Robeco : In questo aggiornamento si evince che le emissioni, le energie rinnovabili e la gestione delle risorse idriche sono stati fattori determinanti sia per i paesi con i migliori risultati che per quelli con i risultati più modesti.
A cura di Paul Ruijs, Impact Specialist di Robeco
Inoltre, alcuni casi dimostrano che un punteggio basso nella categoria “G” accentui gli scarsi risultati nelle categorie ‘S’ ed “E”. Infine, gli attacchi informatici possono causare danni economici e sociali di lunga durata, comportando gravi rischi per gli Stati.
La Danimarca mantiene la sua leadership in ambito ESG, per la quarta volta consecutiva negli ultimi due anni, secondo l’ultimo ranking sulla sostenibilità per paese di Robeco, che analizza numerose nazioni sulla base di indicatori ambientali, sociali e di governance che possono avere un impatto sulla crescita economica e lo sviluppo. Come in passato, i paesi scandinavi hanno ottenuto ottimi risultati e (insieme alla Svizzera) hanno completato la top five.Le prestazioni ESG dei paesi in testa alla classifica non sono state però eccezionali: la maggior parte di essi ha registrato un calo dei punteggi ambientali. La Danimarca e la Svezia hanno registrato un rallentamento nella diffusione delle energie rinnovabili in termini di quota sul proprio mix energetico complessivo. La Norvegia ha perso terreno nella gestione dello stress idrico e dei rischi climatici. La Finlandia, al secondo posto, è stata l’unico paese a registrare un leggero aumento dei punteggi ambientali, grazie a un maggiore ricorso alle energie rinnovabili e a un uso più efficiente dell’acqua.
I punteggi dei principali emittenti di debito sovrano a livello mondiale continuano a divergere. Il punteggio ESG del Giappone (7,46 su 9,0) ha registrato un leggero calo, mentre quello degli Stati Uniti (6,61 su 9,0) è rimasto sostanzialmente stabile. Nel caso del Giappone, la causa è da ricercarsi nel peggioramento dei criteri relativi al clima e all’energia.
Ironia della sorte, negli Stati Uniti i punteggi più bassi in materia di governance (dovuti a livelli più elevati di corruzione e a istituzioni più deboli) sono stati compensati da punteggi ambientali più alti, grazie ai dazi introdotti in occasione del “Liberation Day”, che hanno ridotto le emissioni di CO₂ associate alla produzione di beni importati.
Il punteggio ESG della Cina è leggermente migliorato grazie agli sforzi compiuti per la salvaguardia delle specie estinte, un indicatore dello stato di salute della biodiversità.
Punteggi nei vari paesi del mondo
Diversi mercati emergenti hanno registrato notevoli miglioramenti nella classifica. Singapore ha registrato il maggiore aumento in termini assoluti grazie a migliori pratiche di gestione delle risorse idriche. Al contrario, i punteggi ambientali più bassi hanno pesato sui paesi che hanno registrato i cali più significativi, tra cui Botswana, Qatar, Mali, Turchia e Hong Kong.
Ostacolare l’ascesa di Orban
Per quasi due decenni, Viktor Orban e il suo partito Fidesz hanno dominato la scena politica ungherese. Un tempo considerato un paladino della libertà e sostenitore delle idee occidentali, il suo stile è diventato di anno in anno sempre più autoritario, antidemocratico e corrotto. La sua presa sul potere si è interrotta bruscamente all’inizio del 2026, quando è stato destituito in modo clamoroso dalla coalizione Tisza di Peter Magyar.
Tuttavia, le riforme auspicabili potrebbero non arrivare con la stessa rapidità con cui è avvenuta la sua caduta, poiché i fedelissimi di Orbán continuano a occupare posizioni chiave nelle istituzioni giudiziarie, nei media e nel settore bancario, spesso con incarichi di lunga durata. Il popolo si è espresso e ha conferito un mandato chiaro. Con Orbán fuori dai giochi, i progressi potrebbero essere lenti, ma il Paese sembra ora avviato su una traiettoria positiva.
Il pericoloso declino del Perù
Un tempo considerato un punto di riferimento stabile in materia di ESG nella regione latino-americana, il Perù ha registrato un recente peggioramento della propria posizione. Il punteggio sociale del Paese ha risentito delle proteste diffuse scatenate da una crisi di leadership cronica. Il Paese ha visto susseguirsi diversi presidenti, numerosi rimpasti di governo e attriti incessanti tra i poteri dello Stato. Gli scandali di corruzione che hanno coinvolto le élite politiche e i magistrati hanno alimentato ulteriormente la sfiducia.Il caos mette in luce tensioni sociali profondamente radicate legate alle disuguaglianze, all’esclusione e all’accesso ai servizi di base. I progressi nella lotta alla povertà sono in fase di stallo, le forme di lavoro irregolare abbondano e la carenza di servizi pubblici, in particolare nel settore sanitario e in quello dell’istruzione, sta ostacolando lo sviluppo del capitale umano.
Anche l’ambiente naturale sta attraversando un periodo difficile. Il Perù è esposto a rischi climatici di natura fisica – tra cui inondazioni, siccità e fenomeni legati a El Niño – che minacciano la produzione agricola e le infrastrutture. La debolezza della governance ha comportato una minore applicazione delle norme di tutela ambientale, in particolare per quanto riguarda l’estrazione mineraria illegale, la deforestazione e l’inquinamento idrico. Si tratta di un chiaro esempio di come una governance debole ai vertici possa aggravare i problemi sociali e ambientali sul territorio. Purtroppo, senza un intervento immediato, le prestazioni ESG del Perù rischiano di continuare a peggiorare.
Cybersecurity
La cybersecurity è diventata una componente sempre più rilevante del rischio ESG a livello di Paesi, riflettendo la crescente dipendenza dei governi e delle economie dalle infrastrutture digitali. Gli attacchi informatici su larga scala hanno causato perdite per miliardi di dollari a livello globale, con i governi che spesso si trovano a sostenere costi fiscali indiretti legati alle spese per le misure di emergenza, alla ricostruzione dei sistemi, alle controversie legali e alla perdita di produttività.
Il framework ESG sui Paesi sta ora incorporando la sicurezza informatica come fattore determinante per la performance ESG, avvalendosi dei dati del Global Cybersecurity Index (GCI) elaborato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), un’agenzia delle Nazioni Unite che supervisiona gli standard globali in materia di reti digitali.
È interessante notare che la cybersecurity non è direttamente correlata a un PIL elevato. I paesi avanzati e quelli emergenti ottengono buoni risultati, dalla Finlandia e dall’Italia all’Egitto e all’Indonesia. Pur presentandosi come realtà economiche e culturali diverse, una caratteristica comune a tutti questi paesi è la tendenza ad adottare un approccio coordinato a livello governativo, che comprende agenzie specializzate in materia di sicurezza informatica, solidi quadri normativi, l’obbligo di segnalazione degli incidenti e una forte cooperazione internazionale.
È preoccupante che molte aziende di dimensioni più modeste abbiano rapidamente ampliato i propri servizi digitali senza un investimento adeguato nella governance della sicurezza informatica, rimanendo così pericolosamente esposte a rischi.
Fonte: InvestmentWorld.it
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