Italia: andante moderato in economia, allegro con brio in politica Anche in Italia la ripresa dell’attività economica è ormai avviata, ma procede come da tempo incorporato nel nostro scenario base di previsione, ovvero: lentamente, con…
entità modesta e trainata principalmente dall’export, in un quadro di domanda interna non più in netta contrazione ma stagnante. A favorire un’accelerazione nel ritmo della ripresa e in particolare un recupero della domanda interna potrebbero essere i provvedimenti annunciati dal Governo. Nel caso di rapida implementazione, e se coperti da effettivi risparmi sulla spesa “improduttiva”, gli sgravi fiscali potrebbero avere un effetto apprezzabile (due-tre decimi) sul PIL. Ancora maggiore potrebbe essere l’effetto dell’annunciato pagamento dei restanti debiti arretrati della PA, ma l’entità degli stessi è incerta e inoltre è improbabile che l’impatto si scarichi in buona parte nell’anno corrente. In ogni caso, i rischi sullo scenario di crescita sia per il 2014 che per il 2015 sono oggi, rispetto alle nostre previsioni, verso l’alto.
In Italia, la ripresa procede nei modi e coi tempi incorporati da molto nel nostro scenario base di previsione, ovvero in ritardo e con entità più esigua rispetto al resto dei Paesi dell’Eurozona. Il recupero congiunturale va trasferendosi come previsto dagli indicatori di fiducia (che hanno invertito ormai da quasi un anno) via via ai dati reali, compresi produzione industriale e PIL (entrambi in crescita da fine 2013). Peraltro, essendo la ripresa ancora in fase embrionale, non stupisce che non si sia ancora completato l’aggiustamento sul mercato del lavoro (nelle nostre stime, la disoccupazione toccherà un picco nel 2014 ad un livello molto vicino al 13% dell’ultimo dato relativo al mese di febbraio) e del credito (e sul mercato immobiliare).
Il ritorno alla crescita del PIL su base trimestrale, come da noi previsto sin da un anno fa, è avvenuto alla fine dello scorso anno. L’attività economica è cresciuta di 0,1% t/t nel 4° trimestre 2013, dopo 9 trimestri consecutivi di recessione (la più lunga da quando esistono le serie trimestrali). Nel 2013, il PIL si è contratto di -1,8%, dopo il -2,4% del 2012. Il dettaglio delle componenti di crescita a fine 2013 non è stato negativo, sebbene viziato dall’anomalo balzo degli investimenti in mezzi di trasporto (+14,4% t/t); in particolare, il calo delle scorte (contributo: -0,4% t/t) è un segnale positivo in chiave prospettica. L’export netto rimane il motore della ripresa (contributo: +0,3% t/t), ma si intravedono i primi segnali se non altro di stabilizzazione della domanda interna (si è registrata una flessione solo molto lieve sia dei consumi che degli investimenti in macchinari; rimane invece profonda la recessione nelle costruzioni). In base alle indicazioni oggi disponibili, riteniamo che nel 1° trimestre del 2014 il PIL possa almeno mantenere il passo di fine 2013, o più verosimilmente accelerare a +0,2% t/t.
Il nostro scenario di base prevede, per la restante parte dell’anno, un’accelerazione solo assai modesta nel ritmo di crescita del PIL, che potrebbe rimanere attorno a 0,2-0,3% t/t per tutto l’anno, per una media annua attorno a 0,5% (e una possibile accelerazione all’1,1% nel 2015).
Tuttavia, l’elemento nuovo intervenuto di recente è che, a partire dal 2° trimestre in poi, si potrebbe assistere a una più decisa accelerazione in relazione all’implementazione delle misure di stimolo annunciate dal Governo. In particolare, nel caso di implementazione nei tempi previsti (da fine maggio) del taglio dell’Irpef, si potrebbe registrare un balzo del reddito disponibile e dei consumi nel 3° trimestre dell’anno.
Sin da un anno fa indicavamo come principale (e pressoché unico) rischio verso il basso al nostro scenario di modesta crescita (0,5%) nel 2014 il rischio politico, ovvero il rischio o di stallo dell’attività di Governo o di elezioni politiche ravvicinate in tempi brevi. Nelle settimane più recenti, non solo tale rischio, potenzialmente in grado di soffocare la ripresa sul nascere, non si è concretizzato (la prospettiva delle elezioni si è di molto allontanata), ma il fattore politico sembra ad oggi poter rappresentare un rischio viceversa verso l’alto sulle previsioni di crescita. Infatti, l’attività del Governo, se verrà implementata nelle intenzioni proposte, potrebbe avere un impatto sull’attività economica sia nel breve termine (le misure di stimolo proposte e in particolare gli sgravi fiscali potrebbero causare una revisione verso l’alto alla stima sul PIL 2014) che nel medio termine (alcune riforme economiche come quelle sul mercato del lavoro, nonché le riforme istituzionali, potrebbero avere un impatto benefico sul PIL potenziale).
Le prime misure economiche annunciate dal Governo Renzi sono:
1. Interventi sul fisco. Sono previsti sgravi fiscali per i lavoratori dipendenti con redditi inferiori a 25 mila euro annui per un importo a regime di 10 miliardi (6,7 miliardi nel 2014, con decorrenza da maggio), una riduzione dell’Irap del 10% (2,4 miliardi) e un incremento della ritenuta d’acconto sulle rendite finanziarie dal 20 al 26% (per finanziare il taglio dell’Irap).
2. Mercato del lavoro. Il decreto legge n. 34 del 20 marzo (da convertire in legge entro il 19 maggio, attualmente all’esame della Commissione Lavoro della Camera) ha esteso da 12 a 36 mesi la durata del primo contratto a termine, con un limite del 20% rispetto al totale degli occupati a libro paga, introducendo altre semplificazioni in particolare sull’apprendistato. Il resto della riforma del mercato del lavoro sarà affidata a un disegno di legge delega, con l’obiettivo di introdurre un contratto unico a tutele crescenti e di riformare gli ammortizzatori sociali riducendo l’applicazione della CIG a vantaggio dell’assegno di disoccupazione (ASpI). La delega coprirà anche la razionalizzazione delle politiche attive per il lavoro e la semplificazione amministrativa dei contratti.
3. Debiti della PA. L’obiettivo è duplice: accelerare il pagamento degli arretrati con il minimo onere per il bilancio dello Stato, e adeguare i tempi di pagamento a quelli richiesti dalle norme europee. La strada proposta mediante disegno di legge passa attraverso meccanismi che agevolano lo sconto delle fatture da parte del sistema bancario e obblighi di registrazione delle fatture rinforzati da un meccanismo sanzionatorio.
4. Altre misure: piano casa (riduzione della cedolare secca sugli affitti, riqualificazione e vendita alloggi popolari, rifinanziamento fondo affitti…), riduzione dei costi dell’energia per le PMI (che però comporterà aumenti di oneri per altri utilizzatori), piano per l’edilizia scolastica.
Le coperture annunciate vengono dalla spending review (3 miliardi considerati fattibili dal commissario Cottarelli), dal risparmio sulla spesa per interessi e dal maggiore gettito IVA derivante dal pagamento delle fatture arretrate (a nostro avviso, questa copertura è incerta e sarebbe meglio prescinderne). Per il resto, Renzi ha accennato alla possibilità eventuale di utilizzare parte della distanza tra il deficit tendenziale al 2,6% (stima della Commissione) e la soglia del 3% (in realtà, a nostro avviso, il tendenziale, anche tenendo conto delle spese indifferibili da rifinanziare per l’anno in corso, è peggiore di quello stimato dalla Commissione e dunque i margini sono molto stretti). Il piano casa e quello per l’edilizia scolastica dovrebbero essere finanziati attingendo a stanziamenti pregressi non ancora utilizzati; difficilmente la riforma degli ammortizzatori sociali comporterà maggiori oneri già nel 2014. Quanto al pagamento dei debiti arretrati della PA, il meccanismo poggia inizialmente sul risconto dei crediti da parte delle banche, ma un incremento delle emissioni obbligazionarie dello Stato sarà comunque necessario per finanziare l’incremento del Fondo statale dedicato e per la costituzione di un nuovo fondo destinato a finanziare i debiti degli enti locali nei confronti delle proprie società partecipate. Il pagamento effettivo dei debiti per la parte relativa alla spesa in conto capitale potrebbe, come accaduto l’anno scorso, avere un impatto sul deficit, che però al momento è impossibile quantificare.

In sintesi, sembra di poter dire che gli interventi vadano nella direzione da tempo auspicata, in particolare quelli concernenti la riforma del mercato del lavoro. Gli sgravi fiscali puntano comprensibilmente più sull’aumento dei redditi netti dei lavoratori che sulla riduzione del costo del lavoro, limitata per il momento a una limatura dell’Irap: tale scelta dovrebbe peraltro agevolare il passaggio dei provvedimenti in Parlamento, e garantire il consenso dei sindacati. Sarà più delicato il rapporto con l’Unione Europea, in quanto le misure implicano che il vincolo di riduzione del debito imposto dal nuovo patto di stabilità sarà ancora ignorato; cruciale potrebbe essere a questo punto un percorso rapido di approvazione parlamentare dei provvedimenti di riforma.
La misura più incerta appare il pagamento “integrale” dei restanti debiti arretrati della PA. Ma anche al netto di tale misura il pacchetto, se implementato nei tempi previsti, potrebbe implicare un impatto positivo sul PIL 2014 di due-tre decimi. L’impatto potrebbe essere molto maggiore sul 2015 nel caso in cui fossero effettivamente pagati i restanti debiti arretrati della PA.

La simulazione del solo taglio Irpef, effettuata sul modello a equazioni simultanee Oxford Economics Forecasting, implica, se l’intervento fosse finanziato interamente in deficit, un impatto positivo di due decimi sul PIL 2014. L’effetto principale sarebbe sui consumi, ma vi sarebbe un impatto indiretto anche sugli investimenti delle imprese e sulla produzione industriale. L’effetto si amplificherebbe nel 2015 quando gli sgravi fiscali entreranno a pieno
regime.

Tale simulazione però è fatta “come se” il taglio fosse finanziato in deficit, mentre non è il caso della presente ipotesi. Infatti la copertura viene in parte da un risparmio sulla spesa per interessi (per definizione “improduttiva”), in parte da un possibile utilizzo del margine sul deficit, ma in parte dai tagli di spesa ascrivibili alla cosiddetta “spending review”. In teoria, se lo sgravio di imposta fosse finanziato interamente da tagli di spesa, l’effetto di breve termine sul ciclo sarebbe negativo, in quanto il moltiplicatore della spesa pubblica è mediamente maggiore di quello della tassazione. Questo può non essere vero in questo caso per tre motivi:
1) è possibile che a un livello molto alto di imposizione fiscale una riduzione di imposte finanziata da un taglio di spese abbia un effetto netto positivo;
2) l’effetto di uno sgravio fiscale finanziato da tagli di spesa può essere simile a quello finanziato in deficit se si taglia la spesa “improduttiva”;
3) la “spesa” include anche trasferimenti, assimilabili a imposte negative.
Ora, i tagli indicati dal piano del commissario Cottarelli sono eterogenei. Dei 7 miliardi previsti su base annua, sembrano rientrare nella categoria “risparmi su spese improduttive” o comunque in categorie di spesa pubblica a basso moltiplicatore: sicuramente i 2,2 miliardi di “efficientamento diretto” (0,8 miliardi da iniziative su beni e servizi, 0,2 miliardi da pubblicazione telematica appalti pubblici, 0,1 miliardi da consulenze e auto blu, 0,5 miliardi dagli stipendi dei dirigenti, 0,1 miliardi da corsi di formazione, 0,1 miliardi da inquinamento luminoso, 0,4 miliardi da altre proposte di gruppi ministeriali), gli 0,2 miliardi da “riorganizzazioni” (la metà dalla riforma delle province e altrettanto dalle spese di altri enti pubblici) e i 0,4 miliardi dai risparmi sui costi della politica (la metà da comuni, regioni e finanziamento ai partiti, altrettanto da organi costituzionali e di rilevanza costituzionale). Più dubbia è l’attribuzione a questa categoria della “riduzione trasferimenti inefficienti” (2 miliardi, di cui 1,4 miliardi di trasferimenti alle imprese da Stato e regioni, oltre a microstanziamenti, trasferimenti al trasporto ferroviario e partecipate locali) e delle “spese settoriali” (2,2 miliardi, di cui possono essere considerati certamente a basso moltiplicatore solo i tagli alla difesa – 0,1 miliardi – e forse le misure su patto della salute e costi standard – 0,3 miliardi – mentre potrebbero viceversa avere un impatto sul ciclo le misure sulle pensioni, da cui si attendono ben 1,8 miliardi). In sintesi, l’impatto indicato in tabella è da considerarsi come impatto “massimo”, nel caso in cui fosse finanziato interamente o da utilizzo dei margini sul deficit, o dai minori oneri per interessi, o da veri risparmi sulla spesa “improduttiva”.
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