L’aumento della disoccupazione in Spagna, ben in eccesso rispetto alla media europea, riflette la più severa correzione ciclica dell’economia ma anche la maggiore elasticità dell’occupazione al PIL, riconducibile alla forte dualità del mercato del lavoro spagnolo. Il ritorno a tassi di crescita positivi e le riforme attuate dal Governo nell’ultimo anno dovrebbero……
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La crisi in Spagna ha avuto ripercussioni decisamente più marcate che nel resto dell’area euro non solo in termini di output ma anche in termini occupazionali. L’aggiustamento dell’input lavoro è passato interamente per le quantità piuttosto che tramite un aggiustamento del monte ore, generando un aumento della disoccupazione ben in eccesso rispetto alla media europea. A febbraio, il tasso di disoccupazione ILO ha toccato il 20,5% in Spagna, il più alto nell’area euro, massimo degli ultimi 28 anni. Tra l’estate 2007 e il primo trimestre 2010 sono stati eliminati quasi 2 milioni di posti di lavoro (1.963.800), lasciando il numero dei senza lavoro a 4,72 milioni. L’aumento della disoccupazione ben più marcato che nel resto dell’area euro riflette la struttura del mercato del lavoro spagnolo caratterizzato da una forte dualità. L’incidenza degli occupati a termine a fine 2010 (24,9%) risultava ancora di 10 punti al di sopra della media area euro (15,8%), nonostante la quota fosse in calo già da fine 2006. Si noti che il totale degli occupati in Spagna ha continuato ad aumentare, invece, fino a inizio 2008.

Il trend di calo nella percentuale di contratti a tempo determinato sul totale dell’occupazione ha iniziato a rallentare nel 2010. In termini assoluti il numero dei contratti a tempo determinato è ritornato sui livelli di fine anni novanta dal picco del 34,6% di fine 2006.
Le prospettive per il mercato del lavoro rimangono incerte ma gli indicatori congiunturali sembrano suggerire che nel corso di quest’anno il trend di contrazione dell’occupazione dovrebbe rallentare. Tuttavia, non c’è da aspettarsi un calo deciso della disoccupazione prima di metà 2012.

La forte espulsione dei lavoratori a tempo determinato potrebbe avere ulteriori conseguenze negative in termini di composizione dell’occupazione e dinamica della produttività. Infatti, è possibile che le imprese abbiano espulso lavoratori a termine non necessariamente perché meno efficienti e meno adatti al ruolo, quanto piuttosto perché l’interruzione del rapporto aveva costi meno onerosi. Se così fosse, l’occupazione risulterebbe composta di lavoratori meno qualificati, portando a conseguenze negative di medio-lungo perido sulla produttività.
Disoccupazione ciclica o strutturale
Il mercato del lavoro Spagnolo è caratterizzato da una elasticità della occupazione in rapporto al PIL molto elevata. Come segnalato in precedenza, in caso di shock negativi le imprese ricorrono più spesso all’espulsione di manodopera rispetto alla riduzione delle ore lavorate. Dal grafico in figura l’elasticità dell’occupazione in rapporto al PIL durante gli anni di crisi economica 2008-10 è stata più marcata rispetto al valore storico. Nel periodo 3° trimestre 2008 – 4° trimestre 2009, l’elasticità dell’occupazione al PIL è aumentata notevolmente rispetto al periodo 1° trimestre 2003 – 2° trimestre 2008. Inoltre “crescita per consumi e crescita occupazionale in Spagna hanno una forte correlazione, vicina al 90%, di conseguenza i mutamenti nel mercato del lavoro forniscono un’importante chiave di interpretazione per i consumi delle famiglie, che contribuiscono per circa il 75% al PIL2”.

Il rischio è che il recente aumento del tasso di disoccupazione possa tradursi in un aumento del NAIRU. A priori, è difficile dire se il recente aumento della disoccupazione possa tradursi in un aumento della disoccupazione di lunga durata, che avrebbe effetti perversi sulle prospettive di crescita e sulla dinamica dei saldi di finanza pubblica. Sulla base dei dati OCSE a partire dal 2008 è iniziato un trend di crescita della disoccupazione strutturale, fino a toccare nel 2010 il 12,6%, valore vicino a quello di un decennio fa. Tuttavia, il tasso di disoccupazione strutturale non è tornato ai livelli dei primi anni Novanta; e, nelle proiezioni OCSE, tale tasso è visto ancora in crescita nel 2011, ma a un ritmo meno rapido rispetto agli ultimi anni.
Sicuramente la disoccupazione potrebbe risultare più elevata anche per effetto del ridimensionamento del settore delle costruzioni. La variazione su base annua del numero di disoccupati che prima del licenziamento faceva parte del settore costruzioni è schizzata dal 5,7% a/a nel 2007 al 71,1% a/a nel 2008, per crescere ancora in misura estremamente sostenuta nel 2009 (a 62,5%). La fortissima espulsione del settore costruzioni si è poi attenuata nel 2010 (tornando al 5,7% a/a). Nel quarto trimestre 2010 gli occupati del settore sono tornati ai livelli di fine anni Novanta: il ridimensionamento del settore è ancor più evidente se si considera che nel 4° trimestre 2010 questi erano arrivati a rappresentare soltanto l’8,5% degli occupati totali (come alla fine degli anni Ottanta). Il grosso del calo occupazionale sembra essere alle spalle e sembra improbabile che da qui venga una ulteriore significativa correzione.

Il Governo ha già fatto passi importanti per fronteggiare la forte dualità del mercato del lavoro
con il pacchetto di riforme di settembre scorso (si veda riquadro). Tra le misure principali della Riforma di settembre 2010 figurano l’introduzione di una maggiore flessibilità oraria per le aziende e l’applicazione di minori vincoli ai licenziamenti in caso di crisieconomica. Le principali misure adottate in questo senso comprendono:
Riduzione della giornata lavorativa: la giornata lavorativa può essere ridotta dal 10 al 70% percause di carattere economico, tecnico, organizzativo o di produzione.
“Penalizzazione dei contratti a tempo determinato”: il contratto diventa a tempo indeterminato dopo tre anni se al lavoratore sono stati stipulati due o più contratti per lo stesso posto di lavoro o uno diverso all’interno della stessa impresa o gruppo di imprese. L’obiettivo è di evitare il susseguirsi di contratti a tempo determinato, allo scopo di evitare la stipula di contratti a tempo indeterminato.
Estensione dell’applicazione dell’indennità di 33 giorni di salario per ogni anno lavorato in caso di licenziamento senza giusta causa. Quindi, un’indennizzazione più leggera rispetto ai 45 giorni previsti per il contratto a tempo indeterminato standard.
Istituzione di un fondo pubblico di copertura per le indennità per licenziamento.
Semplificazione del licenziamento per le imprese con perdite economiche attuali, previste o diminuzione continuata del fatturato.
Possibilità di effettuare licenziamento per assenteismo: qualora l’assenteismo medio superi il 2,5% l’impresa può licenziare quei lavoratori che manchino dal posto di lavoro più del 20% delle giornate lavorative in 2 mesi consecutivi o il 25% in 4 mesi non consecutivi, considerando un arco di tempo di 12 mesi.
Di fatto, rispetto agli altri paesi dell’area euro la Spagna è uno degli stati con i più alti livelli di indennità di fine rapporto e dove l’interpretazione del licenziamento per giusta causa è più rigida. L’indennità di fine rapporto è di 20 giorni di stipendio per anno di servizio in caso di licenziamento per giusta causa e varia tra i 33 e i 45 giorni in caso di licenziamento in assenza di giusta causa (fino ad un massimo di 24 e 42 mesi rispettivamente). Si tratta di livelli nettamente superiori rispetto alla media dell’area euro. Viceversa l’indennità è di solo 8 giorni per anno lavorato in caso di contratto a tempo determinato.

La rigidità del mercato del lavoro spagnolo richiede ancora il completamento della riforma della contrattazione salariale che avviene per ora a livello intermedio3 e prevede forme di indicizzazione all’inflazione per oltre il 69% dei contratti a fronte del 34% in media nell’area euro. La determinazione dei salari continua a pesare in termini relativi sulla dinamica del costo del lavoro spagnolo con effetti perversi sulla competitività. In una nota del 13 aprile, Valeriano Gòmez, Ministro del lavoro e dell’immigrazione, ha espresso la necessità di una moderazione salariale sottolineando, altresì, l’importanza di riaggiustare i margini delle imprese per recuperare la competitività.

Nonostante la necessità impellente di sganciare i salari dalla dinamica inflazionistica lo scorso 7 aprile 2011 sono stati pattuiti aumenti salariali del 3,06% per 1.462 contratti che riguardano 327.270 imprese e oltre 2,78 milioni di lavoratori con effetti economici per il 20114.
Sebbene tali aumenti siano preoccupanti, dato il contesto spagnolo, passi in avanti su tal fronte dovrebbero aversi a fine aprile quando dovrebbero chiudersi le negoziazioni tra parti sociali e Governo.
In attesa di ulteriori riforme in “formazione e training”
Per fronteggiare l’aumento della disoccupazione e rilanciare la dinamica del mercato del lavoro rimane cruciale che siano promossi programmi per riqualificare i lavoratori espulsi. Anche su questo punto si stanno avendo segnali importanti. A questo proposito, il Segretario di Stato per l’Occupazione, Mari Luz Rodriguez, ha dichiarato lo scorso 8 aprile che verranno impiegati 2.600 milioni di euro in corsi di formazione per l’impiego. Di fatto, anche la riforma del mercato del lavoro ha avviato delle misure per incentivare il training e la formazione continua. In primo luogo, è stata estesa la durata del contratto di formazione e apprendistato e i limiti di età per potervi eccedere; poi, il lavoratore che ricade in questa tipologia contrattuale, ha acquisito il diritto di richiedere il sussidio di disoccupazione; ed infine, le imprese hanno ottenuto la possibilità di richiedere una riduzione del 100% per i contributi di sicurezza sociale nei contratti di formazione. Tuttavia, altri passi avanti risultano necessari. Secondo un rapporto OCSE5 il Governo spagnolo dovrebbe impegnarsi a rendere l’assetto istituzionale dei processi di formazione continua meno complicato e potenziare l’accesso delle piccole imprese a sussidi per programmi di “training”. Inoltre, le imprese dovrebbero avere maggiori possibilità nello scegliere il tipo di formazione che viene incontro ai bisogni aziendali, così da rendere più efficaci i sussidi pubblici. Infine, il Governo potrebbe anche considerare di offrire borse di studio per coprire tasse di iscrizione a corsi di formazione o costi indiretti in termini di mancato guadagno. In questo modo si faciliterebbe la formazione continua stimolando la concorrenza tra gli istituti di formazione e offrendo un ventaglio di possibilità formative più esteso.
Conclusioni
In sintesi, il governo spagnolo ha fatto importanti passi avanti impegnandosi sul fronte delle riforme, ma la strada da percorrere è ancora lunga. A fine mese, il governo procederà nella revisione del sistema di contrattazione e indicizzazione salariale. Allo stesso tempo, sarebbe benvenuto l’annuncio di nuovi programmi di formazione per contenere l’aumento della disoccupazione strutturale.
Fonte: Intesa San Paolo Spa
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