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Più benefici o rischi per l’Italia dal calo del prezzo del petrolio?

Il saldo netto degli effetti dello shock energetico sull’economia italiana è positivo, anche se meno “taumaturgico” che nel 2015. Tuttavia, specie se il calo delle quotazioni dovesse proseguire, gli effetti negativi in termini di minore export verso i Paesi…


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produttori di materie prime, e gli episodi di instabilità finanziaria che ne deriverebbero per le imprese del settore e per l’intera economia mondiale, potrebbero innescare rischi più significativi per il ciclo, andando a erodere i benefici derivanti dal recupero di potere reddituale per consumatori e imprese

Il tema d’inizio anno per l’economia e i mercati finanziari mondiali sembra essere l’evoluzione del prezzo del petrolio, che, dopo essersi quasi dimezzato in media nel 2015 rispetto all’anno precedente, è ulteriormente calato nella prima parte del 2016: il Brent quota il 29 gennaio poco sopra i 30 dollari al barile, ovvero in calo di quasi il 40% rispetto alla media dell’anno scorso. Se le quotazioni restassero agli attuali livelli, il prezzo del greggio risulterebbe pressoché dimezzato rispetto a quello dell’anno precedente anche nel 2016 come già accaduto nel 2015.

Le conseguenze sull’economia italiana di uno shock di tale portata vanno valutate su più livelli: all’ovvio risparmio sull’energia importata (con i conseguenti effetti di aumento del potere d’acquisto delle famiglie, riduzione dei costi di produzione delle imprese e migliori ragioni di scambio per gli importatori netti di energia) occorre aggiungere le conseguenze negative derivanti da:

a) il peggioramento delle ragioni di scambio (e la maggiore instabilità finanziaria) per le imprese esportatrici di materie prime;

b) il taglio degli investimenti nel settore dell’oil&gas;

c) soprattutto, la minore domanda di beni e servizi da parte dei Paesi produttori di materie prime

(non solo nel settore energetico, visto che quei Paesi, a nostro avviso, saranno colpiti da un rallentamento del ciclo in tutti i comparti della loro economia).

L’effetto netto per un Paese tipicamente consumatore e non produttore di materie prime come l’Italia resta verosimilmente positivo, tuttavia, man mano che procede l’accelerazione al ribasso dei prezzi, occorre non sottovalutare la portata degli effetti “indiretti” di cui sopra. Ci proponiamo in questa sede di valutare in maniera più approfondita il fenomeno (Tabella 1).

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Gli effetti osservati nel 2015

A tal scopo, iniziamo con lo stimare, a 2015 concluso, le conseguenze che lo shock già verificatosi a partire dal luglio 2014 ha avuto sull’economia italiana. L’effetto “grezzo” di risparmio sull’energia importata è stato pari a circa 15 miliardi di euro, risultanti da un calo dei valori medi unitari dell’import di energia pari al 26% (in base ai dati mensili Istat sul commercio con l’estero aggiornati a fine novembre, ipotizzando per il mese finale dell’anno un andamento in linea con i primi 11 mesi), applicato all’energia importata l’anno precedente (circa 58 miliardi).

Stimiamo che questo risparmio “grezzo” (in termini nominali) si sia tradotto in quasi 7 miliardi di recupero di potere d’acquisto per i consumatori, ovvero in un risparmio pari a circa lo 0,6% del reddito disponibile delle famiglie; ipotizzando che tale maggior reddito disponibile sia stato speso in base alla propensione al consumo, ne deriverebbe un effetto sul PIL (in termini di maggiore spesa per consumi reali) di oltre 0,3%.

Dal risparmio “grezzo” va però sottratto l’effetto indiretto in termini di flessione dell’export verso i Paesi produttori, che, sulla base della relazione tra andamento del prezzo del petrolio e della domanda da parte dei Paesi produttori, stimiamo essere stata nel 2015 pari a circa 6 miliardi. L’impatto netto positivo sull’economia derivante dal saldo tra i risparmi sull’import di energia (15,4 mld, nelle nostre stime) e il minore export verso i Paesi produttori (6,4 mld) sarebbe dunque stato pari, nel 2015, a poco più di 9 miliardi (lo 0,6% del PIL).

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L’analisi condotta per paese di destinazione (Tabella 2) mostra che nel 2015 l’import di materie prime (“prodotti dell’estrazione di minerali da cave e miniere”) dai paesi OPEC è diminuito di quasi 3 miliardi, a fronte di un minore export verso quegli stessi paesi per meno di 1 miliardo;

l’effetto positivo sull’interscambio commerciale sarebbe stato perciò di 2 miliardi ovvero un decimo di PIL. Allargando l’analisi ai paesi BRICs (considerando, oltre a Russia, Cina e India, non solo il Brasile ma tutti i Paesi del Mercosur), l’analisi a “quasi consuntivo” per il 2015 mostra un calo dell’import di materie prime per 14 miliardi e una flessione dell’export per 4 miliardi, da cui un effetto netto per 10 miliardi ovvero lo 0,6% del PIL, in linea con il risultato ottenuto sulla base dell’analisi top-down anziché per paese.

Gli effetti attesi nel 2016

Che cosa aspettarsi dunque nel 2016? Facciamo tre ipotesi di lavoro: 1) uno scenario “positivo” di graduale risalita del prezzo del Brent dagli attuali livelli sino a 60 dollari per fine anno; b) uno scenario di risalita assai più graduale quale quello implicito nella curva future sul brent al momento in cui si scrive (29 gennaio); c) uno scenario di stabilità del greggio a circa 30 dollari per tutto il 2016.

Nello scenario 1) non vi sarebbe un effetto apprezzabile sul PIL (ma evidentemente “scemerebbe” l’effetto “propulsivo” pari in termini grezzi a oltre mezzo punto di PIL visto nel 2015); l’effetto sarebbe invece rilevante nelle ipotesi 2) e 3); tuttavia, anche nell’ipotesi “forte” di stabilità agli attuali livelli del prezzo del petrolio per tutto il 2016, la “spinta” al PIL sarebbe minore che nel 2015 (in quanto si ridurrebbero gli effetti positivi in termini di risparmi e si amplificherebbero quelli negativi in termini di calo delle esportazioni). Nello scenario di petrolio stabile agli attuali livelli, l’effetto “grezzo” sarebbe pari allo 0,5% del PIL (dopo lo 0,6% del 2015); l’impatto effettivo sui consumi reali sarebbe pari a circa lo 0,3% del PIL.

Questa analisi, pur “grezza”, evidenzia che: 1) il saldo netto degli effetti dello shock energetico sull’economia italiana resta positivo (svanisce solo in caso di rapido rimbalzo verso 60 dollari a fine anno); 2) tuttavia, l’impatto è meno “taumaturgico” che nel 2015. Inoltre, se il calo delle quotazioni dovesse proseguire, gli effetti negativi potrebbero amplificarsi ulteriormente, in quanto gli episodi di instabilità finanziaria che ne deriverebbero per le imprese del settore e intere economie potrebbero innescare rischi più significativi per il ciclo mondiale, finendo per prevalere sull’impatto economico diretto stimato nelle simulazioni di cui sopra.

Più in generale, notiamo (Tabella 3) che l’esposizione dell’Italia verso i Paesi produttori di petrolio (in particolare verso i Paesi OPEC) è superiore rispetto a quella degli altri principali Paesi europei: è stata pari, in base ai dati non definitivi del 2015, al 5,7% del totale dell’export (quasi il doppio rispetto a quella della Germania), in base ai dati comparabili per Paese (aggiornati ad agosto); secondo i dati Istat relativi ai mesi da gennaio a novembre 2015, tale quota sarebbe ulteriormente scesa al 5,3%. In particolare, l’Italia esporta verso i paesi OPEC soprattutto macchinari e apparecchi (circa il 30% delle vendite verso OPEC, mentre il settore rappresenta il 18% dell’export totale) e prodotti petroliferi raffinati (l’11,5% contro il 3% sull’export totale);

proprio tali comparti sembrano quelli maggiormente “attivati” dall’import di greggio, del cui calo potrebbero risentire. Pertanto, il nostro Paese risulta più esposto ai rischi sull’export derivanti da un calo troppo accentuato delle quotazioni petrolifere. Il contrario è vero per quanto riguarda l’esposizione alla Cina, che per l’Italia è pari al 2,5% dell’export totale ovvero meno della metà che per la Germania (anche in questo caso, uno dei settori più esposti, e quindi maggiormente a rischio, è quello della meccanica: il 32% delle vendite verso la Cina nel 2015 ha riguardato questo comparto).

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In prospettiva, sulla base del nostro scenario su prezzi delle materie prime, tassi di cambio e stime di crescita del PIL nei principali Paesi, è possibile fare delle ipotesi sulla variazione delle esportazioni dell’Italia verso i principali partner commerciali nel corso dell’anno, per ottenere una sorta di stima bottom-up dell’evoluzione dell’export italiano nel 2016 (rispetto all’anno precedente).

Come si vede dalla Tabella 4, nel 2015 (in base ai dati dei primi 11 mesi dell’anno) quasi la metà del contributo alla crescita delle esportazioni (1,6% su un totale di 3,8%) è venuto dalle vendite negli Stati Uniti (di cui oltre la metà, lo 0,9%, in particolare dai mezzi di trasporto). Un apporto positivo dell’ordine di quasi mezzo punto percentuale ciascuno è poi venuto da altri Paesi europei (Spagna, Regno Unito, Belgio) nonché da Medio Oriente e altri Paesi asiatici. Un freno all’export è invece arrivato dalla Russia (-0,6%) e dai Paesi africani (-0,4%), nonché, in misura più limitata, da Mercosur (-0,2%) e OPEC (-0,1%).

Per quest’anno, ci aspettiamo che il contributo alla crescita dell’export possa venire interamente dai Paesi UE (2,4%), sebbene l’apporto da Spagna e Belgio possa divenire meno positivo.

Viceversa, ci aspettiamo che il contributo alla crescita dell’export dai Paesi extra-UE (pari all’1,6% nel 2015) possa azzerarsi. Infatti, per la Russia ipotizziamo il mantenimento dello stesso calo dell’export visto nel 2015 (dell’ordine del -26%) mentre il contributo positivo dagli Stati Uniti (eccezionale nel 2015) potrebbe a nostro avviso dimezzarsi, venendo meno l’effetto del deprezzamento del cambio. L’ipotesi sui flussi verso la Russia è probabilmente troppo aggressiva, in quanto la contrazione dei flussi è già più lenta e va esclusa la possibilità di un allentamento delle sanzioni nel corso del 2016. Il contributo positivo dai Paesi del Medio Oriente potrebbe azzerarsi. Soprattutto, dai Paesi OPEC ci aspettiamo un freno all’export pari a quasi un punto percentuale, in relazione agli effetti proprio del crollo delle quotazioni petrolifere. Ne risulta che la crescita dell’export, pari (in base ai dati mensili nominali sul commercio estero dell’Istat relativi ai primi 11 mesi dell’anno) al 3,8% nel 2015, potrebbe rallentare al 2,4% quest’anno.

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