UBS : La prima parte dell’anno si sta per concludere con buone performance, l’azionario globale ha recuperato circa il 12%, la volatilità è bassa, e l’obbligazionario ha tenuto, continuando a offrire rendimenti superiori agli ultimi 13 anni.
Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia
Da qualche mese i mercati scommettono su un cambio di direzione da parte della Federal Reserve, che nell’ultima riunione ha lasciato i tassi d’interesse invariati dopo averli alzati in ognuna delle dieci precedenti.
Dopo incrementi cumulativi di 5 punti percentuali in soli 14 mesi, il ciclo di rialzi più veloce degli ultimi 40 anni, ci sono già stati segnali di instabilità tra le banche americane, che probabilmente si ripercuoteranno sull’andamento economico con effetti visibili già nella seconda parte dell’anno.
L’andamento del mercato del lavoro è particolarmente importante per la Federal Reserve e gli ultimi dati sono contrastanti: indicano un leggero aumento della disoccupazione a maggio, seppur i nuovi posti di lavoro restino al di sopra della media storica.
Anche in Europa siamo vicini al picco dei tassi: a giugno la Banca centrale europea li ha alzati di altri 25 punti base e, probabilmente, farà altrettanto a luglio. Ma sulla scorta dei dati deludenti del prodotto interno lordo e di numerosi segnali di riduzione dell’inflazione, ci aspettiamo di essere quasi al picco. Tuttavia, per assistere a un taglio dei tassi da parte della BCE servirà più tempo rispetto agli Stati Uniti.
I mercati azionari sembrano riflettere l’aspettativa di uno scenario benigno, e cioè uno stop ai rialzi dei tassi in un contesto di tenuta dell’economia.
Per poter registrare ulteriori rialzi delle borse servirebbe una combinazione di notizie positive su diversi fronti: per esempio, un taglio dei tassi americani a breve, una migliore performance economica e un aumento della produttività grazie all’intelligenza artificiale.
Prese singolarmente non si possono escludere notizie di questo tipo, ma è meno probabile che si verifichino in contemporanea. Questo potrebbe rendere fragile il percorso dei mercati azionari nei prossimi mesi.
In considerazione delle elevate valutazioni e di probabili riduzioni del credito in seguito alle crisi bancarie, gli Stati Uniti sembrano il mercato più vulnerabile a una correzione.
Nello specifico, gran parte della performance della borsa americana quest’anno è attribuibile a pochi colossi tecnologici (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Meta, Tesla e Alphabet) che hanno beneficiato di crescenti aspettative riguardo a una rinnovata domanda di semiconduttori, cloud computing e hardware per via della diffusione dell’intelligenza artificiale.
Occorre ricordarsi quanto osservato in simili occasioni in passato: chi parte prima non necessariamente sarà vincente (per esempio, dopo l’era delle dotcom molte società leader del tempo sono divenute irrilevanti o, addirittura, sono sparite); e le valutazioni sono un fattore determinante per i ritorni di lungo termine.
Abbiamo invece una preferenza per i beni di consumo di base e le utility, due settori difensivi con utili resilienti, valutazioni ragionevoli e buoni dividendi.
Siamo costruttivi soprattutto sul mercato obbligazionario: la riduzione dell’inflazione e un rallentamento della crescita nelle economie avanzate implicano che i tassi siano vicini al picco e, quindi, che i rendimenti offerti dalle obbligazioni di buona qualità e media durata siano interessanti. Inoltre rappresentano un cuscinetto in caso di recessione, perché un eventuale taglio dei tassi ne aumenterebbe il valore di mercato.
Infine, il differenziale di crescita e tassi d’interesse offerto dal dollaro rispetto all’euro dovrebbe ridursi e ci aspettiamo pertanto una fase di debolezza del dollaro rispetto a valute come l’euro, il franco svizzero e lo yen.
Fonte: InvestmentWorld.it
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