UBS WM: Le principali decisioni di politica economica dei Paesi, così come il giudizio dei principali enti internazionali e della stampa finanziaria, ruotano da sempre intorno al prodotto interno lordo (PIL).
A cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia
È di gran lunga l’indicatore più utilizzato quando si tratta di riassumere l’andamento dell’economia, fare confronti o valutare il merito di credito di uno Stato.
Il PIL non è altro che la somma dei beni e dei servizi prodotti in un Paese da imprese sia nazionali che estere. In pratica viene ottenuto sommando i consumi (compresi quelli della pubblica amministrazione), gli investimenti fissi lordi (acquisti o costruzione di beni materiali durevoli) e le esportazioni nette (quindi al netto delle importazioni).
Si tratta di un parametro concepito quando l’economia era dominata dalla manifattura e viene inteso come il principale indicatore di salute di un sistema economico perché rappresenta la capacità di produrre e vendere beni e, conseguentemente, di pagare le imposte che per lo più sono associate a redditi e transazioni. Proprio quest’ultimo punto spiega perché sia così importante per valutare la sostenibilità del debito pubblico.
La costruzione del prodotto interno lordo è ampiamente criticata da decenni e sono stati avviati molti cantieri per creare alternative senza però riuscire a sostituirlo con un’altra definizione, almeno sinora.
Già nel 1968 il Senatore Robert Kennedy, in un discorso all’Università del Kansas, aveva fatto emergere alcuni punti deboli: «Il PIL è un numero che non misura la salute, l’istruzione, le opportunità, l’ambiente e gli altri indicatori della qualità della vita». E ancora: «Comprende la pubblicità delle sigarette, la distruzione delle foreste, il napalm e le testate nucleari».
Inoltre, il prodotto interno lordo non discrimina sulla base della qualità o dell’efficienza dell’impiego di capitale e beneficia dell’incremento dell’indebitamento se questo finanzia i consumi o l’acquisto di beni durevoli, come gli immobili. Infatti, le bolle immobiliari di inizio secolo negli Stati Uniti, in Spagna e in Irlanda avevano spinto il PIL in quegli stessi Paesi, prima di deflagrare con la crisi finanziaria globale del 2008.
Per lo stesso principio, almeno nel breve termine, un’economia nella quale le famiglie si indebitano a dismisura per consumare si tradurrebbe in un PIL più alto. Al contrario, destinare una maggior quota dei redditi al risparmio implicherebbe un prodotto interno lordo più basso, perché comporterebbe minori consumi.
D’altra parte, il calcolo del PIL non cattura attività che avvengono all’interno dei nuclei familiari, come l’accudimento di bambini e anziani.
Di recente, a queste apparenti mancanze se ne sono aggiunte altre strettamente legate alla quarta rivoluzione industriale. Molte possibilità offerte dalla digitalizzazione per aumentare l’efficienza comportano infatti una riduzione del prodotto interno lordo. Per esempio, lavorare da casa, fare online il check-in di un volo, scaricare un film in streaming o pagare al supermercato alle casse automatiche sono tutte attività che riducono il PIL. Anche se da un punto di vista economico questi comportamenti non cambiano la produttività, anzi probabilmente la aumentano, vengono meno attività che rientrano nella definizione contabile del prodotto interno lordo.
Insomma, le trasformazioni che attraversiamo grazie alla tecnologia, peraltro destinate ad accelerare, rendono l’economia più efficiente e le aziende più redditizie, ma implicano che il confronto del PIL nel corso del tempo diventi poco rappresentativo.
Per tutte queste ragioni sono state varate numerose iniziative per elaborare concetti più evoluti riguardo lo sviluppo dell’economia. Nel 2007 la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Club di Roma, l’OCSE e il WWF hanno lanciato un’iniziativa intitolata «Beyond GDP»: oltre il PIL. Altre iniziative hanno seguito le orme di «Beyond GDP» e di recente un gruppo di nazioni (Finlandia, Islanda, Scozia, Galles e Nuova Zelanda) hanno formato la partnership Wellbeing Economy Governments per definire nuovi parametri per valutare l’andamento economico.
Ci sono insomma pochi dubbi sul fatto che il prodotto interno lordo offra una visione solo parziale dell’attività economica, ma ad oggi continua a rappresentare la stella polare per governi, agenzie di rating, organizzazioni internazionali e mercati. Ma perseguire la crescita del PIL fine a sé stessa può portare a errori di giudizio a detrimento dell’ambiente e della società.
Fonte: BondWorld.it
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