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Italia, DEF 2016: Comincia la partita con la UE

Nel DEF 2016, il Governo italiano ha ancora una volta scelto di rimandare la correzione fiscale. Ciò è positivo ai fini del rafforzamento di una ripresa ciclica che resta modesta. Tuttavia, potrebbe aprire un acceso dibattito con la UE su diversi fronti, dalle regole per la correzione ciclica a quelle sulla flessibilità degli obiettivi….


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Il Governo ha approvato venerdì 8 aprile il Nuovo Documento di Economia e Finanza, che dovrà essere trasmesso al Parlamento e quindi inviato alla UE entro il 30 aprile. Come atteso, le previsioni di crescita del PIL sono state riviste verso il basso rispetto allo scenario programmatico precedente, all’1,2% per il 2016 e all’1,4% per il 2017 (dall’1,6%). Le nuove stime sono in linea con le nostre previsioni ufficiali, sulle quali peraltro vediamo ora rischi verso il basso. In ogni caso, il nuovo quadro programmatico appare credibile, perché, se anche dopo la revisione restano dei rischi al ribasso sulle stime di crescita (e in particolare di crescita nominale, visto che la nostra previsione sul deflatore del PIL nel 2016 è a 0,7% contro l’1% del Governo), essi sono compensati da ulteriori margini dalla spesa per interessi.

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In effetti, come prevedevamo si sono materializzati, rispetto allo scenario precedente (dello scorso ottobre), rilevanti risparmi sulla spesa per interessi, dell’ordine di tre decimi di PIL all’anno. A nostro avviso i risparmi a consuntivo saranno ancora maggiori: li stimiamo prudentemente nell’ordine di altri tre decimi di PIL l’anno nel triennio 2016-18 (3 mld quest’anno e 6-7 l’anno nel prossimo biennio) ma, sulla base delle nostre previsioni sulla curva dei tassi, potrebbero essere ancora maggiori (5 mld ovvero lo 0,3% del PIL quest’anno e 12-15 mld ovvero lo 0,7-0,9% del PIL nel 2017-18). Tali risparmi saranno in grado, a nostro avviso, di più che compensare i rischi al ribasso sulle stime di crescita (tutto sommato limitati in quanto nell’ordine di uno o al massimo due decimi in termini di maggiore deficit). Il sospetto è che la spesa per interessi sia utilizzata ancora una volta, come accaduto nei documenti ufficiali di finanza pubblica degli ultimi anni, come buffer in grado di assorbire eventuali “sforamenti” da altre voci del bilancio, dato che almeno negli ultimi anni l’avanzo primario ex post è risultato significativamente inferiore agli obiettivi iniziali a causa o di sorprese al ribasso sulla crescita del PIL o di un’efficacia non piena delle misure di copertura proposte.

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Nel quadro programmatico, il target sul deficit è in sostanza confermato per quest’anno (al 2,3%, a metà strada tra il 2,2% della Nota di aggiornamento al DEF dello scorso autunno e il 2,4% risultante dalla versione finale della Legge di Stabilità), mentre è rivisto a 1,8% (dall’1,1% precedente) per l’anno prossimo. Visto che come detto sopra la spesa per interessi è stata rivista al ribasso (per tre decimi di PIL all’anno), i nuovi target implicano un significativo allentamento sul saldo primario rispetto al quadro programmatico precedente, pari a un punto di PIL sul 2017 (al 2% dal 3% precedente). La revisione dei target è di entità ancora maggiore sul 2018.

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Il punto più delicato è ancora una volta la previsione sul saldo strutturale, che, dopo il significativo allentamento del 2016 (pari a -0,7%), è visto correggere di appena un decimo nel 2017 (a -1,1%, da -1,2% nel 2016 e -0,6% nel 2015) e di tre decimi nel 2018 (a -0,8%), rispetto a un aggiustamento “teorico” richiesto dalle regole UE di mezzo punto all’anno. Nemmeno nel 2019 si arriverebbe al pareggio di bilancio in termini strutturali (-0,2%). In pratica, dopo la flessibilità di un punto percentuale di PIL chiesta nel 2016 (0,5% per le riforme, 0,3% nell’ambito della clausola degli investimenti e 0,2% per i costi di gestione della crisi dei migranti), che verosimilmente si ridurrà allo 0,8% dopo il giudizio definitivo della UE, il Governo chiede ulteriore flessibilità per lo 0,4% di PIL nel 2017, come visibile dalla differenza tra l’aggiustamento strutturale teorico richiesto di mezzo punto percentuale e quello proposto dal Governo pari ad appena un decimo di PIL.

L’intenzione del Governo è quella di avere nel 2017 un quarto anno consecutivo di politica fiscale lievemente espansiva, se misurata in termini di variazione del saldo primario corretto per il ciclo. La pressione fiscale è attesa in calo nel 2016 (al 42,2% dal 42,9% del 2015, ove si classifichi il bonus da 80 euro tra le minori entrate anziché tra le maggiori spese), ma il suo percorso negli anni successivi dipenderà dalla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia.

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Il debito è confermato in calo da quest’anno, ma in misura assai lieve (al 132,4%, dal 132,7% del 2015). I target sul debito sono stati rivisti al rialzo di circa un punto sia per il 2016 che per il 2017. Il livello richiesto dalla regola europea sul debito sarebbe pari a 123,6% nel 2017, contro il 130,9% proposto dal Governo. Anche nell’ultimo anno di previsione (2019) il debito resterebbe sopra il 120% del PIL (123,8%). Ciò pur con una conferma del target (ambizioso, a nostro avviso1) sui proventi da privatizzazioni, a mezzo punto di PIL all’anno nel triennio 2016-18. In particolare, il calo del debito quest’anno, giudicato importante in particolare ai fini di un miglioramento del rating sovrano dell’Italia, appare troppo modesto per essere al riparo da rischi. In base alle analisi di sensitività alla crescita contenute nello stesso DEF, basterebbe una crescita del PIL inferiore di mezzo punto per far salire il debito al 133,8% del PIL ovvero di ben un punto percentuale rispetto al 2015. In altri termini, a parità di altri fattori, potrebbe bastare una crescita più bassa di 2-3 decimi (scenario cui attribuiamo una probabilità non bassa) per vedere un aumento anziché un calo del debito pubblico nel 2016.

Il confronto tra quadro tendenziale e programmatico mostra, come confermato dalla Relazione al Parlamento, che il Governo ha in animo nuove misure discrezionali espansive che comportano un incremento dell’indebitamento netto nominale di 0,4% nel 2017, 0,6% nel 2018 e 0,3% nel 2019. Non è chiaro l’impatto di tali misure sul saldo strutturale, visto che la tabella di previsione a pagina 5 del Programma di Stabilità (riportata qui in Tabella 1 e Figura 11) mostra una differenza tra quadro programmatico e tendenziale pari allo 0,3% del PIL nel 2017, allo 0,7% nel 2018 e allo 0,3% nel 2019. Tuttavia, la Relazione al Parlamento precisa che “il nuovo percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine sconta l’adozione di misure che comportano un incremento dell’indebitamento netto nominale di 0,4% nel 2017, 0,6% nel 2018 e 0,3% nel 2019 rispetto alla previsione tendenziale. In termini strutturali la variazione corrisponde ad un incremento del deficit pari a 0,1% nel 2017, 0,4% nel 2018 e 0,4% nel 2019” (queste cifre coincidono con la tabella di previsione inclusa nel Programma di Stabilità nel caso dell’impatto sull’indebitamento netto ma non sul saldo strutturale).

Per il 2016 non si configurerebbero manovre correttive, tuttavia la tabella di previsione mostra una differenza di un decimo di PIL nel saldo strutturale tra quadro tendenziale e programmatico, il che fa pensare che il Governo voglia accogliere almeno in parte i rilievi di Bruxelles sulla Legge di Stabilità 2016 (che riguardavano lo 0,2% di flessibilità aggiuntiva introdotto nella versione finale della Legge). Non è al momento chiaro come tale aggiustamento sarà implementato: si era parlato dell’utilizzo delle maggiori entrate della voluntary disclosure , che però trattandosi di intervento una tantum non impatterebbe sul saldo strutturale.

Non ci sono nemmeno dettagli al momento sulle misure espansive previste per il 2017-19. Il Governo nel DEF ha confermato l’obiettivo di “sterilizzazione” delle clausole di salvaguardia (pari a oltre 15 miliardi nel 2017, ovvero lo 0,9% del PIL), nonché quello di favorire una ulteriore riduzione della pressione fiscale “compatibilmente con gli equilibri di bilancio”. A tal fine il DEF accenna genericamente a misure di revisione della spesa (incluse le tax expenditures ) e di aumento della compliance fiscale2.

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Nel Programma Nazionale di Riforma il Governo ha rivisto verso l’alto la stima dell’impatto atteso delle riforme strutturali, confermando l’effetto delle misure già implementate o in corso di implementazione (pari a 1,8% nel 2020, 3% nel 2025 e 7,2% nel lungo termine) ma aggiungendovi l’impatto (pari allo 0,2% del PIL ma solo nel breve termine, al 2020) degli interventi attuati in materia di crediti deteriorati e procedura fallimentare (L. 132/2015, D.L. 18/2016 e delega sulle procedure d’insolvenza AC 3671/2016) e soprattutto delle misure di “finanza per la crescita3”, stimate avere un effetto di due decimi di PIL nel breve termine, quattro decimi nel medio periodo e un punto percentuale nel lungo termine. L’impatto del totale delle riforme (in termini di deviazione del livello del PIL rispetto allo scenario di base) sale dunque (rispetto alla precedente stima contenuta nella Nota di Aggiornamento al DEF di settembre) da 1,8% a 2,2% sull’orizzonte al 2020, da 3% a 3,4% nel 2025 e da 7,2% a 8,2% nel lungo periodo.

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Il confronto tra il percorso di aggiustamento di medio termine proposto dal Governo e quello indicato dalla Commissione UE evidenzia delle divergenze molto rilevanti, non soltanto rispetto all’entità del percorso di correzione nel 2016-17, ma anche sulla stima relativa all’anno passato: il deficit strutturale è stimato dalla Commissione all’1% nel 2015, all’1,7% nel 2016 e all’1,4% nel 2017, mentre la stima tendenziale del Governo si colloca allo 0,6% nel 2015, all’1,3% nel 2016 e allo 0,8% nel 2017. Lo scostamento è di un ordine di grandezza rilevante: la Commissione stima un deficit strutturale più alto di circa mezzo punto nel biennio 2016-17. La differenza è dovuta a una diversa stima di prodotto potenziale4 e output gap 5, che come noto ha ripercussioni importanti sul livello del saldo strutturale utilizzato per le regole di bilancio e ai fini del percorso di aggiustamento dei conti pubblici. Sul merito, abbiamo tre considerazioni da fare:

1) Esistono diverse metodologie di calcolo di tali grandezze (come noto, non direttamente osservabili), classificabili in due gruppi: alcune di tipo “statistico” (basate su “filtri”, il più usato è quello di Hodrick-Prescott), in modo da “bilanciare” le fluttuazioni cicliche estraendo una componente di trend 6, oppure i metodi “economici” basati sulla funzione di produzione, usati dalla maggior parte degli organismi internazionali (tra cui OCSE, FMI, Commissione UE), ovvero attraverso una stima del contributo dei fattori produttivi (capitale e lavoro) e della produttività totale dei fattori alla formazione dell’output. Ora, occorre dire innanzitutto che vi è significativa evidenza7 del fatto che le stime basate sulla funzione di produzione mediamente non sono più affidabili di quelle basate sui filtri statistici e risultano assai più volatili, soggette a revisioni e talvolta distorte. Inoltre, le stime dei principali organismi internazionali, pur basandosi tutte sull’approccio di stima della funzione di produzione, differiscono per la metodologia usata, i filtri statistici utilizzati a complemento del modello, la stima dei parametri, l’orizzonte temporale di riferimento. L’OCSE, come la Commissione UE, utilizza un metodo basato sulla funzione di produzione Cobb-Douglas, in connessione a una curva di Phillips per stimare il NAWRU ( non-accelerating-wage rate of unemployment ) ovvero il tasso di disoccupazione che nel lungo termine non determina pressioni salariali. Il FMI utilizza anch’esso una metodologia simile, integrandola però con una procedura di filtro multivariato che tiene conto di diverse variabili cicliche per descrivere in maniera più completa lo stato dell’economia. In generale si può dire che sia l’OCSE che il FMI adottano, rispetto alla Commissione, modelli con meno vincoli sul NAWRU che è la variabile fondamentale per il calcolo del PIL potenziale. Semplificando, almeno negli anni recenti (ovvero in un periodo di crescita della disoccupazione relativamente rapida in confronto con la riduzione del tasso di inflazione), la stima del NAWRU ottenuta con il modello della Commissione tende a seguire molto da vicino l’andamento del tasso di disoccupazione effettivo, mentre ciò è meno evidente nelle stime ottenute ad esempio con il modello usato dall’OCSE8; in altri termini, la UE tende a sovrastimare il NAWRU , rispetto agli altri organismi internazionali, con la conseguenza di un PIL potenziale più basso e un output gap più ampio. Le Figure 13 e 14 mostrano nel caso dell’Italia le differenze rilevanti nella stima da parte dei tre organismi di output gap e di conseguenza saldo di bilancio strutturale. Da notare in particolare che secondo l’OCSE l’Italia aveva di fatto già raggiunto il pareggio strutturale di bilancio nel 2015 e per l’FMI lo raggiungerà nel 2017.

2) La seconda considerazione da fare è che a divergere dalle stime di Bruxelles sono anche quelle indicate dai governi nei documenti di finanza pubblica. Infatti, pur condividendo lo stesso approccio metodologico, i governi utilizzano nella stima un orizzonte temporale di tre/quattro anni, mentre la Commissione si ferma a due. In pratica, la procedura concordata in sede europea prevede una sorta di regola automatica di chiusura dell’ output gap tre anni dopo la fine dell’orizzonte di previsione. Quindi, a parità di quadro macroeconomico, il calcolo in base a un orizzonte previsivo più breve, come è quello della Commissione rispetto al Governo, risulta più sfavorevole nelle fasi negative del ciclo poiché induce una più rapida chiusura del divario tra output effettivo e potenziale. Oltre a ciò, il diverso orizzonte temporale comporta differenze sia nelle procedure di filtro statistico utilizzate che nella scelta dei parametri statistici ottimali per il calcolo di disoccupazione strutturale e produttività9.

Come mostra la Figura 12, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio il solo allungamento dell’orizzonte di stima al 2019 anziché al 2017 porta delle conseguenze rilevanti su output gap e saldo strutturale. Questo è il motivo per cui il Ministro dell’Economia assieme a quelli di altri sette Paesi UE (Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna) ha chiesto formalmente al Vicepresidente della Commissione europea e al Commissario per gli Affari economici di uniformare l’orizzonte previsivo della Commissione (attualmente di due anni) a quello che i Paesi membri sono tenuti a rispettare nei loro Programmi di Stabilità/Convergenza (tre/quattro anni).

3) Infine, proprio nel DEF 2016 il Governo avanza ulteriori proposte per migliorare la stima di prodotto potenziale e output gap : una nuova specificazione della curva di Phillips, per superare il problema della sovrastima del NAWRU, e una stima della produttività totale dei fattori tramite un indicatore alternativo di capacità utilizzata. Secondo queste stime, il deficit strutturale italiano sarebbe più basso di oltre un punto nel biennio 2016-17 e la strategia di riduzione del deficit strutturale proposta dal Governo sarebbe in linea con il braccio preventivo del Programma di Stabilità e Crescita (Figura 14).

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C’è da ricordare che la Commissione UE ha da tempo (2011) istituito un working group specifico incaricato di studiare possibili miglioramenti alla stima di prodotto potenziale e output gap , al quale partecipano tutti gli Stati membri più Commissione, FMI e OCSE. Inoltre, la richiesta dei sette Paesi ha trovato un’apertura inaspettata da parte della Commissione in occasione dell’Ecofin informale di Amsterdam dello scorso 22 aprile, dal quale è venuta la disponibilità a spostare l’attenzione da indicatori troppo dipendenti dai metodi di calcolo, verso regole più semplici come ad esempio quella sulla spesa (in base alle stime contenute nel DEF, l’aumento dell’aggregato di spesa valido per rispettare le regole, al netto delle entrate discrezionali, sarebbe rispettato nel biennio 2016-17). Al momento non è chiaro in quale soluzione tecnica si tradurrà questa apertura e soprattutto in che tempi: è probabile, come dichiarato dal vicepresidente della Commissione Dombrovskis, che le nuove regole possano entrare in vigore dal prossimo ciclo del semestre europeo. È anche possibile che un’innovazione più marginale come il semplice allungamento dell’orizzonte di previsione nella stima di PIL potenziale e output gap possa essere applicata prima, ma al momento non vi sono certezze in merito.

In ogni caso, il DEF è solo l’inizio di una partita a scacchi con la UE. Le tappe saranno:

a. entro metà maggio: diffusione delle stime economiche di primavera;

b. tra maggio e giugno: raccomandazioni specifiche per Paese e giudizio definitivo sulla Legge di Stabilità 2016 con le indicazioni su eventuali aggiustamenti sull’anno in corso e le indicazioni sul percorso indicato dal Programma di Stabilità per gli anni a venire;

c. entro metà ottobre: definizione della Legge di Stabilità e invio del Draft Budgetary Plan alla UE.

Il nuovo scenario programmatico non rispetterà le regole europee su aggiustamento strutturale e debito, se non verranno concessi nuovi ampi margini di flessibilità. Il Governo giustifica lo scostamento sul saldo strutturale sulla base dei seguenti fattori: rischi di deflazione/stagnazione a livello globale, insufficiente coordinamento delle politiche di bilancio nell’area euro, effetti indesiderati di eccessive strette fiscali (secondo il Governo i moltiplicatori della politica fiscale sarebbero aumentati nel caso dell’Italia), costi delle riforme strutturali, sottostima dell’ output gap . Per giustificare il mancato rispetto della regola del debito il DEF aggiunge anche l’impatto ritardato delle misure BCE, i costi della crisi dei migranti, il mantenimento di ampi avanzi primari e l’ottima valutazione del debito italiano in base agli indicatori di sostenibilità di lungo periodo.

Per come è al momento disegnata la flessibilità nell’ambito delle regole europee, i margini appaiono ridotti. Primo di tutto, è ancora pendente il giudizio definitivo della UE sulla Legge di Stabilità 2016, con la quale il Governo, dopo aver incassato già ad aprile dello scorso anno una flessibilità pari allo 0,4% del PIL a motivo delle riforme strutturali adottate, ha implementato ulteriori margini per lo 0,1% del PIL motivati da un ulteriore sforzo sulle riforme, ai quali si è aggiunto un ulteriore 0,3% connesso alla cosiddetta “clausola degli investimenti” e uno 0,2% prima presentato come “eventuale” e poi inserito nell’ultima versione della Legge di Stabilità, per il quale il Governo ha invocato i costi di gestione della crisi migratoria. Ora, se sembrano sussistere i requisiti affinché sia concesso l’ulteriore decimo dalle riforme e i tre decimi dalla clausola degli investimenti, lo 0,2% aggiuntivo (per un totale di un punto di PIL) legato alla “clausola dei migranti” (peraltro, utilizzato ad altri scopi ovvero per nuove spese nei capitoli sicurezza e cultura) sembra poter essere contestato dalla Commissione.

Infatti, dopo che a gennaio 2015 la Commissione nel documento “Making the best use of the flexibility within the existing rules of the Stability and Growth Pact ”10 aveva esplicitamente definito le condizioni per la concessione della cosiddetta “flessibilità” all’interno delle regole del Patto (ovvero tre: l’attuazione delle riforme strutturali, l’implementazione di spese per investimenti all’interno di progetti co-finanziati dall’UE e la modulazione delle correzioni in base ai livelli di PIL potenziale), successivamente il Consiglio Europeo nell’ Economic and Financial Committee del 27 novembre scorso11 è intervenuto con delle precisazioni che in qualche modo limitano l’ampiezza dei margini concessi, stabilendo che:

a) la massima deviazione concessa dal percorso di aggiustamento di medio termine motivata dalla sola clausola delle riforme o da quella degli investimenti considerate singolarmente è dello 0,5%;

b) la deviazione massima consentita nel caso di utilizzazione congiunta delle clausole per riforme e investimenti non può superare lo 0,75% del PIL;

c) il saldo strutturale nell’anno in cui si richiede l’utilizzo della clausola delle riforme non può essere distante più di un punto e mezzo di PIL dall’Obiettivo di Medio Termine;

d) una volta chiesta e utilizzata la clausola delle riforme e/o degli investimenti, non è possibile invocarla nuovamente negli anni successivi fino a che non si raggiunga l’OMT.

In altri termini, la “lettera” delle nuove precisazioni non consentirebbe per due anni successivi l’utilizzo della flessibilità motivata dalle clausole. Dunque in teoria l’Italia nel 2017 dovrebbe attenersi a una correzione strutturale pari a mezzo punto di PIL, il che equivarrebbe al quadro tendenziale del Governo (il deficit strutturale scenderebbe secondo le proiezioni del DEF a 0,8% nel 2017 dall’1,3% del 2016). In altre parole, l’esecutivo dovrebbe rinunciare a implementare misure espansive per lo 0,4% del PIL come da quadro programmatico e dovrebbe comunque effettuare una manovra lorda almeno pari a 15 miliardi ovvero lo 0,9% del PIL per sterilizzare le clausole di salvaguardia. Se invece si assume il quadro a legislazione vigente della Commissione, il Governo dovrebbe effettuare misure restrittive sul 2017 per circa due decimi, visto che nello scenario della Commissione il deficit calerebbe a 1,4% l’anno prossimo dall’1,7% di quest’anno (si vedano le Tabelle 2 e 3).

In pratica, il Governo ha ancora una volta scelto di rimandare la correzione fiscale, il che è positivo ai fini del rafforzamento di una ripresa ciclica che resta modesta, tuttavia i nodi in merito agli scostamenti rispetto alle regole europee potrebbero venire al pettine in occasione dell’approvazione da parte di Bruxelles del DEF e più avanti della Legge di Stabilità 2017. Ma anche nel caso in cui tale flessibilità venga concessa, la manovra 2017 sarà un banco di prova importante per il Governo perché occorreranno significativi tagli di spesa per finanziare la copertura delle clausole di salvaguardia e degli altri tagli fiscali promessi. La nostra previsione sulla finanza pubblica per i prossimi anni è circa in linea con quella del Governo per quanto riguarda l’indebitamento netto nel 2016-17, in quanto, come detto, i risparmi sulla spesa per interessi più che compenseranno un avanzo primario inferiore alle stime. La previsione diverge a partire dal 2018, quando i risparmi sulla spesa per interessi saranno meno significativi e verosimilmente si accumuleranno ritardi nel sentiero di crescita rispetto ai target governativi. Riteniamo anche che la discesa del livello del debito sarà meno marcata rispetto alle proiezioni ufficiali, in misura crescente nel tempo.

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1 Per il 2016 sono state fissate le modalità per l’alienazione di una quota fino al 49% del capitale sociale di ENAV, mentre la privatizzazione di Ferrovie dello Stato o sue componenti è per ora rimandata (ma rientra nel piano di medio termine del Governo). Il DEF non accenna ad altri possibili target quali STM, Grandi Stazioni Retail o quote di Eni. In base a quanto dichiarato dal ministro Padoan al Sole 24 Ore il 13 aprile, sarebbe in corso di valutazione anche la cessione di ulteriori quote di Poste Italiane. Il Governo intende anche dare importanza crescente ai proventi dalla dismissione di immobili pubblici. In ogni caso, i target sinora individuati per le alienazioni appaiono lontani dal generare i proventi indicati dal DEF, anche solo per l’anno in corso.

2 “L’intendimento del Governo nell’impostazione della prossima Legge di Stabilità è quello di sterilizzare le clausole attuando una manovra del tutto diversa. Essa verrà definita nei prossimi mesi e garantirà il raggiungimento di un indebitamento netto pari all’1,8 per cento del PIL nel 2017 attraverso un mix di interventi di revisione della spesa pubblica, ivi incluse le spese fiscali, e di strumenti che accrescano la fedeltà fiscale e riducano i margini di evasione ed elusione. Ciò ferma restando la prosecuzione, compatibilmente con gli equilibri di bilancio, del processo di riduzione del carico fiscale che grava sui redditi delle famiglie e delle imprese” (Programma di Stabilità, pagina 8).

3 Misure per l’innovazione (ampliamento della platea delle startup innovative e semplificazioni, credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo, Patent box , misure per le PMI Innovative), Incentivi agli investimenti produttivi (revisione della Nuova Sabatini, Legge Guidi-Padoan, super-ammortamenti), Misure per l’accesso al mercato dei capitali ( minibond , semplificazioni per le PMI che si quotano in Borsa, introduzione voto plurimo e voto maggiorato, potenziamento Equity Crowdfunding ), Misure per la liberalizzazione del credito ( direct lending per fondi di credito, assicurazioni e società di cartolarizzazione), Misure relative al sistema di garanzie pubbliche, FCG, Confidi e piattaforme Juncker (Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, Piattaforme Juncker), Misure a sostegno della patrimonializzazione delle imprese (ACE, deducibilità avviamento), Misure a sostegno degli investimenti infrastrutturali, immobiliari e di progetto (revisione della normativa dei project bond , revisione della disciplina delle SIIQ), Misure per l’attrazione degli investimenti ( ruling di standard internazionale, consulenza del Punto di assistenza dedicato agli investitori esteri istituito dall’Agenzia delle Entrate, Tribunali per le società con sede all’estero, aumento delle soglie di comunicazione delle partecipazioni rilevanti).

4 Il prodotto che si otterrebbe con il massimo impiego possibile dei fattori produttivi (capitale e lavoro) senza generare spinte inflazionistiche.

5 La differenza tra PIL effettivo e PIL potenziale (in % del PIL potenziale).

6 I “filtri” sono algoritmi che a partire da un insieme di osservazioni del PIL effettivo generano, attraverso una procedura ricorsiva, una stima della componente di trend distinta da quella ciclica); possono essere univariati o multivariati, a seconda che si basino sulla sola serie del PIL (reale) mentre i metodi multivariati incorporano anche informazioni provenienti dalla teoria economica e dalla successiva verifica empirica.

7 Si veda ad esempio “ On the reliability of international organisations’ estimates of the output gap ”, Deutsche Bundesbank Monthly Report, April 2014. Per una rassegna e le applicazioni per l’Italia si veda: “La stima del PIL potenziale e dell’ output gap : analisi di alcune criticità” di Marco Fioramanti, Flavio Padrini e Corrado Pollastri, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Nota di Lavoro, Gennaio 2015.

8 Il concetto di NAIRU utilizzato dall’OCSE è quello di tasso di disoccupazione di equilibrio, inteso come il valore coerente con un’inflazione stabile e uguale all’obiettivo ufficiale delle autorità monetarie (nel caso dell’Italia, il tasso di disoccupazione di equilibrio viene ottenuto incorporando nella curva di Phillips un’aspettativa d’inflazione “ancorata” all’obiettivo di medio termine della BCE).

9 “Le stime del Tesoro differiscono unicamente nella previsione macroeconomica sottostante, nel fatto che quest’ultima ha un orizzonte di quattro anni mentre le previsioni della Commissione non vanno oltre il 2017, e nell’inizializzazione delle varianze per il calcolo del NAWRU per le quali il MEF utilizza una procedura di grid search per la loro selezione ottimale… Per esempio, se nell’ambito del quadro macroeconomico programmatico del DEF, l’ output gap fosse stimato utilizzando i parametri di inizializzazione delle varianze del NAWRU del 2016 Winter Forecast e aumentando e riducendo l’orizzonte temporale, rispettivamente, al 2019 e al 2017 si avrebbe un differenziale medio nella stima dell’ output gap di almeno 0,5 punti percentuali di PIL. Se ne ricava che le deviazioni rispetto al dato della Commissione dipendono principalmente dall’effetto incrementativo sul livello del prodotto potenziale dovuto al più esteso orizzonte temporale”, DEF, Programma di Stabilità, pagina 39.

10 Comunicazione della Commissione Europea del 13 gennaio 2015

11 “ A commonly agreed position on flexibility within the Stability and Growth Pact ”


Comunicazioni importanti

La presente pubblicazione è stata redatta da Intesa Sanpaolo S.p.A. Le informazioni qui contenute sono state ricavate da fonti ritenute da Intesa Sanpaolo S.p.A. affidabili, ma non sono necessariamente complete, e l’accuratezza delle stesse non può essere in alcun modo garantita. La presente pubblicazione viene a Voi fornita per meri fini di informazione ed illustrazione, ed a titolo meramente indicativo, non costituendo pertanto la stessa in alcun modo una proposta di conclusione di contratto o una sollecitazione all’acquisto o alla vendita di qualsiasi strumento finanziario. Il documento può essere riprodotto in tutto o in parte solo citando il nome Intesa Sanpaolo S.p.A.

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