Monthly Outlook: La Bce mantiene il costo del denaro al minimo storico dello 0,25%

–  La  Bce  mantiene  il  costo  del  denaro  al  minimo  storico  dello  0,25%  ed  invariato  allo  0%  il  tasso  sui  depositi  presso l’Eurotower, ma mette un’ipoteca sulla possibilità di nuove misure distensive da intraprendere già in ……

occasione della prossima riunione di giugno. Draghi,  dopo  essersi  detto  seriamente  preoccupato  sugli  effetti  che  il  tasso  di  cambio  potrebbe  avere  sulla  stabilizzazione  della dinamica  inflattiva, ha  infatti  ribadito  con estrema  forza  il  convincimento unanime del Board  circa  l’utilizzo,  se necessario, di misure  non  convenzionali.  La  ripresa  europea  “procede”  ma  permangono  downside  risks,  legati  soprattutto  ad  un’evoluzione sfavorevole  delle  tensioni  geopolitiche  e  ad  oscillazioni  della  valuta  domestica, mentre  l’elevato  tasso  di  disoccupazione  rischia  di divenire un elemento strutturale. Il Board prima di ogni decisione intende comunque attendere la diffusione delle prossime previsioni di crescita e inflazione che saranno diffuse a inizio giugno.  
– Negli Usa i segnali che giungono dal ciclo economico sono abbastanza incoraggianti anche se la Fed, che riduce gli  acquisti di asset di ulteriori $10 Mld,  continua  a garantire  il proprio  sostegno  ad una  crescita definita non  ancora  sufficientemente  solida.  Il mercato del lavoro  registra un netto miglioramento con  il  tasso di disoccupazione che scende al 6,3% ad aprile, dal 6,7% di marzo (anche se  il dato risente di un aumento del numero dei lavoratori scoraggiati) ed il Beige Book mostra un quadro in miglioramento con 8 su 12 distretti che dichiarano una moderata  fase di espansione. Meno  incoraggianti  i dati sul Pil del primo  trimestre  (+0,1%  t/t annualizzato, dal +2,6% dell’ultimo trim. 2013) che risentono di un forte rallentamento della spesa per investimenti produttivi e costruzioni.  
– In  Area  Euro  le  Spring  Forecast  della  Commissione  Ue  (Pil  in  crescita  dell’1,2%  nel  2014  e  dell’1,7%  nel  2015)  confermano sostanzialmente  le  precedenti  previsioni,  delineando  un miglioramento  dell’outlook  che  coinvolge  anche  le  economie  della Periferia. Un certo recupero della domanda domestica, modesta espansione dei consumi (+0,9% a/a per le vendite al dettaglio di marzo), un ritorno della fiducia, investimenti  in crescita e leading indicators in progresso costante, delineano lo scenario. Ma il credito non sembra ancora  supportare  il  recupero  degli  investimenti  e  le  tensioni  occupazionali  restano  elevate  (all’11,8%  la  disoccupazione  a marzo), confermando  i rischi sulla crescita to the downside, anche alla  luce di crescenti tensioni geopolitiche (Ucraina ed elezioni Europee del
22-25 maggio) e di problematiche nelle economie emergenti (Cina compresa). L’inflazione dei prezzi al consumo (+0,7% a/a ad aprile) potrebbe tornare a raffreddare se le tensioni occupazionali dovessero persistere, mentre la deflazione dei prezzi alla produzione, ormai in atto da oltre un anno per tutti i paesi dell’Area, ad eccezione di Malta e Lettonia, conferma il difficile contesto per la profittabilità e la solvibilità delle imprese.  
– In Italia i segnali di rafforzamento economico emersi negli ultimi mesi sono ancora insufficienti a delineare un quadro di netto recupero della  fase  congiunturale.  Anche  l’OCSE  evidenzia  una  “sostanziale”  debolezza  dell’economia  (tasso  di  disoccupazione  sui massimi, settore bancario sotto ristrutturazione, possibile reazione avversa dei mercati e minor rigore nel processo di consolidamento fiscale). La via delle riforme risulta quindi imprescindibile, con il DEF che dettaglia le misure con cui raggiungere gli obbiettivi su crescita e consolidamento dei conti pubblici.

La riunione della Bce e le nuove stime su crescita e inflazione

– La Bce mantiene il costo del denaro al minimo storico dello 0,25% ed  invariato allo 0%  il tasso sui depositi presso  l’Eurotower, ribadendo che  l’Autorità rimane pronta a nuove misure di stimolo comprese quelle non convenzionali, tra cui un eventuale Quantitative Easing.  
– La  ripresa  “procede”  ma  permangono  downside  risks,  legati  soprattutto  ad  un’evoluzione sfavorevole delle tensioni geopolitiche ed oscillazioni della valuta domestica. L’elevato tasso di disoccupazione  rischia  inoltre  di  divenire  un  elemento  strutturale.  Le  aspettative  sui  prezzi rimangono ancorate nel medio periodo, nonostante si preveda un “prolungato periodo di bassa inflazione”.  
– Draghi si è detto seriamente preoccupato degli effetti che l’apprezzamento del cambio avrà sulla stabilizzazione del  tasso di  inflazione e ha aggiunto che  il Board non è disposto a  tollerare un’inflazione eccessivamente bassa per un periodo prolungato di tempo, mettendo una grossa  ipoteca su un  intervento  di  allentamento  nella  riunione  di  giugno.  Lo  stesso Draghi  ha  dichiarato  che prima  di  intraprendere  nuove  misure  il  Board  intende  conoscere  le  prossime  previsioni economiche che saranno diffuse in occasione della prossima riunione.
– Un’azione distensiva  in occasione del prossimo meeting sembra ormai scontata. Per evitare di azzerare  completamente  il  tasso  di  riferimento,  la  Bce  potrebbe   però  optare  per  misure  di allentamento non convenzionali.  
– In occasione della riunione odierna,  la BoE ha mantenuto come nelle attese,  il  tasso di riferimento allo 0,50%, lasciando invariato il piano di acquisto di asset a 375 Mld di £.

Cosa scontano i mercati sulle prossime mosse di Fed e Bce

– In  Area  Euro,  nell’ultimo mese,  la  curva  dei  tassi  impliciti  sull’Euribor  3M  si  è  ulteriormente  ribassata  sulle scadenze a medio lungo periodo, con i mercati che continuano a scontare tassi vicini ai minimi anche nel 2015. 
– Rispetto ad un mese fa, la curva dei tassi Libor Usa ribassa sulle scadenze a medio-lungo termine sulla scia della ultime esternazioni della presidentessa della Fed,  Janet Yellen, che ha  ribadito essere necessario ancora “un elevato grado di politica monetaria accomodante”; gli operatori ritengono pertanto plausibili manovre sui tassi non prima di giugno 2015.

USA e Area Euro

– Nonostante  il  Pil  americano  nel  I  quarter  registri  un  brusco raffreddamento (+0,1% t/t annualizzato  il dato anticipato), il Beige Book,  delinea  un  quadro  di  miglioramento:  il  comparto manifatturiero si mostra, infatti, in espansione (modesta/moderata) in 8  dei  12  distretti,  complici  minori  interruzioni  provocate  dal maltempo,  che  aveva  impattato  negativamente  sulla  crescita  nei mesi invernali. Le spese al consumo recuperano (+1,1% m/m per le  vendite  al  dettaglio  anticipate  di  marzo),  mentre  il  settore immobiliare  sconta un  andamento altalenante,  con  la domanda rallentata dai prezzi e da  scorte  limitate  (-2,4% m/m per  i permessi edilizi concessi a marzo). 
– La disoccupazione scende al 6,3% ad aprile ed  il declino del tasso di partecipazione si arresta, con alcuni lavoratori scoraggiati tornati  a  cercare  occupazione.  Sotto  controllo  l’inflazione,  con aspettative sui prezzi ben ancorate (all’1,5% a/a il Cpi di marzo).
– Come  annunciato  dalla  Fed  la  politica  monetaria  deve  garantire sostegno  ad  una  crescita  non  ancora  sufficientemente  solida. L’Autorità mantiene  pertanto  invariato  ai minimi  il  costo  del denaro, ma prosegue nel  tapering,  riducendo gli acquisti di asset di  ulteriori  $10  Mld,  con  l’intenzione  di  azzerarli  nel  proseguo dell’anno. Interventi graduali sui tassi sono attesi dal 2015.
– Le Spring Forecast della Commissione Ue delineano un miglioramento dell’outlook  che  coinvolge  anche  le  economie  della Periferia:  il  Pil dell’Area è previsto avanzare dell’1,2% nel 2014 e dell’1,7% nel 2015. La crescita resta moderata, ma appare evidente una ricomposizione delle tensioni  derivanti  da  processi  di  deleveraging,  di  frammentazione finanziaria, da aggiustamenti delle bilance commerciali e da incertezza sui mercati.  Un  certo  recupero  della  domanda  domestica,  modesta espansione dei consumi (+0,9% a/a per le vendite al dettaglio di marzo), un  ritorno della  fiducia,  investimenti  in crescita  e  leading  indicators  in progresso  costante,  delineano  lo  scenario.  Ma  il  credito  non  sembra ancora  supportare  il  recupero  degli  investimenti  e  le  tensioni occupazionali restano elevate (all’11,8% la disoccupazione a marzo).
– I rischi sulla crescita, tuttavia, rimangono to the downside: tensioni geopolitiche crescenti e problematiche di alcune economie emergenti (Cina compresa) potrebbero impattare negativamente; l’inflazione (risalita allo  0,7%  a/a  ad  aprile)  potrebbe  tornare  a  raffreddare  se  le  tensioni occupazionali  dovessero  persistere  nel  lungo  periodo,  prefigurando  uno scenario deflattivo. Le riforme strutturali annunciate potrebbero non essere  ulteriormente  implementate,  facendo  mancare  la  propria funzione di supporto all’economia.

Italia

– I  segnali  di  rafforzamento  economico  emersi  negli  ultimi  mesi  o (ripresa  della  domanda  e  miglioramento  del  clima  di  fiducia  delle imprese  in  primis)  delineano,  seppur  con  ritardo  rispetto  agli altri  paesi  europei,  un  quadro  congiunturale  più  favorevole. Tuttavia  come  evidenzia  l’OCSE,  la  debolezza  dell’economia rimane “sostanziale”, anche  in  forza di un mercato del  lavoro che sconta  tensioni  crescenti,  (la  disoccupazione  anche  a  marzo  si mantiene  ai  massimi  del  12,7%),  un  settore  bancario  sotto ristrutturazione (che potrebbe “restringere il credito e interrompere il  normale  ciclo  degli  investimenti“)  ed  una  possibile  reazione avversa  dei mercati  ad  una maggiore  flessibilità  sulla  strada del consolidamento fiscale.
– Con la pubblicazione del DEF, il governo italiano prevede infatti un rallentamento nel percorso di convergenza verso  l’obiettivo di medio periodo sul pareggio di bilancio strutturale a fronte di un piano di rientro verso target programmatici di sostenibilità finanziaria raggiungibili  solo  grazie  all’introduzione  di  interventi  “mirati”  di
sostegno all’economia. 
–  La  via  delle  riforme  risulta  quindi  imprescindibile:  con  gli interventi in cantiere, il livello del Pil potenziale aumenterà in termini cumulati  del  2,2%  nel  2018,  rispetto  allo  scenario  base  (senza riforme),  e  gli  effetti  finanziari  condurranno  al  miglioramento strutturale delle finanze pubbliche richiesto dall’Europa.

La deflazione: una realtà per le imprese europee

– Il  balzo  del  Cpi  ad  aprile  ha  fatto  tirare  un  sospiro  di  sollievo  agli  operatori  di mercato  e  alla  Bce  che,  intenta  per  anni  a  combattere l’inflazione, ha  iniziato a  temere  l’opposto, ovvero che  i prezzi  iniziassero a scendere su base  tendenziale e che quindi  l’Europa  intera potesse cadere  in una  trappola della  liquidità, come è stato per  il Giappone durante  la deflazione degli anni  ‘90. Purtroppo  le autorità non possono ancora cantare vittoria sia perché si è trattato di un rimbalzo modestissimo dell’indice dei prezzi al consumo, sia perché il pericolo deflazione è  tutt’altro  che  scongiurato,  tanto  che  per  alcuni  attori  economici  questa  è  iniziata  da  oltre  un  anno.  Le  imprese  di  tutti  gli  stati appartenenti all’area Euro, ad esclusione di Malta e Lettonia, stanno  infatti assistendo ad una contrazione dei prezzi alla produzione pressoché ininterrotta da ormai 12 mesi (-1,6% a/a a marzo per l’intera Area), sebbene il fenomeno abbia intensità diverse. La situazione si è aggravata negli ultimi mesi. A marzo 2014 i prezzi sono scesi di un ulteriore 0,7% rispetto a fine 2013. A questo si accompagna un’inflazione  dei  prezzi  al  consumo  che,  sebbene  eroda  il  salario  reale  dei  consumatori  riducendone  il  potere  di  acquisto,  rischia  di  gettare ulteriori pressioni sui costi d’impresa. L’Italia è tra i paesi che, nell’ultimo anno, ha subito maggiormente la flessione dei prezzi alla produzione (-1,9%  a/a  a marzo  2014),  non  va meglio  per  la  Francia  (-2,1%  a/a  a marzo  2014) ma  anche  la Germania,  seppur  in misura minore,  sta attraversando una situazione analoga (-0,8% a/a a marzo 2014). In Spagna, dove  la contrazione dei prezzi alla produzione nell’ultimo anno è stata più contenuta rispetto a Italia e Francia, si sta assistendo ad una sensibile accelerazione del calo dei prezzi alla produzione che a marzo 2014 rispetto a dicembre 2013 si sono contratti del 1,9%, registrando così una delle peggiori performance dell’area Euro.

Italia tra i paesi più penalizzati

– La deflazione dei prezzi alla produzione significa per le aziende un maggiore onere del loro debito, ovvero tanto maggiori sono le pressioni al ribasso sui prezzi e tanto più difficoltoso diviene per le aziende onorare i propri impegni. Questo vale per tutte le aziende dei paesi che stanno assistendo ad una contrazione dei prezzi alla produzione, ma il fenomeno è ancora più rilevante per quelle con un maggior grado di indebitamento, soprattutto se accompagnato da un ridimensionamento del credito bancario. Analizzando i principali paesi dell’area, le imprese italiane sono tra le più esposte ai rischi della deflazione. 
– Nel 2012 secondo i dati di Banca d’Italia il leverage delle imprese italiane ammontava al 48% rispetto al 34,1% della Francia, al 42% della Germania e al 47,3% della Spagna e al 41,5% della media dell’area Euro. La situazione debitoria delle piccole e medie imprese italiane a marzo 2014 faceva registrare, secondo l’indagine condotta dalla Bce, un ulteriore deterioramento muovendosi in totale controtendenza rispetto a tutti gli altri paesi dell’area Euro. Se alla contrazione dei prezzi alla produzione e all’elevato indebitamento delle aziende si unisce un difficile accesso al credito la situazione rischia di divenire insostenibile. Ancora una volta, in un confronto europeo, anche a causa della forte incidenza di PMI, l’Italia ne esce svantaggiata. Nell’ultimo anno in Italia le erogazioni alle aziende non finanziarie si sono contratte del 6,2% a/a, rispetto al -1,4% a/a della Germania e al -1,7% a/a della Francia. Solo la Spagna, tra i paesi maggiori, fa peggio. Sempre secondo l’indagine della Bce, sarebbero proprio le imprese italiane, insieme a quelle francesi, ad aver contribuito maggiormente all’aumento  della  domanda  di  prestiti  e  di  fidi  bancari  al  fine  di  bilanciare  il  calo  dei  profitti  e  la  contrazione  della  liquidità. Insomma  la situazione è  chiara:  le aziende di  tutti  i paesi europei  stanno assistendo ormai da un anno ad una deflazione che ne condiziona la profittabilità e la solvibilità. Non è detto che la Bce non ne tenga conto nelle prossime riunioni.

Fonte: MPS

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