Oggi è l’anniversario della nascita di George Washington, primo presidente degli Stati Uniti, evento che viene celebrato ogni anno, il terzo lunedì del mese di febbraio……
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Andrea De Gaetano – Senior Portfolio Manager – Olympia Wealth Management Ltd
Lunedì, il Presidents’ Day è stato celebrato con una giornata di Bank Holiday e parziale chiusura dei mercati negli Stati Uniti. Con la confusione che regna oggi alla Casa Bianca, difficile resistere alla tentazione di voltarsi indietro a guardare cosa accadeva ai tempi. La Gran Bretagna usciva vittoriosa ma stremata di debiti dalla Guerra dei Setti Anni contro la Francia (1756-1763). Per rimpinguare le casse dello Stato, il Parlamento britannico varò una serie di leggi che imponevano nuove tasse e dazi doganali alle colonie americane. Prima lo Sugar Act del 1764, che prevedeva che i coloni americani pagassero una tassa su tutti i prodotti importati, come lo zucchero. Di lì a breve, nel 1765, fu introdotta una nuova imposta di bollo, lo Stamp Act, per cui i coloni dovevano pagare imposte, come nella madrepatria inglese, su ogni foglio stampato (dai documenti legati, ai giornali, alle carte di bordo). La goccia che fece traboccare il vaso fu una serie di altri dazi e misure protezionistiche imposte dalla Gran Bretagna alle colonie sul commercio del tè, come il Tea Act del 1773, alle quali le colonie si ribellarono dichiarando l’indipendenza dalla madrepatria. Episodio da cui scaturì la guerra d’indipendenza americana.
George Washington (22 febbraio 1732- 14 dicembre 1799) condusse alla vittoria le tredici colonie nordamericane contro la madrepatria inglese e fu eletto presidente, unica volta nella storia degli Stati Uniti, all’unanimità, dopo aver guidato personalmente l’esercito nella Guerra d’Indipendenza (1775-1783).
La Francia, quanto a debiti, versava in acque anche peggiori della rivale Gran Bretagna. Nel 1770 e poi nel 1788 non esitò a dichiarare default, per l’ottava volta dal 1558. Come narrano i professori Reinhart e Rogoff, autori del bestseller “Questa volta è diverso”: “Il ministro delle Finanze francesi, l’Abbé Terray, in carica dal 1768 al 1774, arrivò a dire che gli Stati dovrebbero dichiarare insolvenza almeno una volta ogni cento anni per ristabilire l’equilibrio”. Da allora, nonostante qualche episodio di iperinflazione, la Francia iniziò a conquistarsi l’immagine di un Paese più serio.
I mercati azionari americani, dopo l’elezione di Trump, hanno iniziato un forte rally, anticipando i benefici del piano di riduzione delle imposte annunciato da Trump, di cui dovrebbero a giorni arrivare i tanto attesi dettagli.
Se i vantaggi di una riduzione della corporate tax dal 35% al 20% ventilata da Trump sono evidenti, la grossa incognita riguarda le aziende importatrici. Come riporta il Financial Times, la proposta della Camera dei Rappresentanti di una tassa del 20% sulle importazioni rischia di annullare per molte aziende il beneficio della riduzione della corporate tax, rendendo molto più cari i prodotti che le aziende americane producono all’estero. D’altra parte, la proposta di un’esenzione fiscale per le esportazioni favorirebbe le aziende esportatrici. Questa situazione ha schierato su fronti opposti le aziende import-export americane.
Aziende come Walmart, Nike o Gap che contano sul basso costo delle importazioni hanno iniziato una campagna contro il piano dei repubblicani, sostenendo che per mantenere gli stessi flussi di cassa dovrebbero licenziare personale e alzare i prezzi di vendita dei prodotti, mettendo pressione sui consumi. D’altro canto, aziende esportatrici come Boeing, Dow Chemical, o Pfizer avallano il piano repubblicano.
Il rappresentante dello Stato del Texas alla camera dei Rappresentanti, Kevin Brady, in linea col programma Trump, dice che il nuovo piano fiscale toglierà ogni incentivo fiscale per le aziende americane nel delocalizzare oltremare lavoro, manifattura e quartier generale, con riferimento alle aziende che si sono spostate in Lussemburgo, Irlanda o Paesi Bassi per godere di vantaggi fiscali.
L’altro punto della proposta riguarda la tassazione “one-off”, una volta sola, all’8,75% dei profitti di aziende USA prodotti all’estero, festa grande per le big farmaceutiche e le aziende tecnologiche.
Il nuovo governo USA dovrà riuscire a non perdere consensi fra le aziende che lo hanno eletto, senza però deludere il consumatore americano. Governare in questo contesto e di fianco a Trump non deve essere facile. Lo si intuisce dalla quantità di tempo che ci è voluta a trovare il sostituto di Michael Flynn come adviser alla sicurezza nazionale. Dopo che il vice ammiraglio Harward aveva rifiutato l’incarico propostogli da Trump, è stato il luogotenente Herbert Raymond McMaster, veterano della guerra in Afghanistan e Iraq ad accettarlo.
Operativamente e per concludere
I dati economici continuano a segnalare costanti progressi nella ripresa, come confermano i dati usciti ieri sull’Eurozona, i migliori degli ultimi sei anni, sul PMI composito della produzione della zona Euro, o le vendite al dettaglio negli USA superiori alle attese nel mese di gennaio. Il miglioramento dei dati si riflette in un inatteso balzo dell’inflazione su entrambe le sponde dell’Atlantico (CPI USA al 2.5%, 1.8% in Europa). Nonostante un PIL migliore delle attese in U.K. nell’ultimo trimestre 2016 (+0.7%), qualche ruga di stress inizia a vedersi sui volti dei consumatori inglesi, (vendite al dettaglio calate dello 0,3% in gennaio) con l’inflazione e prezzi più salati a causa della sterlina debole.
http://www.census.gov/retail/marts/www/marts_current.pdf
https://www.markiteconomics.com/Survey/PressRelease.mvc/300f572727a04a39b5884da861f5c6b8
https://www.ons.gov.uk/economy/grossdomesticproductgdp/bulletins/secondestimateofgdp/quarter4octtodec2016
https://www.ons.gov.uk/businessindustryandtrade/retailindustry/bulletins/retailsales/jan2017
I mercati scontano tutto in anticipo e, se dati migliori delle attese sono molto confortanti per l’economia, non necessariamente lo sono per l’andamento dei mercati, tuttora impostati al rialzo. Nel 2011 i primi segni evidenti di miglioramento dei dati economici avevano impensierito gli investitori, timorosi di un dietrofront delle banche centrali e, in modi diversi, ne era scaturita una correzione.
L’incertezza sulla prosecuzione del rialzo sui mercati azionari negli USA è legata al dollaro forte, ostacolo per l’export, alle nuove politiche fiscali per le aziende importatrici e al rialzo tassi d’interesse che i progressi economici rendono sempre più opportuno.
In Europa, dove il sostegno della BCE dovrebbe invece essere ancora presente per mesi, le maggiori incertezze sono legate all’ondata di populismo crescente, con il rischio di politiche di de-globalizzazione, anti-Euro e rivoluzioni delle strategie commerciali, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Soprattutto in Francia dove l’ipotesi Marine Le Pen Presidente è oggi meno inverosimile di prima. Le elezioni presidenziali francesi si svolgeranno il 23 aprile con ballottaggio l’8 giugno. Seguiranno le elezioni politiche in giugno.
L’altro tema, che tuttavia ci sembra ancora prematuro, è quello del “tapering” da parte della BCE, se i dati continuassero a migliorare.
Gli indici azionari mondiali sono ritornati sui massimi di tutti i tempi, con le Borse americane su nuovi massimi (S&P500 a 2365) e il FTSE AllWorld sui massimi del 2015. La narrativa degli analisti è schierata su due fronti: chi sostiene che le Borse sono sopravvalutate, alla luce dei multipli superiore alla media storica. Chi invece sostiene che non lo sono affatto, se si considerano i tassi d’interesse globali, ancora sui minimi storici. Entrambe le categorie hanno ragione. In questo contesto di Borse indubbiamente sui prezzi massimi, le opportunità vanno cercate nei singoli settori o nelle singole aziende. Small-caps che non hanno partecipato al rally, facili prede di acquisizioni, società esportatrici dell’Area Euro favorite dall’Euro debole, aziende industriali o settore delle infrastrutture negli USA che dovrebbero beneficiare del massiccio piano di investimenti di 500 miliardi su 5 anni, promesso da Trump, nicchie del settore energetico. Dunque, long su singoli titoli, short sugli indici per ridurre la volatilità.
Sul settore obbligazionario, il punto di riferimento sono i governativi che, col recente e inatteso risveglio dell’inflazione, rendono più di prima. Interessanti per acquisti tattici. Il debito globale è sempre più elevato e gli Stati faranno di tutto per non alzarne il costo.
Opportunità di trading anche su sovranazionali in valute emergenti come peso messicano, lira turca, rupia indiana, interessanti per rendimenti elevati e prezzi ancora vicini ai minimi storici. Per stomaci forti.
Sul cambio euro/dollaro USA siamo compratori in area 1,05-1.0350 e venditori tra 1.09 e 1.1250.
Trump è senza dubbio molto furbo, ma non ha l’aria di uno che ama studiare la storia. Speriamo i suoi consiglieri gli ricordino che il Paese in cui vive è stato fondato da emigranti che si sono ribellati ai dazi doganali.
Mentre gente come Washington, Giulio Cesare o Francesco Sforza sono arrivati al governo, dopo aver rischiato in prima persona alla guida di un esercito, in giro per il mondo si vedono governanti che tendono a rischiare poco e a mangiare molto, come nella Francia pre- rivoluzionaria. Uno dei pochi che rischia è Papa Francesco che, anche per questo, è tanto amato dalla gente.
Buona settimana a tutti!
Fonte: BONDWorld.it
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