Il tapering annunciato dalla Banca centrale americana, di cui a breve si conoscerà l’entità, rischia di diventare lo spauracchio per i mercati emergenti, in considerazione di quelle che potrebbero…
essere le conseguenze sul dollaro di un aggressivo piano di riduzione degli stimoli e degli effetti sui Treasury. Ma se da una parte i membri della Federal Reserve sembrano ormai concordi nel ritenere inevitabile l’avvio del processo di diminuzione dell’acquisto di Titoli di Stato dalla cifra record di 85 miliardi dollari al mese, dall’altra è sulle tempistiche che si evidenziano ancora delle divergenze. Per alcuni, infatti, la rimozione rapida del sostegno all’economia rischierebbe di soffocare la ripresa e pertanto sembra prevalere la soluzione intermedia che dovrebbe portare a una stretta parziale già nelle prossime settimane.
Nell’attesa che la FED chiarisca i dettagli del proprio piano di riduzione degli acquisti, sul fronte obbligazionario ci si trova di fronte ad un quadro complesso. Se i tassi di riferimento su livelli accomodanti ancora per lungo termine, rendono le obbligazioni a tasso fi sso tendenzialmente poco convenienti, anche alla luce dei prezzi raggiunti forse non congruenti con l’attuale contesto, i rendimenti del principale indice di mercato dei bond a tasso variabile, ovvero l’Euribor, si mantengono ancora su livelli molto bassi prospettando così un fl usso cedolare poco attraente per lungo tempo. Se appare pertanto ancora poco conveniente, soprattutto per gli investitori con un profi lo di rischio molto basso, assumersi rischi sul fronte tassi di interesse con le inverse fl oater, considerato poi che spirali infl attive non sono all’ordine del giorno (inflation bond), ecco che le obbligazioni in valuta rappresentano le uniche strutture degne di attenzione. I bond in valuta, data la loro rischiosità, è tuttavia tacito che non possono rappresentare l’unico asset del portafoglio, ma devono essere bilanciati con strumenti a basso rischio o comunque in linea con il proprio benchmark di rendimento e pertanto utilizzati esclusivamente come strumento di yield enhancement.
Facendo riferimento in particolar modo alle valute high yield, la forte volatilità dell’ultimo periodo deve far rifl ettere l’investitore sull’elevata rischiosità di tale investimento che, nonostante gli alti facciali, potrebbe mettere a repentaglio anche la protezione del nominale a scadenza.
Nonostante ciò, è indubbio che gli attuali livelli potrebbero rappresentare un valido punto di ingresso.
Nel vasto ventaglio di proposte targate RBS Plc, spicca per il rendimento potenziale la RBS Lira turca 9% ( Isin XS0609262471). Prima di entrare nel dettaglio, anche al fi ne di valutare attentamente i rischi, è opportuno dare uno sguardo al tasso di cambio Eur/Try, il fattore chiave che deve preoccupare l’investitore, anche in virtù della scadenza di breve termine prevista per il 21 aprile 2015. Il cambio, rilevato a quota 2,66, attualmente staziona su massimi storici e l’entità del deprezzamento subito dalla divisa di Ankara in soli quattro mesi, pari a circa il 13%, deve essere un monito per l’investitore al fine di comprendere la rischiosità dell’investimento.
Stando ai 101,988 try esposti in lettera all’ExtraMOT, in caso di mantenimento alla data finale delle condizioni correnti del mercato valutario, il ritorno al lordo degli oneri fiscali ammonterebbe al 7,656% su base annua. Si ricorda infi ne come il rendimento a scadenza e il valore lungo la durata residua siano direttamente proporzionali all’andamento del tasso di cambio Eur/Try dal momento che in caso di n deprezzamento della valuta turca il rendimento subirà un progressivo calo e viceversa.
Fonte: RBS
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