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La Parola ai Protagonisti: Gianfranco Clarizio

La Parola ai Protagonisti inizia con un intervista rivolta all’Amministratore di AMU Investments SIM Spa.

Ci può parlare della Vostra società, quando è nata e qual’è stata la spinta che ha portato alla sua creazione?

A.M.U. INVESTMENTS SIM, antesignana, nasce nel 1996 proponendosi l’obiettivo di offrire un “servizio di consulenza patrimoniale”,…

Riproduzione Vietata in ogni forma anche parziale

profilato alle reali esigenze di ciascuno, che si tratti di un professionista, di una banca, di una azienda, o di un gruppo familiare.

Del resto, chiunque operi, ha una concreta esigenza di informazione ed assistenza, per le scelte di investimento quotidiano o strategico. Noi ci proponiamo di assicurargli il massimo e concreto supporto, mettendo a disposizione attenzione, riservatezza, e costanza. Il nostro staff viene da una esperienza pluri-generazionale bancaria, un poliedrico background costruito in Italia e all’estero, ambito questo ultimo che ne ha ispirato l’idea originale, quando cioè la consulenza agli investimenti era una materia sconosciuta in Italia, se non sulla carta, certamente nella pratica.

E questa esperienza estera, con la sua tradizione in continua evoluzione, continua ad ispirare ed aggiornare la nostra filosofia quotidiana, tutta incentrata sulla qualità del servizio, sull’indipendenza, sulla semplificazione e razionalizzazione dei processi decisionali d’investimento, una operatività pensata ed erogata localmente, ma in un quadro di riferimento globale.

Su quali servizi si concentra la vostra proposta e quali sono i punti di forza da evidenziare?

I nostri servizi possono sintetizzarsi efficacemente in due parole: “Asset Allocation”, termine semplice (quanto abusato) per descrivere quel processo di diversificazione che è opportuno e necessario per ogni portafoglio o patrimonio. Questa diversificazione, internazionale, viene raccomandata spaziando tra classi e strumenti finanziari diversi, ad eccezione dei fondi comuni d’investimento, italiani ed esteri. Questa peculiarità ha 2 precisi obiettivi.

Il primo, quello di chiarire inequivocabilmente la nostra assoluta indipendenza dagli emittenti, e dalle società di gestione, visto che al nostro Cliente viene suggerito “cosa, come e quanto” comprare o vendere direttamente sul mercato, ovvero attraverso il Suo intermediario di fiducia, mentre le nostre revenue coincidono esclusivamente con quelle che il Cliente ci riconosce per l’erogazione di questo servizio.

Il secondo motivo (perché consigliamo allo standing della nostra Clientela di “non” sottoscrivere fondi), teoricamente e praticamente ancor più rilevante del precedente, è perché il nostro lavoro è tutto indirizzato a creare portafogli efficienti capaci di catturare sin dall’origine quei margini altrimenti profitto delle società di gestione e di distribuzione. Il nostro Cliente, con le sue disponibilità, e la nostra assistenza, si costruisce in casa il “Suo fondo d’investimento”, senza costi opachi d’entrata, uscita, gestione, senza ritrovarsi potenziale ostaggio di nessuno, o di scelte non maturate consapevolmente. Un portafoglio così raccomandato, profilato per orizzonte e tolleranza al rischio di ciascuno, si compone di azioni, ETF (panieri di strumenti trattati sul mercato come singoli strumenti), titoli di stato, obbligazioni, in euro o in divisa estera. Parte di questo portafoglio ha matrici strategiche, ovvero orientate a tutelare la difesa del capitale e del potere di acquisto nel lungo periodo, e parte è viceversa funzione di esigenze tattiche, connesse agli obiettivi variabili, oppure alle condizioni cicliche della congiuntura. Il nostro Cliente sa che questo portafoglio, piccolo o grande che sia, gode delle medesime attenzioni, di un incessante monitoraggio in tempo reale, e di una sofisticata rendicontazione globale, multi-banca, multi-currency, ovvero funzionale a tener sottocchio tutto il Suo patrimonio. Latere, il nostro Cliente è costantemente aggiornato su tutto quanto succeda – in Italia e all’Estero – capace di influenzare le evoluzioni del suo portafoglio, a livello particolare o aggregato.

Quali sono le peculiarità della vostra attività e verso quale tipologia di clienti si indirizza?

I nostri Clienti sono: o i diretti utilizzatori del servizio, oppure professionisti (del settore e non) che intendono allargare l’offerta a supporto della loro Clientela. Tra questi, alcuni diventano Partner, ovvero godono dei vantaggi, e delle economie di scala, di una struttura dedicata, una relazione che li supporta costantemente in tempo reale, nella formazione pratica e teorica, nella disponibilità e fruizione di banche dati e di ricerche, nella quotazione e valutazione di strumenti, e di portafogli finanziari pre-esistenti, il tutto con franchezza, lealtà e trasparenza. Sulla stessa barca, noi un remo, loro un altro, una meta in comune: i bisogni del Cliente.

La MIFID si pone come uno spartiacque tra un prima ed un dopo MIFID. Cosa ci può dire di questa normativa e che cosa ne pensa?

La MIFID è una grande opportunità per il mercato italiano, un contesto viziato da ancestrali distorsioni che questo quadro normativo tenderebbe a poter normalizzare. Tuttavia, una opportunità non è detto che si concretizzi come tale. Lo squilibrio e le asimmetrie che caratterizzano il contesto nazionale sono così connaturate, così radicate, e così “difese”, che è facile comprendere che definire nuove regole del gioco non significhi allo stesso tempo un esito fruttuoso e veloce. Il nostro sostanziale oligopolio finanziario rappresenta un ostacolo naturale per una consapevole e informata domanda di servizi e prodotti finanziari, e sotto questo profilo, o sulla carta, la consulenza che la MIFID regolamenta, rappresenterebbe un tassello cruciale che va nella giusta direzione, ovvero quella di legittimare figure professionali capaci, da un lato di colmare, almeno parzialmente, quel gap di conoscenze tecniche e pratiche che sono proprie del risparmiatore-investitore italiano, e dall’altra, temperare l’incontrollabile avidità dimostrata dalle reti, e dalle società di gestione.

Purtroppo l’Italia è un Paese caratterizzato da mille “campanili”, da una infinita schiera di cani sciolti, o dove ognuno va per se, senza fare quadrato e sistema. Poi c’è uno strutturale deficit di informazione e preparazione, gap che nel primo caso può essere colmato con iniziative lodevoli come la Vostra, di pura informazione, oppure con l’attività istituzionale che le singole realtà sanno mettere in campo, in associazione tra di loro, ma anche con l’insostituibile supporto delle autorità di mercato e di vigilanza, un coacervo di inestimabili competenze, poco o per nulla – a mio avviso – orientate ad un metodico lavoro di marketing strategico istituzionale. Qualche cosa si fa, molto o di più si dovrebbe o potrebbe fare. Infine, per colmare la parte più profonda ed ampia di questo gap culturale, occorrerebbe che la scuola, sin da subito, e non solo in ambito specialistico, ponga realmente al centro dei programmi didattici, materie di interesse pratico del cittadino, come appunto la finanza personale. Solo allora il nostro Paese comincerà a diventare un ambito normalizzato, dove ciascuno è capace di valutare e discernere, consapevolmente, tra le infinite possibilità e combinazioni esistenti, o soltanto propinate. In un tale contesto rea
le, come in altri Paesi dove sin dalla scuola dell’obbligo si insegna quali sono le regole del risparmio, o cosa sono gli strumenti finanziari generici, e come funzionano, la MIFID suggellerebbe il tutto, passando da vincolo percepito a opportunità concreta.

Grandi aspettative sono riposte sulla nuova attività di consulenza in investimenti finanziari fee-only. Quali sono le vostre idee in merito e pensate che siano fondate queste attese?

Prenda la nostra società, che ha scelto la strada onerosa, irta e tortuosa di trasformarsi in SIM di consulenza, piuttosto che rimanere una società per azioni e di servizi. Si tratta di una scelta che certamente comporterà oneri e vincoli assolutamente sproporzionati, rispetto ai vantaggi societari connessi. Eppure, si sono scelti tali presupposti (autorizzazione e vigilanza Consob e Banca d’Italia, bilanci certificati, adesione al Fondo di Garanzia dei Depositi, una ridondante organizzazione societaria, solo per citarne i principali), all’unico precipuo scopo di voler e poter garantire alla nostra utenza, e soprattutto a quella potenziale che non ci conosce ancora, i massimi standard qualitativi riconosciuti, sacrifici non richiesti, che dimostrano quanto noi si creda concretamente nel mercato della consulenza, e quanto bisogno ci sarebbe di una comunicazione istituzionale di supporto, affinché il “mercato” sappia che esistiamo, che esistono soggetti come noi di cui avvalersi, e così ché i sacrifici che menzionavo non restino fini a se stessi, ovvero a decremento del Cliente finale.

Poiché i margini connessi ad una attività intellettuale come la consulenza, sono molto limitati rispetto all’impegno profuso, almeno al cospetto di quelli “iperbolici” bancari e parabancari, sarebbe auspicabile per la categoria di consorziare campagne di marketing all’uopo costruite, per innescare e sollecitare una domanda naturale in via di evoluzione. In sintesi, siamo estremamente positivi sulle prospettive della consulenza, ma realisti sulle connesse matrici di resistenza oggettiva. C’è un immenso mercato potenziale ma, perché si creino economie capaci di creare trend, e facilitare i nostri investimenti, occorrerebbe fare massa critica, collaborare, consorziarsi, e richiedere – almeno in questa fase – il fattivo sostegno delle autorità, nell’interesse generale, se non delle banche, certamente degli investitori.

Sul piano pratico, teorico e deontologico, la nostra visione della consulenza non ammette compromessi di sorta. Nessun punto di contatto ci dovrebbe essere, diretto-indiretto, occulto- subliminale, con la promozione, l’intermediazione, il collocamento. Pura attività intellettuale, espressa in forma individuale o organizzata, sotto il controllo delle autorità. Metaforicamente, “come il medico sta al farmacista”, così “il consulente sta all’intermediario finanziario”. La “salute fisica” dei cittadini ha richiesto che ogni forma di “comparaggio farmaceutico” sia bandito dalla legge, e il suo esercizio occulto definito un reato. Per noi, la “salute finanziaria” dei cittadini dovrebbe essere ultra-tutelata, da qualsivoglia sorta di “comparaggio finanziario”, impedendo teoricamente e praticamente alle lobby, di far deviare da questo punto cruciale e imprescindibile.

Facendo sapere pubblicamente a tutti cittadini, con risalto, che con la MIFID si istituisce la figura del “professionista della consulenza patrimoniale” (in forma individuale o societaria), alla stregua di quella del medico, dell’avvocato, o del commercialista solo per citarne alcuni, siamo certi che l’utenza non avrebbe dubbi a riconoscerla come tale, una opportunità in più, e dunque anche riconoscerne il valore e relativo onere, alla stregua di quelli di altri professionisti.

L’attuale impianto presenta zone di incerta opacità, e soprattutto scarsa informazione, tra addetti e non, pur tuttavia va nella giusta direzione, almeno in linea teorica. Occorre fare di più, con i media, mettendoci del nostro, con il passaparola, con l’associazionismo, e soprattutto lavorando sul Cliente, che è il nostro patrimonio e testimonial principale.

Per ultimo ci può dire cosa pensate dei mercati e quali sono le prospettive future, e con quali prodotti potrebbe essere preferibile prendere posizione?

L’ultima delle Sue domande è naturalmente quella a cui è più difficile rispondere, o si rischia di diffondere insane aspettative. Standardizzare e generalizzare, mal si adatta alla questione, ed è molto distante dalla nostra filosofia. Proverò a risponderLe, come siamo soliti fare ad una domanda dai presupposti tanto generici. Nessuno può razionalmente sapere, o credere di sapere, cosa riserverà il futuro. Altrimenti, se fosse possibile prevedere cosa potrà succedere, a qualsiasi livello, si sarebbe materializzata una crisi epocale come quella attuale? Certamente no. Questo, non deriva dal fatto che mancano gli strumenti di misurazione, regressiva o tendenziale, quanto piuttosto perché la materia del contendere, mercati, tassi, rendimenti, divise, materie prime, eccetera, che salgono o scendono, dipende dall’atteggiamento di ciascuno di noi, un fattore che nel tempo tende poi, ed imprevedibilmente, ad autoalimentare processi di massa, sino al punto che diventa tendenza, moda, mania, ossessione. Mentre è del tutto naturale ed umano, sperare di poter conoscere e prevedere il futuro, questo resta una chimera e un miraggio aleatorio. Per risolvere questo rebus esiste secondo noi, e secondo tanti altri più autorevoli esperti, l’esigenza di diversificare, ovvero contenere il rischio, massimizzando le opportunità. Prenda per esempio oggi il rendimento delle attività a brevissima scadenza. Non rendono nulla, in termini nominali e reali, ed in termini relativi o assoluti, oppure su basi storiche. Tuttavia, se da oggi ad un anno, per esempio, altre attività avranno perso maggiore valore, sotto ogni forma, ecco che allora quel rendimento apparentemente nullo, o svantaggioso oggi, rappresenterebbe un risultato acquisito molto attraente.

Fuori da questo, e per assecondare le Sue esigenze di cronaca, posso dirle che i nostri analisti inquadrano questa fase economica all’interno di un processo di lungo periodo, per lo più di matrice deflativa.

Questa evoluzione negativa e controversa è oramai matura di circa dieci anni, e loro sono tuttora incerti che le manovre statali e monetarie adottate, oppure plausibili e tendenziali, siano capaci di invertirla, almeno a breve scadenza. Storicamente queste fasi cicliche richiedono un paio di decenni per esaurirsi, ovvero per riassorbire eccessi ed abusi precedenti (consumi e debito), per l’appunto in un contesto che diventa via via più avverso. Per esempio, mentre a breve la leva fiscale e monetaria fanno da insostituibile “paracadute” all’implosione del sistema, dall’altra spostano e dilatano nel tempo il costo connesso, ovvero richiedendo appena utile o possibile, nuove strette, svalutazioni, crescente pressione fiscale, e sopratutto l’estinzione volontaria o cruenta del debito aggregato, a favore di un maggior tasso di risparmio pubblico e privato. Questa “morigeratezza”, naturale ed artificiale, è caratterizzata da un maggior peso dello stato e dunque della “politica”, un processo complessivo che non depone a vantaggio delle nuove iniziative, o del sistema produttivo, così che si cercano drastici aggiustamenti, e nuovi equilibri, tra domanda e offerta, tra debito e pressione fiscale, tra tassi d’interesse e di cambio, proteggendo il proprio consenso e il proprio elettorato (protezionismo), a colpi di scure, ristrutturando e creando un nuovo scenario cui fare riferimento. Bene, secondo i nostri esperti, attualmente saremmo nella fase di un assestamento di un lunghissimo periodo (generazionale), che vedrebbe crescere la volatilità su tutte le classi di strumenti, ma senza che al contempo emergano nuove e decise tendenze.

Il tam-tam di queste settimane, iper-ottimista, verte naturalmente sulle borse in forte rialzo dai minimi, e sulle prospettive e rischi inflazionistici, dopo quasi un trentennio di discesa di tassi e rendimenti, o di disinflazione. Ovvio guardare a questa possibilità, l’altro ieri, ieri ed oggi che i tassi sono ai minimi secolari, o dopo che le manovre non convenzionali delle banche centrali hanno determinato che i rendimenti a medio-lunga scadenza risalissero sorprendentemente, ovvero testimoniando praticamente le preoccupazioni del mercato per la qualità dei conti pubblici, o per l’inflazione.

Tuttavia il nostro staff sembra particolarmente restio a sposare sin da subito questo scenario, vuoi perché non sono emersi concreti segnali che lo confermino (fuori dalla semplice volatilità), vuoi perché l’esperienza storica sembrerebbe escluderlo. E’ vero che la qualità e la portata del “paracadute” dispiegato dalle autorità è senza precedenti, tuttavia questo “esperimento” non ha garanzia di riuscita (come sono imponderabili gli effetti). Mentre molti fattori attuali farebbero perfettamente scopa con quelli manifestatisi nella “Grande Depressione”, il case-history giapponese, con i suoi ventennali tassi “0”, con le sue svalutazioni, e il suo consolidato “deficit-spending”, oltre che non far dormire sonni tranquilli ai banchieri centrali, dimostra sul piano pratico molti rischi potenziali. La crisi economica del Giappone, avviata a seguito dello scoppio di una bolla azionaria, immobiliare e creditizia, è perfettamente omologa alla nostra attuale, ma con la duplice e nevralgica differenza che tale evoluzione, si è manifestata a fronte di un alto tasso di risparmio interno, e di un pervasivo contributo dalle esportazioni, variabili potenzialmente carenti oggi, o in ravvicinata prospettiva. Di qui il rischio di una protratta fase di stagnazione, che potrebbe significare – in una semplice parola – stagflazione (crescita bassa con inflazione), condizione certamente diversa tanto dalla temuta deflazione, che dall’ iperinflazione, entrambe evocate senza compromessi.

Per noi l’equilibrio di un portafoglio è tutto, a prescindere dalle prospettive congiunturali di crescita o di recessione, oppure strutturali, di inflazione e deflazione.

Ne consegue che, anche in questo momento, non dovrebbero mancare a seconda delle esigenze del singolo portafoglio, titoli obbligazionari a reddito fisso e a tasso variabile (o equivalenti, ma sotto altra forma). Per esempio, sino ad alcuni mesi fa, sul mercato si potevano accumulare, con obiettivo di investimento a lunga scadenza, obbligazioni sovranazionali (BEI, IBRD, EBRD) che presentavano gli estremi ideali per controbilanciare i rischi connessi allo scenario appena descritto, e allo stesso tempo garantire contro il rischio di sorprese opposte. Prezzi a sconto, del 30-35%, e scadenze a 10-11 anni, per un debitore del massimo rating ed affidabilità, erano tutte le credenziali da noi ricercate e selezionate per sostituire un investimento a reddito fisso, ed equivalente durata finanziaria (flussi di capitale certi a scadenza). Mentre il loro flusso cedolare futuro, ancorato da una parte ad un minimo garantito annuo (1-1,5%), e dall’altra all’evoluzione della curva dei tassi (CMS, in questo caso la differenza tra quelli a breve a 2 anni, e quelli a lunga a 10 anni), rappresentavano più di una opzione vantaggiosa nel caso si fosse materializzata una persistente deflazione, dall’altra parte ne riducevano la sensibilità ed il rischio impliciti.

Oggi, e a distanza di poco meno di un anno, questi titoli sono stati rimborsati alla pari anticipatamente, oppure sono prossimi ad esserlo, e altrimenti hanno visto le quotazioni risalire verso la pari, grazie a cedole che sono 4-5 volte quelle di un CCT, oppure pari o superiori a quelle della stragrande maggioranza di BTP e Bund in circolazione.

Ancora esistono delle rare opportunità in questa direzione, da cogliere e da mettere in portafoglio, per tutelare parzialmente il rischio di una deflazione “giapponese”, senza accollarsi viceversa e totalmente quello di un titolo a reddito fisso, nel caso una stagflazione cominciasse ad erodere i benefici delle manovre statali.

Un’altra valida opzione di scelta, e che non dovrebbe mai mancare in nessun portafoglio, sono quei titoli obbligazionari la cui indicizzazione cedolare è connessa all’inflazione (ufficiale, ex componenti volatili). In questa precisa fase del ciclo, e della crisi più in generale, la discesa dell’inflazione ha determinato che il mercato alleggerisse questa tipologia di titoli, che oggi presentano ottime condizioni di accumulazione, per un investimento di media durata (4-6 anni), con rendimenti superiori a quelli di un titolo a reddito fisso, per pari durata, ma senza il rischio che allo stesso deriverebbe, qualora l’inflazione si riproponesse prepotentemente, da qui a alla scadenza naturale.

E sempre per chiudere il cerchio di questo approccio e ragionamento generale, da riconciliare viceversa alle esigenze di ciascuno, ovvero considerando principalmente le proprie esigenze e caratteristiche, poiché c’è sempre il rischio di una imprevedibile evoluzione nei mercati, che riduce la liquidità e la loro funzionalità, un ottimo eccipiente di portafoglio resta quello di una certa quantità di titoli a breve durata (obbligazioni bancarie e assicurative italiane, per fare un esempio e non andare lontani, da comprare sul mercato e mai direttamente dall’emittente), oppure gli imbattibili “CCT” (bistrattati, e che invece, hanno sempre battuto mediamente l’inflazione), quale rifugio ed opportunità, relativi.

Tra le altre classi di strumenti che possono far parte di un portafoglio diversificato, relativamente alla componente azionaria, si dovrebbe guardare al settore telefonico, se il petrolio invertisse tendenza al ribasso, essendo questo un settore sensibile al rischio inflazione (tassi alti) e alle intenzioni di spesa dei consumatori, oppure al settore media ed intrattenimento, ambito nel quale esistono opportunità di valutazione attraente, e prospettive favorevoli, così come tra alcuni mesi, a quello assicurativo, che segue quello bancario con un certo ritardo.

In campo valutario, chi è predisposto ad una diversificazione dall’euro, potrebbe aumentare gradualmente il peso dei dollari e delle sterline, divise sulle quali un eccesso di speculazione, o aleatorie assunzioni, hanno ingenerato alcuni potenziali accessi, che potrebbero anche rientrare. Nel primo caso magari privilegiando un ETF agganciato all’indice delle borse mondiali, e nel secondo caso, a quello sulla borsa inglese. Tutto questo con un contrappeso monetario (liquidità), e obbligazionario, opportunamente selezionati.

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