Il mercato del lavoro USA ha dato segnali misti. Oltre a un rallentamento della dinamica occupazionale, il calo del tasso di disoccupazione ad aprile è stato totalmente determinato da una nuova contrazione del tasso di…
partecipazione. L’ampio calo del tasso di disoccupazione visto nell’ultimo anno è spiegato in larga parte dal trend verso il basso della partecipazione. Solo una parte di questo fenomeno ha origini demografiche. Sulla base di analisi del funzionamento del mercato del lavoro, gran parte del calo di partecipazione sembra essere dovuto a una domanda eccessivamente debole, e non a fattori strutturali. Pertanto, riteniamo che tutte le opzioni restino sul tavolo della Fed.
L’Employment Report di aprile non ha ridotto l’incertezza sul mercato del lavoro USA. A fronte di una modesta dinamica occupazionale (115 mila nuovi posti), il tasso di disoccupazione è sceso ancora di un decimo, a 8,1%, grazie a una nuova correzione del tasso di partecipazione, a 63,6%, dovuta a uscite nette dalla forza lavoro. Anche se i dati sono molto volatili, il trend di creazione di lavoro rimane modesto e supera quello della forza lavoro solo per via di un calo della partecipazione molto superiore alle attese. L’interazione fra domanda e offerta di lavoro rimane cruciale in questo quadro di dinamica occupazionale debole associata a un calo straordinariamente rapido del tasso di disoccupazione. In particolare la natura strutturale o ciclica del calo di offerta è cruciale per le prospettive della politica monetaria, soprattutto in una fase di crescente restrizione fiscale.
La nostra valutazione dello scenario del mercato del lavoro rimane molto cauta: sulla base delle informazioni disponibili, la componente ciclica appare essere ancora la forza dominante per l’equilibrio fra domanda e offerta di lavoro. Dal lato della domanda si rileva un chiaro trend positivo dal settore manifatturiero, probabilmente duraturo, ma la crescita dei nuovi posti per l’economia nel suo complesso difficilmente potrà accelerare rispetto alla nostra precedente previsione di un aumento di occupati fra l’1,8 e il 2% a/a (dall’attuale 1,5% a/a), coerente con una crescita di occupati compresa fra 200 mila e 230 mila mensile. Questa previsione è basata principalmente sulla crescita attesa per il PIL quest’anno (2,2%) e sul rallentamento previsto per il 2013 (dovuto a un aumento della restrizione fiscale, peraltro già in atto dall‘autunno 2011).
Dal lato dell’offerta, che contribuisce a determinare il tasso di disoccupazione, il trend straordinariamente rapido di calo della partecipazione prosegue: i dati dicono che solo una parte di questo fenomeno dipende da fattori demografici. Gran parte del calo di partecipazione (e quindi di disoccupazione) è da attribuire all’uscita dalla forza lavoro di individui scoraggiati: rimane quindi probabile che si possa assistere a un’inversione del trend in calo del tasso di disoccupazione in seguito al graduale miglioramento della domanda. In caso di rallentamento della crescita occupazionale, si potrebbe vedere un ulteriore calo della disoccupazione, che andrebbe però letta in chiave negativa, come un fenomeno ciclico e non strutturale.
Concludiamo quindi che i rischi verso il basso restano sia sulla dinamica della domanda e del reddito, sia sull’aggiustamento del mercato del lavoro, lasciando aperto più di uno spiraglio per un eventuale ulteriore stimolo monetario.
1. L’offerta di lavoro: disoccupazione e partecipazione
Se dal lato della domanda il mercato del lavoro ha registrato una ripresa anche più debole rispetto a quella degli altri cicli e a quella prevedibile sulla base della dinamica del PIL, il tasso di disoccupazione è invece calato molto più rapidamente di quanto atteso sulla base delle relazioni statistiche del passato. A partire da fine 2010 il ritmo di correzione della disoccupazione ha accelerato: a dicembre 2010, il tasso di disoccupazione era a 9,4%, a dicembre 2011 era sceso a 8,5% e ad aprile 2012 il calo è proseguito toccando l’8,1%.
Un calo di un punto intero in un anno, con una crescita del PIL di solo 1,7% nel 2011 dovrebbe essere motivo di grande ottimismo. Tuttavia, il tasso di disoccupazione resta elevato, e ancora al di sopra delle stime del NAIRU, pur ipotizzando un aumento strutturale del tasso di disoccupazione di equilibrio in seguito alla recessione più pesante del secondo dopoguerra. E’ sempre più rilevante capire l’origine del calo della disoccupazione: demografica, strutturale o ciclica? Come mostra il grafico qui sotto, il calo del tasso di disoccupazione si è accompagnato a un vero e proprio crollo del tasso di partecipazione. Alcuni – anche all’interno del FOMC – ritengono che gran parte di questo calo sia da collegare a fattori demografici (baby boomers che escono dalla forza lavoro) e per il resto sia da attribuire al rialzo della disoccupazione strutturale.
Questa interpretazione sarebbe coerente con un ciclo di crescita molto moderato di reddito e occupazione, non modificabili dalla politica economica. I dati però suggeriscono che, pur in presenza di un rialzo della disoccupazione strutturale stimabile in circa 1pp, ci sia una parte consistente di calo di partecipazione di natura ciclica, cioè determinato da domanda di lavoro così debole da mantenere elevata la quota di individui scoraggiati. E’ quindi cruciale vedere l’”aritmetica “ delle variazioni del tasso di partecipazione per valutare le prospettive del mercato del lavoro e della politica monetaria.
Per rendere reale la questione, basta fare un esempio semplice: se ad aprile il tasso di partecipazione fosse rimasto sui livelli di marzo (cioè a 63,8% anziché scendere a 63,6%) il tasso di disoccupazione dall’8,2% di marzo sarebbe salito all’8,4% anziché scendere all’8,1% come ha fatto. Fra il 2000 e il 2007, il tasso di partecipazione è sceso in media di 0,13pp all’anno. Fra il 2007 e il 2011, il calo è stato di 0,6pp all’anno (v. grafici sotto).

Quanto del calo del tasso di partecipazione è legato a fattori demografici, quanto a fattori strutturali (uscita definitiva dalla forza lavoro) e quanto a fattori ciclici (domanda troppo debole)? Secondo stime dell’Atlanta Fed poco meno del 40% del calo della partecipazione dal 2000 in poi è spiegabile con l’invecchiamento della popolazione, secondo B. DeLong circa il 30%, secondo la Chicago Fed circa il 25%. Con le stime dell’Atlanta Fed, il tasso di partecipazione aggiustato per i fattori demografici ad aprile 2012 sarebbe pari al 65,1%, invece del 63,6% effettivo. Questa stima è vicina a quella di altri lavori della Kansas City Fed e della Chicago Fed (stime vicino al 65,4%). Secondo le proiezioni di gennaio 2012 del BLS, il tasso di partecipazione nel 2012 dovrebbe essere pari al 64,4%. Tutte le stime sono comunque ben al di sopra dei livelli effettivi.
Dall’inizio della recessione (2007), secondo l’Atlanta Fed il fattore demografico spiegherebbe quindi 0,9 punti di calo del tasso di partecipazione, secondo il BLS 1,6 punti, su un totale di 2,4 punti. Sempre facendo un esercizio “controfattuale” si può calcolare che con un tasso di partecipazione al 65,1%, il tasso di disoccupazione sarebbe pari al 10,2%; con le stime del BLS, il tasso di disoccupazione sarebbe al 9,3%. Se una parte consistente dei “non partecipanti” aggiuntivi alla forza lavoro è ciclica, il processo di aggiustamento del tasso di disoccupazione sarebbe ancora lungo e faticoso e si estenderebbe molto oltre quanto previsto dalla Fed.
Il grafico sotto a destra mostra il trend recente della partecipazione per classi di età. Come si vede, la partecipazione è in rialzo per la coorte di età >55 anni, è in calo per le coorti di età 35-44 e 45-54. Per gli individui di età compresa fra 25 e 34 anni la partecipazione ha smesso di scendere a metà 2011 e sta risalendo dai minimi. Gli individui fra i 25 e i 54 anni sono il nucleo centrale della forza lavoro. Per la coorte più giovane (16-24 anni, non mostrata nel grafico) il trend rimane in calo da anni per via dell’allungamento del periodo scolastico. Il comportamento durante la ripresa delle coorti che formano la parte principale della forza lavoro (25-54) sta alla base della valutazione secondo cui il tasso di partecipazione “naturale” dovrebbe essere significativamente più elevato rispetto a quello attuale.
La tabella qui sotto paragona la crescita degli occupati necessaria a portare il tasso di disoccupazione al 7,5% entro la fine del 2013, stima indicata dalla tendenza centrale delle proiezioni macroeconomiche della Fed di aprile 2012. Come mostra la tabella, con l’attuale tasso di partecipazione le proiezioni della Fed per il tasso di disoccupazione sarebbero soddisfatte con una dinamica occupazionale anche inferiore a quella attuale. Tuttavia, il risultato sarebbe coerente con una crescita del reddito e dei consumi anche più modesta di quella vista nell’ultimo anno e in contrasto con la proiezione della Fed di notevole accelerazione della crescita nel prossimo biennio.

Posto che non sono i fattori demografici a spiegare i livelli correnti di partecipazione, la questione rilevante per la politica monetaria riguarda la natura strutturale o ciclica del comportamento dell’offerta di lavoro durante questa ripresa. Diverse analisi della NY Fed e della Cleveland Fed disaggregano per settore la dinamica occupazionale degli ultimi anni. I dati mostrano che la mancata normalizzazione dei livelli di occupazione non riguarda i settori più colpiti dalla crisi (costruzioni, finanza e settore pubblico), dove invece il comportamento del mercato del lavoro è in linea con la norma; sono altri macro-settori quelli che spiegano la mancanza di posti di lavoro (servizi alle imprese, istruzione e sanità private).
La NY Fed ha costruito un “mismatch index” per il mercato del lavoro USA: questo indice è costruito utilizzando dati di domanda (posizioni aperte) e di offerta (numero di disoccupati) misurati sui diversi settori e poi aggregati. L’indice a livello aggregato, dopo aver toccato un picco ciclico a metà 2009, nell’ultimo anno è tornato sui livelli pre-recessivi del 2006-07. Inoltre, nel settore costruzioni gli individui non risultano penalizzati nel trovare lavoro rispetto al resto dell’economia e le condizioni occupazionali sono analoghe a quelle degli altri lavoratori prima disoccupati e poi occupati. Questa evidenza sposterebbe verso la mancanza di domanda aggregata la spiegazione del basso livello di equilibrio sul mercato del lavoro. I dati attribuiscono quindi un peso sempre più limitato con il passare del tempo alle spiegazioni dal lato dell’offerta, legate a malfunzionamento del mercato del lavoro e ad attriti legati agli spostamenti settoriali della crescita. Come appare dal grafico qui sotto a sinistra, i flussi da disoccupato a non in forza lavoro rimangono vicini ai massimi recessivi, mentre sono in calo i flussi da disoccupato a occupato. La percentuale di disoccupati da più di 27 settimane rimane al di sopra del 40% del totale e i disoccupati da più di un anno sono tornati a crescere (ad aprile erano pari al 31,1% dei disoccupati totali).

2. La domanda di lavoro
L’analisi dal lato dell’offerta indica che il calo della partecipazione è da attribuire in larga misura alla mancanza di domanda e alla conseguente uscita di individui scoraggiati dalla forza lavoro. Il flusso di domanda è sicuramente in miglioramento rispetto al 2011, ma rimane moderato e insufficiente a sostenere un’accelerazione dei consumi nei prossimi trimestri. Con una dinamica dei nuovi posti pari a circa il 2% a/a (circa +230 mila al mese) e una crescita molto moderata dei salari orari (1,7% a/a ad aprile, in costante calo nell’ultimo anno, e negativa in termini reali), anche ipotizzando risparmi invariati, la crescita dei consumi, e quindi della domanda aggregata, sarà limitata a poco più del 2% a/a nel 2012.

Ripetiamo però la nostra previsione di rallentamento per il 2013, giustificata dall’aspettativa di aumento della restrizione fiscale e di rialzo del tasso di risparmio delle famiglie. La politica fiscale federale ha già svoltato a partire dall’autunno 2011, ed è più restrittiva di quanto atteso: l’assenza di un accordo sul budget per l’anno fiscale in corso sta già portando a un rallentamento della spesa pubblica “involontario”. Poi, dalla seconda metà del 2012, la situazione si farà molto più problematica e incerta. Continuiamo a prevedere che entrerà in vigore solo una parte modesta (circa 150 miliardi di dollari) delle misure restrittive che dovrebbero scattare automaticamente il prossimo anno (circa 550 miliardi di dollari). Di conseguenza, la domanda aggregata, e quella di lavoro, dovrebbero rallentare da fine 2011 in poi.

3. Conclusioni
Con un trend della domanda di posti molto contenuta, senza segni di significativa accelerazione e con rischi di rallentamento a fine anno, è possibile che il tasso di partecipazione non aumenti dai minimi recenti. Se, come segnala l’indicatore di “mismatch” non ci sono significativi malfunzionamenti del mercato del lavoro nell’incontro di domanda e offerta, una carenza di domanda potrebbe continuare a spingere lavoratori scoraggiati fuori dai ranghi dei partecipanti alla forza lavoro. Il tasso di disoccupazione potrebbe diventare un indicatore sempre meno attendibile per definire l’obiettivo di “massima occupazione” che fa parte del mandato della Banca centrale. Questo è l’argomento che mantiene ancora aperta la possibilità di un nuovo stimolo monetario da parte della Fed nei prossimi trimestri. Il dibattito all’interno del FOMC proseguirà, e un eventuale nuovo programma di acquisti diventerà sempre più dipendente dalla dinamica dei nuovi occupati più che da quella del tasso di disoccupazione.
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