Il mese di settembre è stato abbastanza caotico dal punto di vista dei rendimenti delle varie asset-class, anche all’interno delle stesse. Ad esempio, per quanto riguarda l’azionario, la borsa giapponese e quella cinese hanno reso più…
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JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management
del 5% mentre molti indici sono stati negativi, alcuni molto pesantemente come il Bovespa che ha perso più del 10%. Un chiaro trend è però emerso proprio là dove da lungo tempo chiare tendenze avevano faticato a farsi strada: nell’arena valutaria. L’avanzamento del dollaro, per la verità già apparso con una certa chiarezza fin da luglio, ha subito un’accelerazione significativa ed è emerso in tutto il suo splendore nelle ultime settimane. Ora è impossibile trovare tra le varie analisi degli ‘strategist’ delle banche d’investimento voci dubbiose. L’entusiasmo per il biglietto verde è onnipresente e viene spesso presentato come l’unico vero trade che al momento valga la pena di essere messo in cantiere (i.e. inseguito).
Chi legge da tempo questa rubrica e l’analisi tecnica sull’Eur/Usd che proponiamo, sa che siamo, da tempi non sospetti, estimatori del dollaro. E che, da almeno un anno a questa parte, ho proposto, di tanto in tanto, i temi di lungo periodo che sarebbero stati destinati, prima o poi, a dare supporto a questa valuta: progressi verso l’autosufficienza energetica, miglioramento dei deficit (fiscale e delle partite correnti), un’evoluzione demografica prospettica relativamente buona, stadio più avanzato nel superamento dei postumi della crisi creditizia del 2008-2009.
Per mesi è stata una battaglia contro i mulini a vento e soprattutto (nel caso dell’euro) contro il surplus delle partite correnti dell’eurozona, amplificato da forti flussi in ingresso sugli asset europei da parte di investitori globali che erano rimasti pesantemente sottopeso dopo la crisi del 2011-2012. Il movimento è quindi benvenuto.
L’unico caveat, per quanto mi riguarda, è il campanello d’allarme che si accende nella testa di chi, come il sottoscritto, è abituato da lungo tempo ad operare scelte d’investimento e di trading sui mercati FX: quando il consenso diventa troppo universale e il trade, almeno a parole, semplice da raccontare, giustificare e spiegare, un moto di scetticismo diventa difficile da controllare.
Va ricordato però (e lo abbiamo fatto spesso in queste settimane nella rubrica dell’analisi tecnica dell’Eur/Usd) che a volte, sebbene non spesso, i trend continuano a funzionare anche quando gli indicatori di posizionamento speculativo, di iper-comprato/venduto e le evidenze aneddotiche (come il non trovare più nessuno che sia dubbioso sul movimento) consiglino la massima prudenza se non addirittura un posizionamento contrario.
L’indebolimento dello yen tra fine 2012 e metà 2013 ne è stato l’esempio più lampante degli ultimi anni. A volte flussi silenziosi, massicci e non rilevati dalle analisi consuete (di flusso o di prezzo) partecipano al movimento e lo rendono incontrastabile per lungo tempo e per notevoli mutamenti percentuali di prezzo. Ovviamente le prove e le spiegazioni arrivano solo col tempo e sono spesso troppo tardive per basare solo su questo le scelte operative. Nelle ultime settimane si è iniziato a parlare dei deflussi di investitori americani da investimenti denominati in euro (soprattutto azionari), così come per giustificare la forza dell’euro nei mesi precedenti il flusso contrario era spesso stato sottolineato. Questa è sicuramente una buona spiegazione per giustificare almeno parte della discesa dell’Eur/Usd. Un ottimo pezzo recente di Jens Nordvig di Nomura ne indica un’altra che potrebbe rivelarsi ancor più significativa e duratura.
Le banche centrali e fondi sovrani hanno decine di miliardi investiti in asset in euro a basso rischio. La recente proattività dell’ECB nelle sue scelte di politica monetaria, in particolare i tassi negativi, ha reso molti di questi asset a rendimento negativo. Sicuramente aumentare la duration e il rischio, pur rimanendo denominati in euro, è una risposta possibile da parte di questi investitori. Ma è probabile che una parte di questi asset cercheranno (o stiano cercando) altre valute di denominazione.
Fig. 1: Curva tassi tedesca (bund): tassi negativi fino a 3 anni. Se non visualizzi F1 clicca qui.
Fig. 2: Asset delle banche centrali in euro soggetti a rendimenti negativi.Se non visualizzi F2 clicca qui
Curva tassi tedesca
Morale: dollaro forte ed euro debole continuano ad essere trend da non contrastare anche se l’istinto del trader spesso consiglierebbe il contrario.
Veniamo all’agenda della settimana.
Trimestrali: con il solito calcio d’inizio fornito, mercoledì alla chiusura, da Alcoa partono le trimestrali (9 nomi dell’S&P 500).
Dati macro: settimana leggera specialmente in US, dopo i payrolls. US: il focus più che sui dati economici sarà negli incontri, discorsi e dichiarazioni in occasione della riunione annuale di IMF e World Bank, in agenda, come di consueto, a Washington. EuroZona: produzione industriale tedesca (martedì), bilancia commerciale tedesca e francese (giovedì), produzione industriale italiana e francese (venerdì). Cina: indice PMI servizi HSBC (mercoledì). Altro: produzione industriale inglese, CPI e vendite al dettaglio svizzere (martedì), occupazione australiana (giovedì), bilancia commerciale inglese, CPI norvegese e occupazione canadese (venerdì).
Banche centrali. Le minute della Federal Reserve, pubblicate mercoledì sera, ci daranno qualche dettaglio in più su quanto comunicato nell’ultimo FOMC. Varie riunioni dovrebbero lasciare i tassi invariati: Australia (2.50%, martedì), Giappone (0.10%, martedì), Indonesia (7.50%, martedì), UK (0.50%, giovedì), Perù (3.50%, giovedì). Unica eccezione il taglio che dovrebbe arrivare in Polonia (da 2.50% a 2.25%, mercoledì).
UN GRAFICO CHE CI PIACE…
Un grafico, inquietante, che racconta molto della non particolarmente sana evoluzione delle nostre economie negli ultimi decenni.
Pavlina Tcherneva riprendendo i dati di Piketty (dal famoso libro “Il capitale nel XXI secolo”), sul sito www.vox.eu, mostra un trend scioccante: a lungo nel dopoguerra i benefici delle fasi espansive sono stati catturati in maggioranza dal 90% a reddito più basso. A partire dal 1980 non è più stato così e la situazione ha continuato a peggiorare in modo drammatico.
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Per chi fosse interessato all’argomento, Thomas Piketty farà una presentazione alle ore 18 di mercoledì 8 ottobre all’Università Bocconi (ingresso gratuito).
Fonte: BONDWorld.it
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