MC: La Fed e il timing del rialzo dei tassi d’interessi Il nulla di fatto della banca centrale USA spaventa i mercati

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17 settembre 2015. La Federal Reserve per la cinquantacinquesima volta consecutiva lascia i tassi d’interesse invariati, tra lo zero e lo 0,25%. Un record da far invidia al campione di….


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Andrea De Gaetano  –  Senior Portfolio Manager  –  MC Capital Ltd


pugilato Floyd Mayweather, 49 vittorie, zero sconfitte (record dopo il quale il pugile ha deciso di ritirarsi).

Le preoccupazioni per il rallentamento dell’economia cinese e dei mercati emergenti, la volatilità sui mercati finanziari, il rafforzamento del dollaro e il calo dei prezzi  dell’energia hanno prevalso sui miglioramenti dell’occupazione e del prodotto interno USA. La Fed, nel meeting più atteso dell’anno, ha stabilito così di aspettare ancora una volta ad alzare il costo del denaro, prospettando una politica monetaria accomodante ancora a lungo.

Il mercato era particolarmente incerto sull’esito di questo meeting. I futures sui Fed Funds (i tassi a breve) scontavano una probabilità inferiore al 30% di un rialzo a  settembre, mentre il rendimento sui Treasury a due anni lasciava la porta aperta al primo rialzo dei tassi dal 2006.

Il rendimento dei Treasury a due anni nei giorni scorsi aveva infatti superato lo 0,80% di rendimento, livello che non si vedeva dal 2011, quando si iniziò a parlare della fine del programma di Quantitative Easing.

Gli economisti, più ottimisti, erano invece divisi metà e metà, con una lieve percentuale a favore di un nulla di fatto. Molti si aspettavano che la Fed, con un rialzo dei tassi, volesse trasmettere un messaggio di fiducia sull’effettiva ripresa dell’economia USA. Questo messaggio evidentemente non è arrivato.

Al contrario, durante la conferenza stampa, si è parlato addirittura di tassi negativi anche negli Stati Uniti, sebbene la Presidente della Fed Janet Yellen abbia chiarito che “tassi d’interesse negativi non sono qualcosa che abbiamo seriamente considerato oggi”.

I mercati azionari hanno dapprima reagito con il consueto entusiasmo (“bad news is good news”, i tassi rimangono a zero!), accelerando al rialzo, ma non superando il + 1% dalla chiusura precedente. Poi, durante la conferenza stampa, hanno iniziato a oscillare a cavallo della parità con l’andatura incerta di un ospite un po’ alticcio che a fine party si appresta a tornare a casa. S&P500 e Dow Jones hanno concluso la giornata di con cali frazionali, -0,26 e -0,39, mentre il Nasdaq è riuscito a chiudere con un segno verde, a + 0.10%. Il tonfo è arrivato oggi in Europa, con cali a metà giornata superiori al 3%, nonostante una chiusura prevalentemente positiva delle Borse asiatiche.

Reazione opposta per il settore obbligazionario che ha visto salire le quotazioni e scendere i rendimenti, con il Treasury 2 anni USA tornato sotto lo 0,70%, il decennale al 2,15%, il trentennale sotto il 3%. In Europa, i rendimenti erano già scesi ieri, dopo il Bollettino Economico pubblicato ieri dalla BCE che anticipava gli stessi timori di rallentamento economico globale espressi nel pomeriggio dalla Federal Reserve.

Il rinvio del rialzo dei tassi d’interesse ha pesato sul dollaro USA che si è indebolito contro le principali valute, con l’Euro salito fino in area 1,1460 in mattinata.

L’agenda delle prossime riunioni della Fed, non prevede un comunicato stampa nella riunione del 28-28 ottobre e, per tradizione, le banche centrali sono restie a prendere decisioni nell’ultima riunione dell’anno, prima delle festività natalizie. Tuttavia, il 64% degli economisti intervistati da CNBC si attende un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno.

OPERATIVAMENTE E PER CONCLUDERE
La credibilità della Fed esce indebolita da questo meeting, come è uscita indebolita dalla tempesta di quest’estate la banca centrale cinese, che nonostante sforzi immani non è riuscita ad arginare più che tanto il crollo dei listini azionari.

Se la Fed non ha alzato i tassi, nonostante la disoccupazione più che dimezzata negli USA dall’inizio della crisi e un prodotto interno lordo al 3,7% nel secondo trimestre  dell’anno, ci si chiede quanto ci sia da fidarsi della ripresa economica. I mercati azionari, finora sostenuti dal costo del denaro a zero e dalla diffusa pratica buy back (riacquisto di azioni proprie), sono alla ricerca di conferme da parte dell’economia reale, senza le quali faticheranno sempre più a mantenere il cammino ascendente.

Le prospettive restano di maggior volatilità per i mercati azionari e obbligazionari e lasciano intravedere un possibile nuovo indebolimento del dollaro. Le materie prime potrebbero beneficiare dell’indebolimento del dollaro, avendo già in gran parte scontato le prospettive di calo della domanda.

Lo scenario suggerisce di mantenere un’operatività più orientata al trading che all’investimento di lungo periodo. I rendimenti sui bond di alto rating in Euro, Dollari, Sterline e Yen sono ancora sui minimi storici. Le Borse pur non avendo valutazioni “da bolla” hanno multipli sopra la media storica e hanno scontato in anticipo la ripresa economica, che evidentemente è ancora da verificare. Rendimenti più attraenti si trovano o sulle scadenze lunghe, con rischio “duration”, o sulle valute dei Paesi emergenti, per definizione più rischiosi.

Concentriamo quindi rischio e rendimento su una limitata porzione di portafoglio, mantenendo elevata liquidità da usare in ottica di trading. Sull’Euro, nel breve 1,1450-1,1650 è area di vendita, 1,1050-1,080 area di acquisto. Segnali direzionali arriveranno sopra o sotto tali livelli. Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni prima del meeting della Fed, un episodio nello sport ha fatto riflettere sull’importanza del timing. In un momento di trionfo italiano nel mondo, Flavia Pennetta batteva in due set Roberta Vinci nella finale di tennis degli US Open 2015, comunicando a fine match la decisione di abbandonare il tennis, al top della carriera. Come lei, molti altri campioni, fra cui i pugili Mayweather e Rocky Marciano, Bjorn Borg nel tennis, Michel Platini nel calcio, Mark Spitz nel nuoto, hanno avuto la scelta di tempo e l’equilibrio di uscire al momento giusto.

L a Fed ha perso l’occasione del rialzo dei tassi nei mesi passati, quando i dati miglioravano e la bolla cinese non era ancora esplosa. Ora la scelta di tempo diventa più difficile.

21092015

Fonte: BONDWorld.it

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