UBS WM: Nonostante sia scivolata in una piccola recessione tecnica in inverno, complessivamente l’economia della zona euro ha retto meglio del previsto negli ultimi mesi.
A cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia
I dati delle ultime settimane confermano una sostanziale stabilità e ci si può aspettare un periodo di bassa crescita nei prossimi mesi.
A ben vedere, la stagnazione riguarda soprattutto la Germania che, nonostante un aumento del deficit pubblico, sembra soffrire di più in questa fase. Il sud Europa si sta invece difendendo meglio, soprattutto l’Italia, che da diversi trimestri sorprende in positivo.
Probabilmente per capire questo andamento discordante bisogna partire dal decennio passato, caratterizzato per il Nord Europa da costi di finanziamento estremamente contenuti. Questi hanno portato a forti investimenti, che ora risentono in misura maggiore dei rialzi dei tassi d’interesse.
Non è stato invece così per i Paesi del Sud Europa, che per via dello spread elevato del debito pubblico hanno vissuto politiche monetarie restrittive, perché i tassi di finanziamento degli Stati erano molto superiori all’inflazione dell’epoca.
L’inflazione della zona euro continua a scendere: a giugno si è portata al 5,5% con l’ottava riduzione mensile consecutiva e siamo ormai a un livello pari alla metà rispetto al picco dello scorso ottobre. Questa discesa è dovuta a diversi elementi, tra i quali spicca la diminuzione dei prezzi dell’energia.
Il focus della Banca centrale europea (BCE) sembrano essere l’inflazione «core», vale a dire depurata del costo dell’energia, ancorché si tratti di un indicatore spesso in ritardo di qualche mese, e l’andamento dei servizi, che stanno riscontrando una domanda particolarmente forte.
Inoltre, il mercato del lavoro resta un osservato speciale per capire se l’inflazione potrebbe generare spirali prezzi-salari, cosa per la verità non avvenuta sinora nonostante vi siano stati alcuni aumenti e la disoccupazione si sia ridotta al 6,5%, il livello più basso da quando esiste l’euro.
Un altro elemento considerato dalla BCE è l’inflazione generata dall’incremento dei profitti aziendali, un tema che sta diventando sempre più centrale perché in molti settori l’inflazione ha fornito la scusa per alzare i prezzi oltre l’effettivo aumento dei costi produttivi. Tuttavia, in molti casi i volumi di vendita si stanno riducendo e i consumatori spesso non accettano ulteriori rincari.
Occorre anche considerare che una parte notevole dell’inflazione degli ultimi anni è stata causata dalle politiche fiscali espansive varate per contrastare la pandemia. Dall’anno prossimo vi sarà un’inversione di tendenza, con un consolidamento delle finanze pubbliche e una discesa del deficit medio sotto il 3% per la prima volta dal 2019, anche perché verrà riattivato il Patto di stabilità. Ci potrebbe essere quindi un ulteriore fattore che contribuirà a sgonfiare l’inflazione.
Bisogna poi tenere presente che l’impatto dei rialzi dei tassi già effettuati non si è ancora manifestato appieno e che la BCE sta ritirando liquidità dai mercati finanziari. Per esempio, ha bloccato i reinvestimenti delle cedole e dei rimborsi del programma APP (Asset Purchase Programme) e ha ridotto drasticamente la liquidità offerta al sistema bancario (TLTRO).
Per tutte queste ragioni, ci aspettiamo che l’inflazione si attesti di poco sopra il target del 2% entro la fine del prossimo anno, cosa che sembra in contrasto con le indicazioni della BCE di continuare ad alzare i tassi a luglio e dopo l’estate.
Questa divergenza dipende dall’inflazione alla quale si fa riferimento: l’inflazione «core», pur sapendo che potrebbe essere un dato riferito al passato? Quella attesa l’anno prossimo (già vicina al target) o quella degli ultimi mesi? I prezzi al consumo oppure alla produzione (questi ultimi stanno vivendo una rapida disinflazione)?
La BCE sembra concentrata sugli ultimi dati, più che sulle stime prospettiche, e sull’inflazione «core», che non risente della riduzione dei prezzi dell’energia. Per questo ci aspettiamo che i tassi salgano fino al 4% e non si può escludere che non si vada oltre. Il rischio di rialzi eccessivi, o di tassi mantenuti a un livello elevato troppo a lungo, continua quindi ad aleggiare sull’area euro.
Fonte: BondWorld.it
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