Nella conferenza stampa seguita al meeting della Bce del 22 ottobre, il presidente Mario Draghi ha segnalato una linea ancora più accomodante della politica monetaria europea, aggiungendo uno specifico momento di valutazione e potenziale azione, il meeting di dicembre..
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Monte dei Paschi di Siena
a quanto già segnalato in passato, ovvero che la banca centrale è pronta a mettere in campo nuove misure, compreso un rafforzamento del proprio programma di acquisto di asset, per affrontare un’inflazione che sinora non è progredita verso il riallineamento verso l’obiettivo istituzionale di un tasso annuo inferiore ma prossimo al 2%.
Draghi ha spiegato che la Bce potrebbe rivedere la struttura del quantitative easing a seconda delle esigenze e che all’interno del direttivo si è avuta una discussione molto ampia su tutti gli strumenti monetari utilizzabili, inclusa la possibilità di un taglio del tasso sui depositi detenuti dalle banche commerciali presso la Bce, che segna il limite inferiore al quale l’istituto di Francoforte può effettuare acquisti nell’ambito del programma di Qe.
“In precedenza ho detto che (il taglio del tasso sui depositi) non era stato discusso…questa volta invece lo è stato” ha detto Draghi, aggiungendo tuttavia che al momento nessuna specifica scelta è stata adottata. “Siamo aperti ad un ampio menu di politica monetaria, il Direttivo ha dato mandato al comitato preposto di esaminare i pro e i contro di varie misure, non siamo in modalità d’attesa, ma stiamo lavorando e valutando” ha aggiunto. Il numero uno della Bce ha poi ribadito che non tutti i problemi possono essere risolti dalla politica monetaria.
“La politica monetaria non dovrebbe essere l’unico elemento in gioco. Tutti i paesi devono sforzarsi di realizzare politiche fiscali che favoriscano la crescita”.
Al termine del consiglio direttivo, tenutosi a Malta, come da attese la Bce ha lasciato invariati i tassi di interesse. Il costo del denaro rimane quindi allo 0,05%, il minimo storico cui è stato portato a seguito dell’ultimo taglio, del settembre dell’anno scorso; i tassi sui depositi e i prestiti alle aziende di credito (marginal lending) restano fermi rispettivamente a -0,20% e a 0,30%.
Al momento gli osservatori attribuiscono una probabilità del 70% a un prolungamento temporale del Qe oltre l’attuale orizzonte di settembre 2016, mentre le probabilità di un incremento dell’importo, rispetto agli attuali 60 miliardi di euro mensili – sono date al 40%.
Sul fronte ciclico, migliore delle attese la lettura preliminare dell’indice Pmi sui direttori acquisto di categoria sia manifatturiero sia dei servizi nella zona euro, come segnalato dalle survey Markit, che indicano per la manifattura un livello stabile rispetto a settembre ed un progresso in quello dei servizi. La stima flash sul settore manifattura è stabile a 52,0, identica a settembre, contro attese pari a 51,7; quella sul settore terziario passa a 54,2 da 53,7 di settembre (consenso posto a 53,5). L’indice composito si porta a 54,0 da 53,6 del mese scorso superando le attese, poste a 53,4.
A settembre la crescita delle esportazioni del Giappone ha registrato una frenata, indotta soprattutto dal rallentamento dell’economia cinese. Il dato accresce il rischio recessivo per l’economia giapponese. Secondo i dati del ministero delle Finanze, il mese scorso le esportazioni sono salite solo dello 0,6% rispetto ad un anno prima, a fronte di attese di crescita del 3,4%. Si tratta del dato peggiore dall’agosto 2014. Le esportazioni verso la Cina sono diminuite del 3,5% rispetto al settembre 2014, secondo mese consecutivo di flessione. La debolezza degli indicatori macroeconomici potrebbe indurre la Banca del Giappone, in occasione della riunione del 30 ottobre prossimo, ad allentare nuovamente la politica monetaria. Le importazioni sono cadute dell’11,1%, in linea con le attese. La bilancia commerciale ha registrato un deficit di 114,5 miliardi di yen, a fronte di un’attesa di avanzo di 84,4 miliardi.
La crescita dell’economia in Cina è calata sotto il 7% per la prima volta dalla crisi finanziaria, anche a causa di un rallentamento degli investimenti, aumentando la pressione su Pechino per un ulteriore taglio dei tassi di interesse. Tra luglio e settembre il Pil cinese ha segnato un aumento del 6,9% su anno, dal 7% del trimestre precedente, secondo i dati dell’ufficio nazionale di statistica, leggermente meglio delle attese, poste al 6,8%. Si tratta comunque del dato peggiore dal primo trimestre 2009, quando la crescita si attestò al 6,2%.
Lievemente meglio delle attese – con un incremento tendenziale di 10,9%, contro 10,8% di agosto ed atteso – anche le vendite al dettaglio di settembre. Deludente invece, sempre nel mese di settembre e sempre su base tendenziale, la dinamica della produzione industriale: da un incremento di 6,1% ad agosto si è passati a 5,7%, a fronte di aspettative pari a 6%.
La banca centrale cinese ha varato una nuova serie di misure espansive, la sesta da novembre dell’anno scorso, intervenendo sul costo del denaro e sul livello minimo delle riserve, in quello che viene definito “uno sforzo per aiutare l’aggiustamento strutturale dell’economia”. Il tasso sui prestiti a un anno scende al 4,35%, con un taglio di un quarto di punto. Identica riduzione da 25 punti base sul tasso per i depositi a un anno, che passa da 1,75% a 1,5%. Il coefficiente di riserva obbligatoria viene invece ridotto di 50 punti base. La banca centrale mette in relazione l’azione sui tassi alle pressioni al ribasso che incombono sulle prospettive di crescita, segnalando un percorso per l’inflazione diverso da quello perseguito dalle autorità.
Il nuovo allentamento monetario cinese e le considerazioni di Mario Draghi circa la revisione del programma di QE hanno indotto forti rally dei mercati azionari, che hanno rotto al rialzo il corridoio di oscillazione degli ultimi due mesi, pur restando sotto i massimi da inizio dell’anno e del ciclo rialzista. La reporting season statunitense conferma l’andamento stagnante degli utili, dopo che circa un terzo delle società dell’indice S&P 500 hanno comunicato i conti del terzo trimestre. I rendimenti dei titoli di stato statunitensi e britannici sono lievemente cresciuti nel corso della settimana, mentre quelli giapponesi e, soprattutto, dell’eurozona hanno registrato flessioni. Sul mercato dei cambi dollaro in recupero, soprattutto contro euro, dopo le parole di Draghi. Tra le materie prime, il prezzo del greggio è tornato ad indebolirsi (ed il Brent ha rotto al ribasso la propria media mobile a 50 giorni), dopo che i nuovi dati di stock negli Stati Uniti hanno evidenziato nuovi forti accumuli per la seconda settimana consecutiva, anche in conseguenza del calo delle attività di raffinazione a seguito di fermi per manutenzione di impatto maggiore del previsto.
Fonte: BONDWorld.it
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