La Financière de l’Echiquier – Nonostante il successo in chiaroscuro delle banche centrali nello stimolare e poi frenare l’inflazione negli ultimi anni, è probabile che questa volta il mercato si fidi di loro, accettando condizioni finanziarie ardue in cambio di un taglio sostenuto dell’inflazione. Un male necessario insomma.
A cura di Alexis Bienvenu, gestore di La Financière de l’Echiquier
Da un anno ormai, come dimostrano ancora una volta gli ultimi giorni, il continuo stringere la morsa monetaria da parte delle banche centrali è sempre più gradito al mercato. La Federal Reserve statunitense, seguita dalla BCE, ha di volta in volta adottato un approccio chiaramente restrittivo, spesso più del previsto, senza turbare però la quiete dei mercati azionari. Anche i mercati a reddito fisso stanno attraversando delle situazioni atipiche in cui l’inversione delle curve dei rendimenti tra le scadenze brevi – dove i rendimenti sono più alti – e quelle a medio termine – dove sono più bassi – sta raggiungendo livelli estremi, a differenza del profilo abituale dei rendimenti. Questo segnale è spesso considerato foriero di recessione. Ma la volatilità rimane apatica. Come spiegare questo fenomeno?
Potremmo ipotizzare che a monte delle loro riunioni le banche centrali abbiano comunicato talmente bene da non sorprendere più, mentre il mercato rimane imperturbabile. Certamente, ma in parte soltanto. La Fed, è vero, si è concessa una pausa il 14 giugno lasciando i tassi invariati al 5%-5,25% mentre la BCE li ha alzati di 25 punti base soltanto, portandoli al 3,5%, e ha confermato l’interruzione prevista di tutti i reinvestimenti obbligazionari nell’ambito del suo storico Programma APP (Asset Purchase Program) che doveva contribuire, quando venne istituito nel 2014, a “stimolare l’inflazione”…
Ma le due riunioni hanno pur sempre riservato alcune sorprese, in primo luogo in merito alle nuove proiezioni dei tassi da parte dei governatori del sistema monetario statunitense che prevedono ormai che i tassi di riferimento si collocheranno in un range compreso tra il 5,50% e il 5,75% a fine anno, in aumento di 25 punti base rispetto alle ultime previsioni. E forse anche per un periodo più lungo. In una conferenza stampa, il Presidente della Fed ha indicato che il rischio legato all’inflazione è asimmetrico al rialzo e che mancano “diversi anni” prima che si assista a un taglio dei tassi di riferimento… mentre il mercato ne prevede già uno all’inizio del 2024.
Non hanno mancato di sorprendere anche le proiezioni economiche della BCE con l’inflazione di fondo che è stata rivista sostanzialmente al rialzo per il 2024, al 3% rispetto al 2,5%, e per il 2025. Non sembra per ora raggiungibile l’obiettivo del 2% a lungo termine. Ci si potrebbe domandare, in questo contesto, perché la BCE non insaprisce i tassi con maggiore fermezza? Il mercato lo potrebbe apprezzare visto che sta serenamente assorbendo queste strette. Larry Summers, ex segretario al Tesoro, si è detto sorpreso che la Federal Reserve abbia lasciato i tassi invariati se è praticamente convinta di doverli alzare in modo sostanziale nelle prossime riunioni.
Questa ondata di nuovi inasprimenti, già scontati o implicitamente annunciati, non spaventa il mercato perché la crescita è stata rivista al rialzo? Non proprio. La Fed ha certo alzato le sue previsioni di crescita per il 2023 ma la BCE le ha abbassate.
Di contro, emerge un punto positivo condiviso dai discorsi delle due banche centrali e di altre, la Banca d’Inghilterra in primis: tutte sottolineano la sorprendente solidità del mercato del lavoro che non mostra praticamente alcun segno di deterioramento, soprattutto nei servizi. Benché questa situazione possa subire una brusca inversione di tendenza, negli Stati Uniti in particolare dove il mercato del lavoro è più flessibile, consente alle famiglie di far fronte – per il momento – alle pressioni esercitate dall’aumento del costo del credito con il rischio che la dinamica dell’occupazione sostenga l’inflazione attraverso i salari. La storia ha però dimostrato che un’occupazione elevata non porta necessariamente a un’inflazione sostenuta, come nel caso del Giappone per decenni o degli Stati Uniti prima del Covid. Una possibilità remota ancorché reale.
A spiegare la sorprendente calma del mercato potrebbe quindi essere la coesistenza di due fattori: una massiccia stretta monetaria volta a ridurre l’inflazione, accompagnata da segnali di successo su questo fronte, e una dinamica occupazionale ancora robusta, che consente alla Fed di adempiere al suo duplice mandato: tutelare prezzi e occupazione. Nonostante il successo in chiaroscuro delle banche centrali nello stimolare e poi frenare l’inflazione negli ultimi anni, è probabile che questa volta il mercato si fidi di loro, accettando condizioni finanziarie ardue in cambio di un taglio sostenuto dell’inflazione. Un male necessario. Un gioco sostenibile?
Fonte: BondWorld.it
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