Si moltiplicano in Germania i segnali di rallentamento dell’economia, tanto che più di un economista ha rivisto al ribasso le stime di crescita del paese non solo per il secondo trimestre ma anche per la seconda metà dell’anno….
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La stringa dai dati leggermente sottotono o palesemente deludenti si è allungata parecchio negli ultimi dieci giorni ed il quadro congiunturale che emerge è quello di un paese che nei primissimi mesi sembrava aver impostato una buona ripresa ed ora è già in fase riflessiva.
Anche l’ultimo dato uscito in termini cronologici, lo Zew, è risultato inferiore sia ai livelli precedenti che alle attese del mercato.
Fonte: Datastream, Natixis
La componente delle aspettative (rappresentata nel grafico dalla linea viola), che è correlata con l’andamento futuro della produzione industriale, toccò il suo massimo punto del ciclo proprio tra dicembre 2013 e gennaio 2014 con valori che erano intorno a 62. Oggi, dopo sette cali consecutivi, la componente delle “expectations” si trova a 27.1, un livello inferiore alle pur basse attese che si attestavano a 28.2.
Anche la componente relativa alla percezione della situazione attuale è risultata sotto le attese e inferiore al dato precedente, seppur di poco. Questa componente però non ha caratteristiche di “forward looking”, ovvero previsive, ma fotografa la situazione corrente con discreta precisione. In sostanza il messaggio che lo Zew ci trasmette questo mese è relativo ad una situazione economica ancora relativamente solida, destinata però ad un peggioramento nei mesi a venire.
Molti altri dati confermano una situazione congiunturale in declino. Gli ordini industriali, comunicati una decina di giorni fa, sono scesi mese dopo mese, in aggiunta ad una revisione al ribasso giunta anche per il mese precedente. E’ difficile però per il momento capire se la flessione sia ascrivibile in buona parte ad un calo della domanda di provenienza russa, a causa delle prolungate tensioni con l’Ucraina, oppure se sia indicativa di un generalizzato rallentamento del ciclo economico.
Fonte: Barclays, Bundesbank, Haver Analytics
Il grafico mostra comunque in modo inequivocabile che il calo degli ordini core ( ovvero quelli da cui sono escluse le grandi commesse per i trasporti) riguarda sia la domanda interna che l’Eurozona, che i paesi non- Euro. La flessione attuale dunque è diffusa ed estesa a tutte le aree geografiche anche se il calo più profondo è stato registrato dai paesi della moneta unica, mentre sul fronte opposto la flessione più contenuta è relativa alla domanda domestica.
Anche la produzione industriale relativa al mese di maggio è risultata decisamente bassa, con una variazione mensile in contrazione dell’1,8% contro attese da parte del mercato di una sostanziale stabilità: se non fosse abbastanza, si è provveduto a rivedere in peggio anche la produzione di aprile fissata ora a -0,3% contro una precedente stima di +0,2%. Il calo più ampio è relativo al settore costruttivo, ma ribassi sono stati realizzati anche dalla produzione dei beni di consumo e dai semilavorati.
L’affastellarsi dunque dei diversi dati negativi, e soprattutto quelli di produzione industriale e gli ordini aziendali, ha posto le basi per una consistente revisione al ribasso del PIL del secondo trimestre, stimato ora dal consensus del mercato ad un modesto +0,1%-0,2% contro un precedente +0,4%.
Alcuni analisti ipotizzano che una parte del rallentamento tedesco sia attribuibile alla più modesta dinamica dell’economia cinese anche se per ora i segnali non sono ancora così evidenti. E a proposito di commercio ed interscambio c’è da aggiungere che anche l’ultimo surplus della bilancia commerciale pubblicato la scorsa settimana ha sancito sì un livello di tutto rispetto (17,8 miliardi di euro di avanzo), ma grazie al calo di entrambe le sue componenti: è sceso infatti il fatturato delle esportazioni e calato ancor di più quelle delle importazioni, giunte in controvalore ai livelli dello scorso marzo 2013. Una domanda interna dunque sottotono che si unisce nella composizione di un quadro economico non proprio spumeggiante.
C’è da riflettere in questo contesto su quanto possa avere inciso la forza della moneta unica soprattutto a livello di esportazioni. E’ indubbio che un cambio particolarmente sostenuto renda più cari i prodotti tedeschi sia per gli americani, che per i giapponesi, che per l’ area asiatica in generale anche se l’economia tedesca è quella che –tra quelle europee- meno risente di una moneta forte: è probabile infatti che, se oggi non ci fosse l’Euro, il buon vecchio Marco sarebbe certamente forte tanto quanto la moneta unica, se non di più e Berlino avrebbe dovuto vedersela con un lento ma graduale apprezzamento della propria valuta lungo tutti questi ultimi 10/15 anni. In un’ottica comunque futura il supporto promesso dalla Bce e la prossima estinzione del QE americano potrebbero fornire i presupposti per un indebolimento dell’Euro già dalle prossime settimane fino almeno all’autunno quando la banca centrale europea dettaglierà meglio le condizioni per accedere al nuovo prestito quadriennale T-LTRO da parte degli istituti di credito. Vedremo dunque se un probabile deprezzamento della moneta unica potrà fornire alla Germania (nonché all’economia di tutta l’area) una base da cui provare a gettare nuovi semi di crescita.
Fonte: BONDWorld.it
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