aumentare gli stimoli e quindi ad acquistare più bond. Sembra che i banchieri siano preoccupati per le possibili inefficienze di questa politica monetaria. In effetti, dopo anni di allentamento quantitativo, sia l’economia USA sia quella giapponese fanno ancora fatica a tornare sulla via di una ripresa sostenibile. Inoltre, entrambi i paesi hanno un rapporto debito/PIL esorbitante. Riteniamo che il QE, sommato a una politica degli interessi allo zero, non faccia che inondare il mercato azionario di denaro gratuito, senza creare nessun valore aggiunto.
Sull’onda di queste dichiarazioni, il rendimento dei titoli decennali tedeschi si aggira intorno allo 0,659%, minimo da tre settimane. Secondo noi, è in gioco la crescita dell’Eurozona. Accennando a un possibile aumento del programma di acquisto di bond, la BCE continua a esercitare pressioni deflazionistiche. E non sembra che questa strategia sia destinata a concludersi presto. Vale inoltre la pena segnalare che l’integrità dell’Eurozona è in pericolo dopo che la Germania ha reintrodotto i controlli al confine con l’Austria, in assoluta contraddizione con il principio delle frontiere aperte che gran parte dei membri dell’UE si è impegnata a rispettare.
Di conseguenza, rimaniamo ribassisti sull’EUR/USD. Le prospettive sono chiaramente negative per l’Europa. Nei prossimi giorni, però, la coppia sarà soprattutto in balia della decisione del FOMC del 17 settembre. Si preannuncia una settimana estremamente volatile.
Rialzo previsto a settembre (di Peter Rosenstreich)
L’attesa sta finalmente per finire. Giovedì il FOMC deciderà se alzare il tasso di riferimento o mantenere la politica dei tassi d’interesse allo zero. Ma, salvo che non abbiate vissuto in una caverna negli ultimi sei mesi, lo sapete già. I dati sono relativamente equilibrati, il che ha alimentato un dibattito che si protrae anche in questo lunedì. I rendimenti dei decennali del Tesoro USA si stanno consolidando intorno al 2,18% e ciò denota l’insicurezza del mercato. Anche se il nostro team è diviso sulla “tempistica” del rialzo dei tassi della Fed, io credo che il 17 settembre la banca centrale alzerà i tassi di 25 punti base. La ragione si basa in parte sui dati e in parte sulla deduzione logica. Nel secondo trimestre, l’economia USA è cresciuta a un ritmo annuo pari al 3,7% e ha creato all’incirca 200 mila nuovi posti di lavoro al mese. Con un tasso di disoccupazione al 5,1%, è solo una questione di tempo: le aziende inizieranno presto ad aumentare in modo significativo gli incentivi (come suggerisce la regola di Taylor) e a spingere al rialzo l’inflazione delle retribuzioni (che mostra già un leggero trend al rialzo; 0,3% nel mese di agosto). Se la Fed non alza i tassi quando la crescita si avvicina al 4,0%, quando lo farà? I mercati, e questo sarebbe preoccupante, inizierebbero a scontare un QE all’infinito.
Forse l’aspetto qualitativo fornisce l’argomentazione più forte per un rialzo del tasso. La proroga della strategia di politica monetaria della Fed ha creato sicuramente delle bolle nei prezzi degli asset. Un chiaro esempio delle conseguenze indesiderate è la recente volatilità dei mercati emergenti. Gli investitori avversi al rischio, a digiuno di rendimenti, sono stati costretti a cercare rendimenti in asset a rischio artificialmente basso. Dopo quasi sei anni in cui sono state ignorate le valutazioni di buon senso, nell’ultimo anno gli investitori hanno liquidato le posizioni rischiose. In effetti, quasi tutte le valute dei mercati emergenti perdono più del 10% contro l’USD; RUB, BRL e TRY cedono più del 30%. L’utilizzo di strumenti potenti come l’allentamento quantitativo e la politica dei tassi d’interesse allo zero (o negativi) è come ballare con il diavolo, è necessario trovare un nuovo partner prima che la musica si fermi. Poiché la Cina è sull’orlo di un potenziale “atterraggio duro”, la musica sta decisamente rallentando. Le vendite recenti hanno reso gli investitori prudenti, anche se corrono ancora dei rischi. Mantenere i tassi bassi più a lungo non farà che incoraggiare una ricerca del rischio spregiudicata. L’altra ragione per aumentare i tassi è che, con una curva dei rendimenti più ripida, consumatori e aziende inizieranno a spendere piuttosto che risparmiare, come suggerisce la classica teoria keynesiana. In pratica, dopo un rimbalzo iniziale, i rendimenti bassi continui creano una trappola di liquidità perché si rinviano gli investimenti reali. La minaccia di rendimenti più elevati dovrebbe stimolare l’attività, perché gli investitori capiscono che ulteriori rinvii produrranno costi aggiuntivi. Seguendo questa linea di pensiero, la crescita potrebbe trarre beneficio da un rialzo di 25 punti base, aumenterebbero così gradualmente le prospettive sui tassi e il rialzo non soffocherebbe l’accelerazione. In vista della riunione del FOMC, rimango rialzista sull’USD e negativo sulle valute dei mercati emergenti.
Fonte: BONDWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it



