A due settimane di distanza dall’inizio dello shutdown alcune attività governative hanno riaperto i battenti nonostante l’intesa in seno al Congresso statunitense non appaia così scontata. Mentre starebbe per abbattersi sul debito …
statunitense la scure delle agenzie di rating, pronte a rivedere il loro giudizio sul merito creditizio a stelle e strisce, il Tesoro ha stimato che il tetto dei 16700 miliardi di dollari sarà raggiunto il prossimo 17 ottobre e i primi storici creditori esteri, come Cina e Giappone, che detengono rispettivamente 1277 e 1135 miliardi di dollari di debito americano, stanno mostrando nervosismo e scetticismo sulle capacità di Obama di gestire tale situazione che potrebbe portare ad un collasso dell’economia con un effetto a macchia d’olio di gran lunga superiore a quello provocato dal crack Lehman.
Gli investitori, dal canto loro, mostrano anch’essi una certa dose di diffidenza verso i governativi statunitensi, come testimoniato dall’ultima asta di titoli a breve termine (4 settimane) con richieste ai minimi da 5 anni, nonostante la crescita dei rendimenti ai massimi dal 2009. Movimento che ha riguardato anche il comparto dei CDS, saliti a quota 45 bp, in netta controtendenza con lo scenario globale che al contrario registra un raffreddamento dai valori medi dell’ultimo anno, anche sul fronte dei rendimenti.
Tale contesto ha ulteriormente gravato sulla divisa americana, che già soffriva da tempo di una politica monetaria che ne imponeva un deprezzamento quasi cronico contro le principali valute, con il Dollar index oggi a ridosso dei minimi storici e con il tasso di cambio contro l’euro sui massimi dell’ultimo anno a contatto con la resistenza in area 1,36.
Pertanto l’euro ha superato indenne, forse più per demeriti altrui che per meriti propri, la fase di accentuata debolezza registrata in conseguenza dell’instabilità politica di molti dei Periferici, Italia in primis, traendo di fatto il massimo beneficio dalle evidenti difficoltà improvvisamente esplose sul fronte della politica statunitense, ove dallo scorso 1 ottobre è attiva la serrata del Governo o “shutdown”, indotta dal fallimento delle trattative tra le controparti politiche per arrivare ad un accordo sull’innalzamento del tetto del debito.
Lo scenario pertanto potrebbe essere nuovamente interessante visti i livelli raggiunti dal cambio contro l’euro, anche in virtù del rimandato ma non certo accantonato tapering che porterà necessariamente entro l’anno alla graduale rimozione dello stimolo monetario da parte della FED, uno dei primi fattori che pesa sul deprezzamento del green-back.
In tale ottica pertanto vale la pena tornare a guardare con interesse le obbligazioni denominate in dollari americani, capaci in questo specifico frangente di garantire diversificazione e un rendimento potenziale ben oltre la media di mercato qualora il sentiment dovesse nuovamente muovere a favore del dollaro. E’ bene ricordare che tali proposte sono da considerarsi mediamente più rischiose di un analogo bond a tasso fisso, in quanto in caso di uno scenario sfavorevole, nel caso specifico il prolungarsi del trend di deprezzamento del dollaro americano contro l’euro, potrebbero addirittura compromettere la protezione del capitale nominale a scadenza.
Nel vasto ventaglio di obbligazioni in valuta estera che contraddistingue l’offerta di RBS Plc, si distingue in modo particolare la Royal Four% ( Isin XS0502707853).
Grazie ad un facciale del 4% annuo, unitamente ad una frequenza trimestrale delle cedole e alla scadenza di breve termine (7 maggio 2015), tale obbligazione si candida ad essere un valido strumento per posizionarsi sul dollaro americano per poterne sfruttarne eventuali apprezzamenti.
In base ai correnti 102,99 dollari esposti in lettera, il bond promette oggi un teorico rendimento a scadenza, a parità di tasso di cambio, del 2,04% annuo lordo. Al fine di chiarire le effettive relazioni che intercorrono tra il movimento del tasso di cambio (Eur/Usd) e lo yield-to-maturity del bond, sono state effettuate alcune simulazioni. In particolare, in caso di un progressivo apprezzamento del cambio Eur/Usd nell’ordine del 10%, il rendimento teorico a scadenza girerebbe addirittura in negativo, con una perdita su base annua del 4,48%.
Analogamente, nello scenario maggiormente positivo per l’investitore, un movimento correttivo del cambio di pari entità, che vedrebbe pertanto il dollaro americano apprezzarsi contro l’euro, farebbe crescere il rendimento potenziale lordo all’8,51% annuo lordo.
Fonte: RBS
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