CALCOLATRICE 3

Mercato del lavoro: una “crisi nazionale” che spingerà la Fed ad agire ancora

La disoccupazione è una “crisi nazionale”, secondo Bernanke. Le prospettive della politica monetaria statunitense nei prossimi trimestri dipenderanno in larga misura dall’andamento del mercato del lavoro. Le prospettive su questo fronte restano grigie: la disoccupazione a lungo termine si sta aggravando e lo stock di disoccupati scenderà molto lentamente. In mancanza di interventi fiscali è probabile che la Fed ritenga prioritari ulteriori interventi di stimolo monetario, pur sapendo che non risolvono il problema alla radice. ….


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Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti non scende. A settembre la disoccupazione era al 9,1%, solo un decimo al di sotto della media da inizio anno. I nuovi occupati non agricoli sono aumentati in media di +119 mila unità da gennaio 2011; nel solo settore privato la variazione media da inizio anno è stata di +159 mila posti. Nel 2011, il settore pubblico ha eliminato in media 29600 posti al mese, così divisi fra livelli di Governo: Governo federale, -3600 al mese, stati -5600 al mese, enti locali -20300 al mese. Nell’indagine presso le famiglie (Current Population Survey, CPS), la variazione media mensile di occupati è stata pari a 91 mila unità da inizio anno. La forza lavoro è aumentata in media di 109 mila unità da febbraio a settembre 2011. Questi dati spiegano perché il tasso di disoccupazione non scende: la creazione media di nuovi posti è pressoché uguale alla crescita della forza lavoro. Difficilmente nel 2012 i flussi di occupati e di forza lavoro saranno radicalmente più favorevoli rispetto a quanto visto nel 2011.

1. Prospettive per il mercato del lavoro: non si vede la luce alla fine del tunnel, anche se l’occupazione continuerà a crescere
Le indicazioni dalle imprese e dalle famiglie sulle prospettive dell’occupazione non danno segnali di potenziale accelerazione della crescita occupazionale. Il drenaggio di posti da parte del settore pubblico proseguirà nel 2012, alla luce dei dati riguardo ai budget di stati ed enti locali, soprattutto in assenza di rinnovo di trasferimenti di fondi dal Governo federale (v. figg. 1 e 2). I dati sulla distribuzione per durata della disoccupazione mostrano che i nuovi occupati sono probabilmente anche i nuovi entranti sul mercato del lavoro, mentre per i disoccupati di lungo termine più passa il tempo e più scendono le probabilità di trovare lavoro. La dimensione del fenomeno è tale da giustificare la definizione di Bernanke di “crisi nazionale”. La percentuale di disoccupati da meno di 27 settimane è su livelli relativamente normali per la fase ciclica. Come mostrano le figure 7, 8 e 9, invece, la percentuale di disoccupati da più di 27 settimane, e in particolare quella da più di 52 e da più di 99 settimane, continua ad aumentare ed è su livelli mai visti prima (gran parte delle serie iniziano nel 1948).
Un lavoro del BLS3 analizza la durata della ricerca prima che un disoccupato trovi lavoro o smetta di cercare. Prima della recessione (nel 2007) la durata mediana della ricerca di lavoro era pari a 5 settimane, a fine 2010 era raddoppiata a 10 settimane. La durata mediana della ricerca prima di abbandonarla non avendo trovato lavoro era pari a 8,5 settimane nel 2007, e pari a 20 settimane a fine 2010. Fra il 1998 e il 2008, in media circa metà dei disoccupati trovava lavoro in meno di 5 settimane; meno del 3% dei disoccupati che trovavano lavoro era disoccupato da più di 52 settimane. Nel 2010, solo il 34% dei disoccupati che trovavano lavoro erano disoccupati da meno di 5 settimane, mentre l’11% era disoccupato da più di un anno. I dati sui flussi nel mercato del lavoro forniscono anche una stima della probabilità di trovare lavoro in base alla durata della disoccupazione. Un individuo disoccupato da meno di 5 settimane ha una probabilità del 30% di trovare un lavoro, un disoccupato da più di 27 settimane ha il 10% di probabilità.
Per dare una dimensione concreta al problema, i numeri di settembre 2011 sono indicativi. I disoccupati totali erano 13,99 milioni, i disoccupati da più di 27 settimane erano 6,2 milioni. Il tasso di disoccupazione allargato (definito U6 nelle serie del BLS) che include i disoccupati (13,99 milioni, 9,1%), i disoccupati scoraggiati (1,037 milioni, 0,6%) e gli individui marginalmente attaccati alla forza lavoro (2,51 milioni, 0,8%) più i lavoratori part-time per motivi economici (9,11 milioni, 6%), era pari al 16,5% (18,87 milioni). Pertanto, circa 19 milioni di persone non percepiscono reddito da lavoro e 9,1 milioni percepiscono un reddito da lavoro ridotto (v. figg. 5 e 6). Gli occupati totali a settembre erano pari a 140 milioni di persone.
Con la fine dei fondi federali per l’estensione dei sussidi fino a 99 settimane, a regime i disoccupati che percepiranno un sussidio saranno quelli senza lavoro fino a 26 settimane. Sulla base dei dati di settembre, i disoccupati senza reddito sarebbero pari a 6,2+2,51+1,037= 9,7 milioni di persone. Ogni mese, dal 2009, in media 2,900 milioni di individui lasciano lo status di disoccupato e abbandonano la forza lavoro; in media ogni mese circa 2,4 milioni di persone passano dallo status di disoccupato a quello di occupato (v. fig. 10).
Il sentiero del tasso di disoccupazione dipende anche dall’andamento del tasso di partecipazione. Le tendenze demografiche danno un contributo concreto al contenimento della disoccupazione, con l’aumento della coorte dei pensionati che continuerà a comprimere il tasso di partecipazione complessivo.
Un semplice esercizio permette di quantificare la difficoltà del problema. Ipotizzando nel 2012 un andamento simile a quello del 2011, un aumento della forza lavoro di 0,8% e degli occupati dell’1% (circa 120 mila posti al mese), si otterrebbe un calo del tasso di disoccupazione di 2 decimi. Se i nuovi posti andassero in gran parte ai nuovi entranti, l’effetto sullo stock di disoccupati esistenti sarebbe irrisorio, con una riduzione di circa 175 mila disoccupati “esistenti”, probabilmente quelli con durata della disoccupazione più breve, entro le 27 settimane. Il problema strutturale non verrebbe minimamente intaccato dalla crescita occupazionale, considerando i numeri elencati nei paragrafi precedenti. Nel caso più favorevole di accelerazione della dinamica occupazionale a +150 mila posti al mese, il calo atteso del tasso di disoccupazione sarebbe di circa 4,5 decimi, in assenza di aumenti del tasso di partecipazione dovuti a una riduzione dei disoccupati scoraggiati. In questo caso, la riduzione di disoccupati preesistenti sarebbe pari a 590 mila unità. Il tasso di disoccupazione potrebbe quindi calare da 9,1% a un intervallo compreso fra 8,9% e 8,6%, con una crescita mensile di occupati compresa fra 120 mila e 150 mila.

2. La distanza del tasso di disoccupazione effettivo da quello di equilibrio spingerà la Fed a intervenire ancora
Le proiezioni della Fed diffuse a giugno erano più ottimistiche di come sono ora: a fine 2012 il tasso di disoccupazione era previsto in un intervallo compreso fra 7,8 e 8,2%, pur restando molto lontane dal tasso di disoccupazione di equilibrio, stimato fra 5,2 e 5,6%. Alla prossima riunione del FOMC (1-2 novembre), le proiezioni verranno significativamente riviste, verso l’alto per il tasso di disoccupazione e verso il basso per la crescita.
Anche ipotizzando un aumento della disoccupazione strutturale a un intervallo superiore a quello stimato dalla Fed e vicino al 6,5-7% come indicato per esempio dall’IMF e da diversi lavori della San Francisco Fed, in gran parte il freno all’aggiustamento del mercato del lavoro deriva dalla relativa debolezza della crescita della domanda e dalla conseguente modesta creazione di nuovi posti di lavoro. Guardando la relazione fra tasso di disoccupazione e crescita, la vera differenza rispetto ai cicli passati si trova nell’ampiezza della correzione del PIL. La relazione che si ottiene con la legge di Okun non è radicalmente cambiata nei diversi decenni. Anche utilizzando una curva di Beveridge costruita con i dati della Job Openings and Labor Turnover Survey (JOLTS) del BLS, si osserva uno spostamento verso destra della curva, coerente con un aumento della disoccupazione strutturale, ma non di entità drammatica.
Quello che manca in questa ripresa è la crescita, e i dati sono in linea con l’evidenza di Reinhart- Rogoff sui lunghi e profondi aggiustamenti successivi a recessioni con crisi finanziarie. La politica monetaria non è in grado di risolvere i problemi della disoccupazione di lungo termine e della riduzione dello stock di debito delle famiglie. Tuttavia, la politica monetaria può contribuire a sostenere la crescita. Evitando questioni “normative” riguardo a quello che è opportuno che la politica monetaria faccia, e guardando invece quello che la Fed è intenzionata a fare, il messaggio del FOMC appare coerente con la previsione di ulteriori interventi di sostegno alla crescita per limitare i costi macroeconomici derivanti da questo aggiustamento straordinariamente lento (v. figg. 3 e 4).
I verbali della riunione del FOMC di settembre riportano notevoli aperture per nuove azioni di stimolo monetario. Il Comitato rileva che le informazioni sull’economia indicano crescita debole, con significativi rischi verso il basso e maggiore vulnerabilità a shock avversi. Di fronte al peggioramento dello scenario di crescita, “la maggior parte dei membri” del Comitato concorda sulla necessità di ulteriore stimolo monetario. A settembre si sono nuovamente discusse le alternative disponibili. 1) Tre opzioni di intervento sul bilancio: reinvestimento delle scadenze, allungamento della durata del portafoglio e ampliamento del portafoglio attraverso un nuovo programma Large Scale Asset Purchase. Le prime due opzioni sono state già attuate e la discussione segnala che la terza, un QE3, è chiaramente nel radar della Fed, con “diversi partecipanti” convinti che sia uno “strumento potenzialmente più potente che deve essere tenuto come un’opzione nel caso in cui fosse necessario ulteriore stimolo”, anche se “alcuni” ritengono che questo strumento dovrebbe essere riservato a situazioni in cui “il rischio di deflazione è elevato”. 2) Modifica della comunicazione e condizionalità della guida sui tassi a espliciti livelli delle variabili macroeconomiche. 3) Riduzione del tasso di interesse pagato sulle riserve: su questo punto, l’incertezza relativa agli effetti sul funzionamento del mercato
monetario richiede ulteriori informazioni.
In conclusione, vi è un ampio consenso all’interno del FOMC per nuovi interventi di stimolo monetario. Sembra probabile che, avendo appena intrapreso un nuovo programma, il Comitato possa considerare nelle prossime riunioni, forse già a novembre con la pubblicazione delle proiezioni macroeconomiche, interventi più limitati, annunciando modifiche della comunicazione. Alla luce delle opinioni emerse dalla riunione e delle prospettive grigie del mercato del lavoro, non è da escludere che il FOMC consideri seriamente un QE3 all’inizio del 2012. Su questo punto, è da notare che una chiarificazione sugli obiettivi della politica monetaria nei prossimi mesi potrebbe aprire la strada a un nuovo programma di acquisti nel trimestre successivo: l’assenza di miglioramento atteso sul fronte della disoccupazione potrebbe prevalere sull’evidenza di rialzo persistente dell’inflazione core (v. figg. 11 e 12).

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3 R. Ilg, How long before the unemployed find jobs or quit looking? Issues in Labor Statistics, Bureau of Labor Statistics, maggio 2011.


Fonte: Intesa San Paolo Spa


Certificazione degli analisti

Gli analisti finanziari che hanno predisposto la presente ricerca, i cui nomi e ruoli sono riportati nella prima pagina del documento dichiarano che:

  1. Le opinioni espresse sulle società citate nel documento riflettono accuratamente l’opinione personale, indipendente, equa ed equilibrata degli analisti;

  2. Non è stato e non verrà ricevuto alcun compenso diretto o indiretto in cambio delle opinioni espresse.

Comunicazioni importanti

La presente pubblicazione è stata redatta da Intesa Sanpaolo S.p.A. Le informazioni qui contenute sono state ricavate da fonti ritenute da Intesa Sanpaolo S.p.A. affidabili, ma non sono necessariamente complete, e l’accuratezza delle stesse non può essere in alcun modo garantita. La presente pubblicazione viene a Voi fornita per meri fini di informazione ed illustrazione, ed a titolo meramente indicativo, non costituendo pertanto la stessa in alcun modo una proposta di conclusione di contratto o una sollecitazione all’acquisto o alla vendita di qualsiasi strumento finanziario. Il documento può essere riprodotto in tutto o in parte solo citando il nome Intesa Sanpaolo S.p.A.

La presente pubblicazione non si propone di sostituire il giudizio personale dei soggetti ai quali si rivolge. Intesa Sanpaolo S.p.A. E le rispettive controllate e/o qualsiasi altro soggetto ad esse collegato hanno la facoltà di agire in base a/ovvero di servirsi di qualsiasi materiale sopra esposto e/o di qualsiasi informazione a cui tale materiale si ispira prima che lo stesso venga pubblicato e messo a disposizione della clientela. Intesa Sanpaolo S.p.A. e le rispettive controllate e/o qualsiasi altro soggetto ad esse collegato possono occasionalmente assumere posizioni lunghe o corte nei summenzionati prodotti finanziari.


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I market mover della settimana

Nell’area euro, sono attesi i dati sulla produzione industriale in Italia, Francia e nell’intera Eurozona (che dovrebbero mostrare un rallentamento nel mese di marzo). Ma soprattutto alla fine della settimana è in calendario la lettura preliminare dei dati di contabilità nazionale del 1° trimestre: quasi ovunque si vedrà un rafforzamento del ciclo, particolarmente evidente in Germania e Francia, mentre la crescita del PIL dovrebbe attestarsi solo poco sopra lo zero in Italia e Spagna; ancora attanagliati dalla crisi resteranno i paesi minori della periferia.

La settimana è densa di market mover negli Stati Uniti. I dati sui prezzi di aprile confermeranno le forti pressioni verso l’alto sugli indici headline di CPI, PPI e prezzi all’import dovuti ai rincari delle materie prime. Le vendite al dettaglio sempre di aprile saranno in parte gonfiate da effetti prezzo. La fiducia delle famiglie dovrebbe riprendersi lievemente per il secondo mese consecutivo a maggio, dopo che a marzo era stato toccato un minimo da novembre del 2009.

Infine, la bilancia commerciale di aprile dovrebbe registrare un altro allargamento del deficit.

Martedì 10 maggio

Area euro

Francia. La produzione industriale è vista in rallentamento a 0,3% m/m a marzo (dopo lo 0,4% m/m di febbraio). L’output risulterebbe così in crescita di un robusto 2,1% t/t (dall’1% t/t di 3 mesi prima) e di 4,6% a/a (in lieve rallentamento da 5,6% a/a di febbraio). Le indagini congiunturali segnalano un prosieguo del trend di ripresa nei prossimi mesi.

Italia. La produzione industriale è vista ancora in aumento a marzo, stimiamo di almeno 0,7% m/m (la metà del ritmo di crescita visto a febbraio). Su base annua l’output (dopo il 2,3% a/a registrato a febbraio) rallenterebbe a 1,6% per effetto del minor numero di giorni lavorativi,ma, se corretto per quest’effetto, accelererebbe a 3,9% (massimo nell’anno). Sul trimestre pesa ancora la brusca contrazione di gennaio, che fa sì che per la media dei primi tre mesi dell’anno la produzione risulti in pratica stagnante; tuttavia, è in vista un forte recupero nel trimestre in corso.

Stati Uniti

I prezzi all’import ad aprile sono visti ancora in crescita ma in rallentamento rispetto a marzo, a +1,5% m/m da +2,7% m/m precedente. Ancora una volta l’aumento del prezzo del petrolio importato (stimiamo di +4,2% m/m) spiegherà gran parte dei prezzi all’import, che al netto di tale fattore crescerebbero della metà (0,7% m/m). Su base annua i prezzi all’import accelererebbero a 10,1% da 9,7% a/a. I prezzi all’export sono visti in rallentamento a 0,5% m/m (da 1,5% m/m precedente) e a 8,9% a/a (da 9,5% a/a di marzo).

Mercoledì 11 maggio

Stati Uniti

Il deficit della bilancia commerciale a marzo dovrebbe allargarsi a 47 miliardi di dollari, da 45,8 miliardi di febbraio, per via principalmente di un aumento dei prezzi all’import (+2,7% m/m) connesso ai rincari energetici (petrolio importato +10,5% m/m), a fronte di rialzi più moderati

dei prezzi alle esportazioni (+1,5% m/m).

Giovedì 12 maggio

Area euro

Francia. Ad aprile, i prezzi al consumo sono visti in crescita di 0,2% m/m (con qualche rischio verso l’alto), dopo lo 0,8% m/m di marzo (0,9% m/m armonizzato). L’inflazione dovrebbe rimanere al 2% a/a sulla misura nazionale, mentre potrebbe scendere di un decimo al 2,1% a/a sull’armonizzato. L’aumento dei prezzi sarebbe trainato ancora dai rincari di energia ed alimentari, mentre il CPI core potrebbe aumentare di appena un decimo nel mese e rimanere su livelli del tutto contenuti (appena sopra l’1%) su base annua.

La produzione industriale roduzione nell’area euro potrebbe essere aumentata di 0,2% m/m a marzo dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Sarebbe il sesto mese consecutivo di aumento. L’output

manterrebbe un buon ritmo di crescita nel trimestre, sia pur rallentando a 1,2% t/t da 1,9% t/t di fine 2010. Sull’anno la produzione rallenterebbe a 6% dopo il 7,5% del mese precedente. Le indagini congiunturali segnalano il mantenimento di una buona impostazione dell’output anche per i prossimi mesi.

Stati Uniti

Le vendite al dettaglio di aprile sono previste in aumento di 0,5% m/m, dopo lo 0,4% m/m di marzo. Sarebbe il decimo mese consecutivo di aumento. Al netto delle auto, le vendite potrebbero salire di 0,7% m/m dopo lo 0,8% m/m di marzo. I dati delle vendite settimanali sono misti, con indicazioni positive da Redbook (+1,3% m/m) e negative da ICSC (-0,8% m/m). In ogni caso, l’incremento delle vendite previsto per aprile sarà almeno in parte gonfiato dall’effetto-prezzo.

Il PPI ad aprile è visto in crescita di 0,8% m/m, dopo lo 0,7% m/m di marzo. Il PPI core dovrebbe aumentare di 0,3% m/m, come a marzo. L’energia continuerà a spiegare gran parte dei rincari, con un 2% atteso dopo il 2,6% di marzo. Il prezzo dei beni intermedi potrebbe continuare in un trend di rallentamento, a 1% m/m dopo l’1,5% m/m di marzo. Il prezzo delle materie prime è visto tornare a salire dopo il calo (-0,5% m/m) registrato a marzo.

Venerdì 13 maggio

Area euro

Le stime preliminari sulla crescita del PIL nel 1° trimestre 2011 dovrebbero mostrare quasi ovunque un rafforzamento del ciclo rispetto a fine 2010. La crescita più brillante dovrebbe essere messa a segno dalla Germania (nostra stima: +1% t/t; +4,4% a/a), spinta non solo dal recupero delle costruzioni dopo il crollo di fine 2010 legato alle condizioni meteo, ma anche da un “genuino” recupero per gli investimenti in macchinari e da un export sempre vivace. Anche la Francia dovrebbe esibire un ottimo ritmo di sviluppo (stimiamo un +0,8% t/t; +2% a/a), grazie a un’accelerazione degli investimenti delle imprese e a un’inversione dell’eccezionale impatto negativo delle scorte visto il trimestre precedente (e nonostante un probabile rallentamento dei consumi delle famiglie). Meno brillante il PIL in Italia e Spagna (stimiamo uno 0,2% t/t per entrambe, con qualche rischio al ribasso specie nel caso iberico).

Quasi pleonastico ricordare i rischi verso il basso sui paesi attanagliati da crisi strutturali (Grecia, Portogallo, Irlanda). In ogni caso, trainato dai paesi maggiori, il PIL area euro potrebbe salire di 0,7% t/t (dopo lo 0,3% t/t dei due trimestri precedenti), per un’accelerazione su base annua a 2,3% dal 2% di fine 2010.

Stati Uniti

Il CPI a marzo è atteso in aumento di 0,6% m/m, dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Il CPI core dovrebbe registrare un incremento di appena un decimo come il mese precedente. L’inflazione annua salirebbe a 3,1% headline (da 2,7% di febbraio) e a 1,3% ex food and energy (da 1,2% precedente). Nel mese, l’energia dovrebbe vedere un’accelerazione a 4,6% m/m, spinta dal +7,6% m/m della benzina. I prezzi potrebbero scendere per il terzo mese consecutivo nell’abbigliamento; l’istruzione è vista mantenere una dinamica sostenuta (+0,4% m/m); gli affitti figurativi manterranno il ritmo di un decimo visto nei sei mesi precedenti.

La fiducia delle famiglie rilevata dall’Univ. of Michigan a maggio (preliminare) dovrebbe mostrare una (modesta) ripresa per il secondo mese consecutivo, a 70,2 da 69,8 di aprile (dopo il crollo di marzo a 67,5). Saranno molto importanti i dati sulle aspettative di inflazione, che hanno assunto crescente importanza nella retorica della Fed: ad aprile le aspettative a 1 anno erano rimaste al 4,6% (massimo da agosto 2008), quelle a 5 anni erano scese a 2,9% (da 3,2% di marzo che rappresentava un massimo anch’esso dall’agosto del 2008).


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