Il peggior inizio gennaio per gli indici di Borsa dal 2008. Nel caso del Dow Jones Industrial Average, del Dax e del Bloomberg Commodity Index il peggiore mai registrato….
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – MC Capital Ltd
Shock per il crollo dei prezzi del petrolio, a 30 dollari al barile sui minimi dal 2003, nuovi timori sull’economia cinese, al passo più lento dal 1990, primo rialzo dei tassi d’interesse negli USA dal 2006, valori più che dimezzati per materie prime e metalli dal 2011, tensioni geopolitiche fra Isis, attentati, test nucleari in Nord Corea, calo di 33 miliardi di dollari degli utili societari negli USA nel terzo trimestre 2015, stress sul settore dei bond high yield e, in Italia, la vicenda delle quattro banche salvate e commissariate (Banca Etruria, CariFerrara, CariChieti e Banca Marche), a spese di azionisti e sottoscrittori di obbligazioni subordinate.
L’improvviso “crash” che a inizio dicembre avevamo ipotizzato si è verificato. Un ribasso che si spiega come risultato di una somma di fattori più che di un singolo catalizzatore.

Nel contesto attuale, anche i dati positivi, come il netto miglioramento dell’occupazione negli USA , la ripresa del settore dei servizi e manifatturiero europeo o l’aumento di nuovi mutui in Italia, vengono accolti freddamente, poiché allontanano il miraggio che negli ultimi anni ha sostenuto i mercati: la liquidità. Se l’economia reale migliora, le banche centrali avranno meno motivi di stimolarla finanziariamente.
Come sempre, i mercati tendono ad estremizzare, vedendo tutto bianco o tutto nero. In questo momento i mercati azionari, reduci da 6 anni eccezionalmente positivi, si stanno riportando su valutazioni più compatibili con lo scenario economico globale, in rallentamento.
La Cina dal secondo trimestre 2014 ha visto uscire dal Paese quasi 1000 miliardi di dollari, un deflusso di capitali che si spiega a fronte di un 2015 con la crescita meno vigorosa in un quarto di secolo. Il Renmimbi cinese, che dal 2006 al 2014 si era rivalutato di oltre il 35% nei confronti del Dollaro USA, nel corso del 2015 ha ritracciato di meno di un 10% dai massimi.
Quasi nulla, in confronto alle valute di altri Paesi Emergenti come Russia e Brasile che han visto tracollare le proprie valute nazionali di oltre il 60% nei confronti del Dollaro USA dal 2008 a oggi. Ma abbastanza per mettere pressione sul mercato azionario cinese, ancora giovane e in mano agli investitori privati.

Il calo della domanda, a seguito del rallentamento dell’economia cinese, si è tradotto in una discesa dei prezzi delle materie prime e delle valute dei Paesi esportatori.
L’Arabia Saudita, che per paura di essere surclassata dagli USA nella produzione di energia, aveva intrapreso una guerra al ribasso sui prezzi del petrolio, producendone di più, non solo ha messo in ginocchio il settore dello shale oil negli USA, ma sta creando enormi problemi a tutti i produttori di petrolio e perfino a se stessa. Tanto che Emmanuel Kachikwu, il ministro delle risorse petrolifere della Nigeria, ha ipotizzato una prossima riunione OPEC in marzo in cui valutare un taglio alla produzione per risollevare i prezzi.
I recenti sviluppi sull’andamento dei mercati potrebbero indurre la Federal Reserve a temporeggiare su ulteriori rialzi dei tassi d’interessi: il rafforzamento del dollaro USA nei confronti delle principali valute è una minaccia per l’export americano e la partenza in discesa sui mercati azionari induce alla prudenza.
L’inizio del rialzo dei tassi negli USA e il crollo dei prezzi di materie prime ed energia ha ampliato il differenziale di rendimento fra Titoli in valute forti, dette anche hard currencies (come Euro, Franco Svizzero,Dollaro, Yen e Sterlina Inglese) a basso rendimento e volatilità contenuta (finché le banche centrali interverranno) e Titoli in valute deboli o soft currencies dei Paesi Emergenti (come Brasile, Sudafrica, Russia, Messico, Turchia) con rendimenti molto attraenti, ma altrettanto volatili.

Operativamente e per concludere
Nell’ottica di un rimbalzo/ripresa dei prezzi di petrolio e materie prime nel medio periodo investiamo piccole percentuali di portafoglio sui Paesi emergenti e manteniamo la strategia di trading al rialzo e al ribasso sulle scadenze lunghe dei Titoli di Stato Europei e USA.
Per le prossime settimane, sui decennali BTP, teniamo come riferimento area 1,25-1,45% di rendimento come livello di vendita e area 1,75-1,95% come livello di acquisto.
Nei primi mesi dell’anno petrolio e banche centrali resteranno i principali market movers.
Nella seconda parte dell’anno, l’attenzione si volgerà verso le elezioni USA agli inizi di novembre, evento cardine negli sviluppi del contesto geopolitico.
Nel 2015, i mercati azionari europei hanno concluso l’anno con marginali rialzi (+3,80% l’Eurostoxx 50) e maglia rosa al mercato italiano, che ha chiuso l’anno con un rialzo superiore al 12%. I mercati USA hanno chiuso sostanzialmente piatti, con l’S&P500 a -0,77% dal 31 dicembre 2014 al 31 dicembre 2015 e maglia rosa al Nasdaq con un +8,42%. Su entrambe le sponde dell’oceano la volatilità è stata molto elevata, con oscillazioni tra minimi e massimi dell’anno di circa il 30% in Europa, del 14% sull’indice S&P500 e del 25% sul Nasdaq.
Anche per il 2016, ci aspettiamo molte opportunità di trading più che una tendenza univoca durante l’anno e, dopo una fase correttiva tuttora in corso, vediamo le maggiori potenzialità di recupero sul mercato italiano, che vale ancora meno della metà rispetto ai massimi del 2007 e ha forte esposizione al settore bancario ed energetico.
Sul cambio Euro/Dollaro manteniamo una view positiva laterale, con area 1,05 fondamentale per la tenuta dello scenario di recupero dell’Euro, e prime resistenze in area 1,0980-1,1050, sopra le quali si aprirebbero spazi fino al 1,1550-1,18-1,23.
L’eventuale discesa sotto 1,0450 aprirebbe invece la strada verso in minimi in area 0,90, che si videro appena dopo la nascita dell’Euro.
I nostri migliori auguri di buon anno nuovo!
Fonte: BONDWorld.it
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