La caratteristica principale del mercato continua ad essere una fastidiosa mancanza di trend. Quando i prezzi iniziano a muoversi poco, viene a mancare agli operatori uno degli input principali per prendere decisioni di investimento che è, …
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appunto, il movimento stesso dei prezzi. Questa situazione, almeno per qualche tempo, tende ad autoalimentarsi e poca volatilità genera movimenti sempre più limitati. Rispetto ad una settimana fa la borsa americana è pressoché immobile, e quella europea è in leggera difficoltà; i tassi sono marginalmente più bassi e i mercati emergenti stentano a decollare nonostante l’ambiente possa sembrare quanto mai favorevole, focolai geopolitici a parte. Poco o nulla si muove, l’inizio ufficiale dell’estate e il proseguimento, per alcuni amaro, dei mondiali, tendono ad aumentare l’abulia del mercato.
Dal punto di vista fondamentale l’unica nuova informazione che vale la pena commentare è il pessimo dato finale della crescita (anzi decrescita) americana nel Q1. Anche se il dato è vecchio e la qualità di questa informazione è storicamente bassa (spesso rivista pesantemente nei mesi e anni successivi), il suo valore assoluto (-2.8% q/q) annualizzato è tale da aver attirato molta attenzione. Le spiegazioni possono essere molte: una sovrastima della crescita nella seconda metà del 2013 (bilancia commerciale e scorte) che ha poi avuto un conseguente rimbalzo fisiologico ad inizio 2014 e l’ormai celeberrimo ‘polar vortex’ sono le più citate. Sta di fatto che anche con la robusta ripresa che arriverà nel Q2 e una crescita solida nella seconda metà del 2014, si farà molta fatica a stare sopra un dato annuale di +2% per l’anno solare in corso, ben lontani quindi dalle stime ottimistiche d’inizio anno. Nel frattempo i dati sull’occupazione degli ultimi mesi sono stati buoni, denotando una forte incoerenza con quelli di crescita appena citati. Buona parte di questa divergenza tenderà a rientrare nei prossimi mesi, auspicabilmente con un miglioramento significativo dei dati di crescita. Nel frattempo però, la paura di essere di fronte ad un problema di calo strutturale della produttività ne esce rinvigorita, dando ragione a chi si aspetta tassi più bassi più a lungo o, perlomeno, un ciclo di rialzi, quando inizierà, ben più lento e con un punto di arrivo più modesto rispetto al passato.
Il dato sull’occupazione di giovedì (venerdì tutto chiuso in US per la festa dell’Indipendenza) andrà visto in questa luce con il rischio che un dato negativo possa cementare i timori che anche la crescita degli Stati Uniti possa riservare delusioni importanti. Questo ci sembra al momento il pericolo principale di un mercato che si è lasciato alla fine irretire dalla bassa volatilità e dall’atteggiamento accomodante delle banche centrali: che i fondamentali economici si rivelino peggiori delle attese, nonostante tutti gli sforzi di Yellen, Draghi e compagnia. Un po’ di cautela con le vacanze alle porte sembra sia consigliabile.
Dati macro. US: già usciti oggi il Chicago PMI (in linea) e i contratti preliminari di vendita di case (meglio delle attese); nei prossimi giorni avremo indice ISM manifatturiero (martedì), ordinativi di fabbrica (mercoledì), indice ISM non manifatturiero, bilancia commerciale e l’atteso rapporto sull’occupazione (giovedì). EuroZona: il CPI di oggi è risultato leggermente sopra le attese nelle sue componenti ‘core’ (0.8% vs 0.7%); si attendono in settimana gli indici PMI, finali per giugno, manifatturieri (martedì), servizi (giovedì) e gli ordinativi di fabbrica tedeschi (venerdì). Cina: indice PMI manifatturiero (martedì) e servizi (giovedì). Altro: indice Tankan giapponese (martedì), vendite al dettaglio australiane e bilancia commerciale canadese (giovedì).
Banche centrali. L’ECB si riunisce giovedì ma è molto improbabile che Draghi possa muovere i mercati: dopo i corposi annunci di giugno è chiaro che nei prossimi mesi ne osserveranno gli effetti senza intervenire ancora. Dagli altri meeting ci si aspettano ritocchi solo in Svezia (da 0.75% a 0.50%, giovedì). Nulla dovrebbe cambiare in Australia (2.50%, martedì), Romania (3.50%, martedì) e Polonia (2.50%, mercoledì).
Fonte: BONDWorld.it
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