Quando, la settimana scorsa, abbiamo indicato un target nell’area 1820-1860 per l’S&P 500, non immaginavamo, ovviamente, potesse venir raggiunto in così poche sessioni e con una simile volatilità….
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In realtà il vero epicentro della scioccante price action dei giorni scorsi è stata la curva dei tassi americani. Nella giornata di mercoledì, con un dato negativo sulle vendite al dettaglio a fare da catalizzatore, il rendimento a 10 anni dei Treasury Bonds, si è mosso in un range di 34 bp, aprendo a 2.20%, toccando 1.86% per poi chiudere a 2.12%, movimenti che sembravano impensabili ai giorni nostri. Al contrario la forte volatilità di breve su prodotti liquidi potrebbe diventare una caratteristica strutturale nei prossimi anni, probabile sottoprodotto di un’azione dei regolatori che ha reso, post crisi, il sistema bancario sempre meno attrezzato ad assorbire ed ammortizzare i flussi degli operatori ‘buy-side’.
In ogni caso la sensazione che il potere invincibile della liquidità sui fondamentali stesse scemando si è rivelata in qualche modo fondata. L’impressione è che il dato economico negativo ora spaventi più di prima. Il mercato percepisce come meno efficaci le armi a disposizione dei policy-maker più reattivi dei nostri tempi: i banchieri centrali. Con il premio al rischio, gli spread e i tassi che si sono ridotti molto negli anni è abbastanza naturale che l’impatto delle azioni monetarie non convenzionali sia più limitato. A questo si aggiunge il disagio nel vedere il QE americano, imponente e libero, sostituito da quello dell’ECB politicamente e giuridicamente avversato. Infine i timori che, nel caso dell’economia europea ancora in fase di ‘deleveraging’, l’efficacia monetaria sia assai limitata. Tutto questo lascia il mercato in una situazione psicologicamente fragile alle prime avvisaglie che la crescita globale sia a rischio.
Il fatto che la potenza di fuoco delle banche centrali sia in diminuzione non vuole però dire che le loro intenzioni possano ora essere combattute a viso aperto. Ai giusti livelli d’ipervenduto sono bastate qualche sporadica frase di Bullard (Fed), Haldane (BoE), Coeure (ECB) e una limitata iniezione di liquidità cinese per impedire ulteriori perdite e innescare un rimbalzo significativo. La put sui mercati che di volta in volta abbiamo chiamato Greenspan-put, Bernanke-put, Draghi-put è sempre presente, solo più debole e, probabilmente, con uno strike più basso.
A questo punto possiamo nuovamente dare per scontato che le banche centrali si adegueranno alle evoluzioni dei mercati (e non solo a quelle dell’economia reale) reagendo ai ribassi, ma non altrettanto scontata potrà essere la loro efficacia. I dati economici globali e le evoluzioni politiche europee diventano quindi ben più centrali. Questa settimana avremo CPI US, PMI europei e produzione industriale cinese, proprio i dati che un mese fa avevano iniziato ad instillare il dubbio che le cose non stessero andando così bene. Saranno più importanti del FOMC di settimana prossima.
Nelle prossime settimane vedremo come la Germania gestirà i tentativi di reazione fiscale di Francia e Italia. Questo processo rischia di diventare più importante dell’AQR del sistema bancario di cui sapremo i risultati quando leggerete il prossimo weekly.
Trimestrali: un’altra settimana densa di risultati con la stagione che entra nel vivo anche in Europa. Tra i nomi da seguire: in US, Verizon, Boeing, Dow Chemical, AT&T, Caterpillar, Amazon, Microsoft, P&G e Ford; in Europa, GSK, Credit Suisse, Daimler, Tesco and BASF.
Dati macro. US: vendite di case esistenti (martedì), CPI (mercoledì), vendita di case nuove (venerdì). Eurozona: prima lettura dei PMI per Germania, Francia e Eurozona nel suo complesso (giovedì), vendite al dettaglio italiane (venerdì). Cina: produzione industriale, vendite al dettaglio, crescita GDP, investimenti fissi (martedì), indice PMI manifatturiero HSBC (giovedì). Altro: CPI australiano e vendite al dettaglio canadesi (mercoledì), CPI neozelandese e vendite al dettaglio UK (giovedì), bilancia commerciale neozelandese e crescita GDP Q3 UK (venerdì).
Banche centrali. In aggiunta alle minute dell’ultima riunione BoE (mercoledì), pochi meeting in agenda e senza variazioni attese ai tassi ufficiali: Canada (1.00%, mercoledì), Norvegia (1.50%, giovedì), Filippine (4.00%, giovedì), Turchia (8.25%, giovedì).
Fonte: JCI CAPITAL LIMITED Investments & Asset Management – BONDWorld.it
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