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Mercato del lavoro USA: ancora più ombre che luci

Il mercato del lavoro statunitense appare in un limbo: la crescita della domanda finale accelera, ma quella degli occupati no. I dati lasciano aperta la valutazione di quanto questo fenomeno sia il risultato di fattori strutturali. Anche un’accelerazione della domanda di lavoro nei prossimi trimestri non riuscirà a riassorbire i milioni di disoccupati di lunga durata, complicando le scelte di politica economica del 2011-12…


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Le variabili che tipicamente descrivono lo stato del mercato del lavoro registrano tiepidi miglioramenti, benché la recessione sia ufficialmente finita da 18 mesi. Un tasso di disoccupazione che oscilla fra il 9 e il 9,8% da un anno, una creazione media di posti di lavoro nel settore privato nel 2010 vicina a 110 mila unità, sussidi di disoccupazione in calo, ma sempre sopra 400 mila, danno un quadro ancora grigio del mercato del lavoro. Come recita il comunicato del FOMC di gennaio, “la ripresa economica continua, ma a un ritmo che è stato insufficiente a determinare un miglioramento significativo delle condizioni del mercato del lavoro”. La creazione di solo 50 mila posti di lavoro nel settore privato a gennaio conferma un quadro problematico per l’occupazione, anche se le informazioni di gennaio sono influenzate negativamente dal clima avverso di gennaio.
Guardando a un insieme ampio di indicatori, si conferma un quadro fatto di qualche luce e di molte ombre per il mercato del lavoro, con due elementi centrali contrastanti: 1) da un lato, il fattore positivo è che gli indicatori del ritmo di crescita di nuovi posti sono positivi, anche se non sono stati per ora accompagnati da un effettivo miglioramento; 2) dall’altro, la perdita di posti vista in questo ciclo lascia una cicatrice duratura sulla situazione strutturale del mercato del lavoro, con un tasso di disoccupazione di lungo termine più elevato, un tasso di partecipazione più basso e una crescita potenziale più contenuta. Anche una significativa ripresa della dinamica occupazionale difficilmente porterà a un calo significativo del tasso di disoccupazione nel prossimo biennio: pertanto la politica monetaria difficilmente invertirà tendenza per tutto il 2011, e forse anche per parte del 2012.

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Prima le notizie quasi buone: la dinamica dell’occupazione privata dovrebbe accelerare…
I nuovi occupati a dicembre sono stati pari a 121 mila; la media del 2010 ha visto una dinamica molto moderata, di 75 mila nuovi posti mensili, e di 139 mila nuovi posti nel settore privato. Se si esclude il periodo che inizia con la recessione del 2007, la creazione media di posti nel settore privato dal 1990 in poi è stata di 117900 posti. La creazione di nuovi posti a 18 mesi dalla fine della recessione non è lontana da quella della media storica, quello che contraddistingue questo ciclo è il crollo degli occupati della recessione e la sua durata. I dati di gennaio sono stati una doccia fredda in termini di nuovi occupati non agricoli, con una creazione di solo 50 mila posti nel settore privato e di solo 32 mila nei servizi privati. Una parte consistente della debolezza dei dati di gennaio è però dovuta al clima avverso, che ha portato a un calo di 32 mila nelle costruzioni e a un netto aumento delle persone che non hanno lavorato per via del tempo (886 mila da 283 mila di dicembre). In più i dati sono di difficile interpretazione per via delle revisioni dei benchmark per la stima degli occupati di entrambe le indagini presso le famiglie e le imprese.
Inoltre, non si può ignorare il fatto che tutte le indagini di settore sono in chiara accelerazione per la componente occupati e dovrebbero preludere a una dinamica più sostenuta in un futuro relativamente prossimo.

Una parte della debolezza della crescita occupazionale in questo ciclo è legata all’occupazione nel settore pubblico, un’altra parte alla lentezza con cui il settore privato sta recuperando il livello occupazionale precedente la recessione. Come appare dal grafico qui sopra, il livello degli occupati rimane ampiamente inferiore a quello di fine 2007 (a dicembre 2010, inferiore di 7,228 milioni rispetto a tre anni prima, e sui livelli di marzo 2004). L’occupazione nel settore pubblico agiva da stabilizzatore nei cicli precedenti, con una creazione “regolare” di circa 20 mila posti al mese. In questo ciclo, l’occupazione del settore pubblico è un fattore negativo che ha eliminato posti di lavoro da giugno 2009 in poi. Il livello degli occupati pubblici a dicembre 2010 era al di sotto del livello di settembre 2007. Sulla base delle proiezioni fiscali di stati ed enti locali, questo calo di 10-20 mila posti al mese probabilmente proseguirà nel prossimo biennio, e potrebbe addirittura accelerare se il governo federale non rinnoverà i trasferimenti che vengono a scadere quest’anno. Nella migliore delle ipotesi, il settore pubblico nel 2011 eliminerà circa 250 mila posti.

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Qual è lo scenario per il mercato del lavoro dal lato del settore privato? Tutte le indagini presso le imprese puntano nella stessa direzione: il ritmo della crescita occupazionale dovrebbe accelerare. Gli indici coincidenti nelle indagini sul mercato del lavoro sono in territorio espansivo. La relazione fra componente occupazione dell’ISM manifatturiero e nuovi occupati non agricoli privati sarebbe coerente con una creazione di circa 250-300 mila posti; l’indice occupazione dell’ISM non manifatturiero è però meno sostenuto e “spiega” la lentezza della ripresa occupazionale. I servizi hanno eliminato posti più che in una “normale” recessione e non li hanno riaperti dopo la fine della recessione. Le indicazioni dell’ISM non manifatturiero finora sono in linea con un ritmo di creazione di occupati privati di circa 100 mila al mese. Il ruolo trainante del commercio estero e della ricostituzione dei magazzini sul settore manifatturiero nel 2010 spiega l’accelerazione maggiore dell’industria rispetto ai servizi, tuttavia questo ciclo rimane anomalo per l’espulsione di occupati dal settore servizi.

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Le aspettative registrate dalle indagini di settore segnalano miglioramento. Philadelphia Fed, Empire, NFIB, NABE riportano intenzioni di assunzione in aumento nel 2011. Nelle domande supplementari del mese, l’indagine della New York Fed rivela che poco più del 50% delle imprese riporta programmi di aumento dei dipendenti nel prossimo anno, contro circa 15% di imprese che prevedono di ridurre la forza lavoro. Il 77% delle imprese che prevedono di aumentare i dipendenti danno come motivo principale l’aspettativa di un aumento delle vendite.
Nell’indagine della Philadelphia Fed di gennaio, su un orizzonte di 6 mesi, il 38,2% delle imprese intende aumentare gli occupati, il 7,2% intende ridurli e il 50,8% intende mantenerli sui livelli attuali. L’indagine condotta dalla National Association of Business Economists nel 4° trimestre 2010 presso le imprese, rileva che il 49% degli intervistati intende aumentare gli occupati, contro un 29% a inizio 2010. La percentuale di imprese che intende ridurre l’organico scende a 7% da 23% di inizio anno. L’indagine delle piccole imprese dell’NFIB registra un aumento dell’indice relativo ai programmi di assunzione a 6 mesi nel mese di dicembre 2010, sui massimi da settembre 2008. I nuovi sussidi di disoccupazione sono tornati su livelli vicini a 400 mila, che non si vedevano dal 2008, e danno sostegno alla previsione di accelerazione della dinamica occupazionale. La crescita di occupati nel settore privato dovrebbe porsi fra 150 e 200 mila posti al mese nel 2011.

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… poi le brutte notizie: come riassorbire un esercito di disoccupati, sotto-occupati e scoraggiati?
Una crescita a questi ritmi potrebbe portare a un calo del tasso di disoccupazione solo se il tasso di partecipazione si stabilizzerà sugli attuali bassissimi livelli. Un tasso di partecipazione a 64,2% come a gennaio 2011 implicherebbe il mantenimento dell’ampia percentuale di disoccupati scoraggiati e l’uscita dalla forza lavoro di una parte consistente di individui attualmente disoccupati da molte settimane. Anche ipotizzando una maggiore crescita di occupati nei prossimi trimestri, come appare dai grafici di queste pagine, questo ciclo ha eliminato posti a un ritmo senza precedenti nella storia del secondo dopoguerra. In assenza di flussi di domanda adeguati a riassorbirlo, questo gigantesco pool di individui disoccupati, sotto-occupati o non più attaccati alla forza lavoro rappresenta l’eccesso di offerta che giustifica la Fed nel suo sentiero di politica monetaria super-espansiva, ma è anche la causa di un probabile aumento del tasso di disoccupazione di equilibrio.
Le indicazioni relative alla natura strutturale dell’aumento della disoccupazione e del calo di partecipazione non sono migliorate nell’ultimo anno. I dati raccolti con l’indagine JOLTS del BLS (vedi grafici sotto), mostrano un aumento delle posizioni aperte da metà 2009, ma un ritmo di assunzioni stagnante. La curva di Beveridge in questo ciclo si mantiene spostata verso l’alto, anche 18 mesi dopo la fine della recessione: alcuni lavori segnalano che c’è un ritardo fra l’apertura di nuovi posti e l’aumento degli occupati effettivi, ma come mostra il grafico di sinistra qui sotto, in questo ciclo la divergenza fra “openings rate” e “hires rate” è molto più marcata che nel ciclo precedente.

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Lo stesso messaggio emerge dai livelli di occupati e disoccupati (vedi grafici qui sotto), paragonati con il numero di posizioni aperte. La percentuale di disoccupati a lungo termine non accenna a diminuire. A dicembre, il 44,3% dei disoccupati, per un totale di 6,4 milioni di persone, era disoccupato da più di 27 settimane e la durata media della disoccupazione era pari a 36,9 settimane, in rialzo da 34,2 di dicembre, addirittura al di sopra del picco ciclico a 34,8
settimane a giugno 2010 (vedi tabella). Il picco precedente era a 21,6 settimane nei primi anni Ottanta.

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Un’accelerazione della crescita degli occupati intorno a 150-200 mila mensili assorbirebbe i nuovi entranti sul mercato del lavoro, ma lascerebbe disoccupati o sotto-occupati i senza lavoro di lunga durata, anche a parità di tasso di partecipazione. I dati dall’indagine JOLTS insieme a quelli sulla durata della disoccupazione e sulla dimensione della sotto-occupazione non fugano i dubbi riguardo a un aumento della disoccupazione strutturale. La stessa Fed ha alzato la propria stima di disoccupazione di lungo termine in misura consistente. A novembre 2010, la tendenza centrale per il tasso di disoccupazione di lungo termine è stata portata a un intervallo fra 5 e 6%, da un intervallo fra 5 e 5,3% delle stime precedenti.

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E’ lecito domandarsi se, e non solo quando, questo esercito di disoccupati e sottoccupati e individui scoraggiati verrà riassorbito. La crescita modesta di occupati del 2010 ha consentito una stabilizzazione e un modesto calo del tasso di disoccupazione grazie al simultaneo calo della forza lavoro. Il livello della forza lavoro è sempre cresciuto fino a ottobre 2008 e da allora è sceso di 0,8%. A fine 2010, la partecipazione è scesa a 64,3% da 64,8% di inizio anno e da una media di 65,9% nei 5 anni precedenti. Il tasso di partecipazione alla fine della recessione era pari a 65,6%. Una parte del calo della partecipazione è dovuto alla componente demografica, ma una parte consistente è dovuta alla durata della disoccupazione e alle condizioni del mercato del lavoro. La componente demografica agisce sul tasso di partecipazione attraverso la variazione del peso delle classi di età che hanno tassi di partecipazione diversi. L’aumento della percentuale di individui con più di 55 anni nella popolazione complessiva si riflette con un calo della partecipazione media, poiché la coorte con più di 55 anni ha un tasso di partecipazione nettamente inferiore alla media (anche se si osserva un trend verso l’alto in questa categoria di età). La componente demografica ha inciso per circa 0,3pp sul calo di 1,3pp del tasso di partecipazione dalla fine della recessione, e nei prossimi anni le proiezioni del CBO vedono un calo del tasso di partecipazione di circa un decimo all’anno per motivi demografici. Pertanto, se il mercato del lavoro migliorasse, si dovrebbe osservare un recupero di circa 1pp del tasso di partecipazione, che porterebbe a un rialzo del tasso di disoccupazione anche in presenza di una dinamica di nuovi posti di circa 200 mila al mese. Inoltre, i disoccupati di lunga durata resteranno una percentuale ampia dei disoccupati totali e in assenza di un sistema di welfare federale rappresenteranno un significativo freno alla ripresa e un insormontabile dilemma per la politica fiscale.

Conclusioni

Il quadro del mercato del lavoro rimane estremamente fragile negli Stati Uniti e continuerà a spingere la Fed sulla strada dell’espansione monetaria, probabilmente al di là della fine del 2011, sia in termini di tassi, sia in termini di dimensione del bilancio. La distanza fra la disoccupazione attuale (9%) e il tasso di disoccupazione di equilibrio (stima Fed: 5,3-6%) è tale che anche con un aumento modesto della partecipazione nel prossimo anno, la Fed potrà continuare a considerare necessario mantenere la stance super-espansiva della politica monetaria per tutto il 2011. Lo scontro politico in Congresso fra Repubblicani, che hanno come priorità il rientro del deficit senza rialzi di imposte, e i Democratici, che hanno come priorità il rientro del tasso di disoccupazione, bloccherà interventi di politica fiscale. La conseguenza diretta sarà la fine dei trasferimenti agli stati, senza rinnovi. I bilanci statali in difficoltà ridurranno a loro volta i trasferimenti agli enti locali, generando nuove riduzioni di occupati e assenza di interventi per ridurre i disoccupati di lungo termine. Entro due settimane l’amministrazione Obama presenterà il budget 2012, che fornirà munizioni ai Repubblicani per la campagna di primavera contro il rialzo del limite sul debito pubblico. Un tasso di disoccupazione sopra il 9% è lo scenario centrale per tutto il 2011.


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