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Robeco: Banche centrali alla prova della crisi energetica

Robeco : Si prospetta una settimana cruciale per le banche centrali, che potrebbe fornire agli investitori indicazioni sulla loro reazione alla chiusura dello Stretto di Hormuz.

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A cura di Colin Graham, Co-Head of Sustainable Multi-Asset Solutions di Robeco


Va sottolineato che i tassi di interesse rappresentano uno strumento poco efficace per gestire uno shock dal lato dell’offerta, ma la storia dimostra che possono contrastare un aumento dell’inflazione.  Esiste quindi un margine di manovra per un taglio dei tassi di interesse a sostegno della crescita prima che si accumulino pressioni inflazionistiche di fondo.

Nel complesso, prevediamo che le banche centrali si concentreranno sullo shock di crescita a breve termine e non terranno conto di un potenziale picco dell’inflazione complessiva (determinato dall’energia e dalle catene di approvvigionamento).  Ci si aspetta quindi un orientamento accomodante nei comunicati, ma con la porta aperta a futuri aumenti dei tassi (a seconda dei dati).  Riteniamo che vi sia un margine per tagli dei tassi a sostegno dell’economia nelle prossime due riunioni.

La prima banca centrale a riunirsi sarà la Reserve Bank of Australia. Prima dell’escalation geopolitica il mercato si attendeva un rialzo dei tassi già a febbraio, ma le aspettative si sono ora spostate verso una pausa. Nonostante ciò, è probabile che il comitato mantenga una comunicazione di tono prudente e relativamente restrittivo. L’economia australiana, infatti, grazie al suo ruolo di esportatore di energia e materie prime, appare relativamente più protetta rispetto ad altre economie sviluppate.

La Federal Reserve si trova probabilmente nella posizione più favorevole. L’economia statunitense è in parte attenuata dall’effetto positivo delle esportazioni energetiche e ciò consente alla banca centrale di concentrarsi maggiormente sui fondamentali domestici. In particolare, il mercato del lavoro continuerà a rappresentare il principale fattore guida delle decisioni di politica monetaria. Al momento non vi sono ancora dati sufficienti per giustificare un taglio dei tassi: lo scenario più probabile resta quindi una pausa, con tassi vicini al livello neutrale e una crescita ancora solida. Anche il contesto politico interno sarà attento all’andamento dei prezzi della benzina, tema sensibile per gli elettori, oltre che alla distribuzione dei rimborsi fiscali.

Più complessa appare invece la posizione della Banca Centrale Europea, che dispone di margini di manovra più limitati a causa del suo mandato focalizzato sulla stabilità dei prezzi. In passato, durante crisi importanti come quella finanziaria globale del 2008 o la crisi del debito sovrano europeo del 2011, la BCE aveva persino alzato i tassi. Oggi tuttavia il contesto è diverso: strumenti come il quantitative easing fanno ormai parte dell’arsenale della banca centrale e l’esperienza del passato potrebbe indurre un approccio più prudente. L’attenzione sarà quindi rivolta soprattutto all’inflazione core e agli eventuali effetti di secondo impatto, più che alla volatilità dell’inflazione headline legata all’energia. Inoltre, le pressioni salariali stanno mostrando segnali di attenuazione.

L’evoluzione della crisi rimane comunque strettamente legata alla situazione nello Stretto di Hormuz e, in particolare, alle decisioni dell’Iran. Più a lungo lo Stretto dovesse rimanere chiuso, maggiore sarebbe il rischio di un impatto negativo sull’economia globale.

Posizionamento di portafoglio

In questo contesto manteniamo un posizionamento costruttivo sulle materie prime, che beneficiano direttamente delle tensioni energetiche. Sui titoli di Stato europei preferiamo una duration più corta, ritenendo che le aspettative di rialzo dei tassi incorporate nei prezzi siano eccessive, anche alla luce della riduzione delle posizioni da parte dei fondi più levereggiati.

Sul fronte valutario manteniamo un’esposizione lunga al dollaro statunitense, scelta che si discosta dalla nostra visione di lungo periodo ma che riflette il suo ruolo attuale di valuta rifugio nei momenti di stress. Manteniamo inoltre una posizione lunga sul dollaro australiano, sostenuto dalla natura esportatrice dell’economia del Paese.

Infine, sull’azionario preferiamo un posizionamento neutrale. Un sottopeso significativo risulterebbe infatti rischioso in una fase in cui la dinamica di mercato del “buy the dip” continua a rimanere ben radicata tra gli investitori.

Fonte: InvestmentWorld.it


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