NS Partners : La quotazione del petrolio sta subendo delle forti oscillazioni a causa delle vicende che segnano il Medio-Oriente: il Brent, da un prezzo pari a $90, è tornato sui livelli di due mesi fa, poco sotto gli $83, per poi superare gli $84 al barile.
Di Giacomo Calef, country head NS Partners
Fra gli eventi che hanno avuto un impatto sui prezzi del greggio spiccano l’attacco sferrato da Israele alla città di Farah e la decisione dell’OPEC+ di ridurre l’offerta di petrolio in Asia, in Europa nord-occidentale e nel Mediterraneo, con un taglio massimo di 2,2 milioni di barili al giorno, nel caso in cui non dovesse riprendersi la domanda. A fronte di questa decisione Saudi Aramco, la società petrolifera più grande al mondo, ha aumentato il prezzo del suo greggio e ha inoltre riconfermato i dividendi di $31 miliardi al governo saudita, che detiene l’82,2% della società, e al resto degli shareholders, nonostante abbia registrato utili in calo.
Intanto, il mercato americano sta performando bene: Chevron sta facendo meglio del previsto in termini di utili e si sta concentrando sulla remunerazione degli azionisti, mentre Exxon Mobil sembra intenzionata a effettuare un buyback addirittura maggiore di alcune Big Tech americane. Il mercato europeo, invece, sembra soffrire di più, soprattutto perché nel Vecchio Continente si sta investendo significativamente per promuovere la transizione energetica e questo spinge le aziende energetiche a considerare alternative al petrolio. Nonostante questo, alcune società come Shell e TotalEnergies hanno performato al di sopra delle aspettative. BP, invece, pur avendo segnato un declino degli utili e dei flussi di cassa nel primo trimestre e un aumento del debito netto, ha annunciato di voler ricomprare 3,5 miliardi di dollari di azioni proprie nella prima metà dell’anno. BP continua a ricomprare azioni proprie allo stesso ritmo perché, come essi stessi ammettano, continuano ad essere molto sottovalutati rispetto alla concorrenza americana e, finché esisterà questo tipo di divario, dovranno continuare a rassicurare gli azionisti. Il CEO ha anche annunciato un piano di riduzione dei costi per un importo pari a $2 miliardi entro il 2026.
Le aziende dei Paesi del Golfo e degli Stati Uniti si confermano dunque come le più redditizie nel settore energetico, soprattutto ora che si aspettano dei tagli dei tassi da parte della Fed, decisione che supporterebbe le prospettive di crescita della domanda energetica negli Stati Uniti. In conclusione, ci sembra opportuno avere una posizione in questo settore, soprattutto nelle aziende US, che remunerano gli investitori in modo consistente.
Fonte: InvestmentWorld.it
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