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UBS WM : Dazi, confini e petrolio

UBS WM : Gli Stati Uniti sono il primo importatore e il secondo esportatore al mondo, con una bilancia commerciale strutturalmente negativa e deficit ulteriormente cresciuti negli ultimi anni.

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Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia


Spesso, questo tipo di relazioni commerciali ha favorito rapporti ancora più stretti con i Paesi alleati e limitrofi.

Sin dalla campagna elettorale, Donald Trump ha posto i dazi al centro della sua politica economica. Del resto, nel sistema statunitense, il presidente ha ampio margine di manovra per modificare i dazi senza dover passare dal Congresso.

Anche per questo, il protezionismo è in cima alla lista delle preoccupazioni degli investitori: i dazi sono una tassa sul consumo al pari dell’IVA, possono ridurre i consumi e generare inflazione. Tuttavia, si tratta di un’imposta che può soddisfare l’opinione pubblica, frenare economie concorrenti e costituire materia negoziale per ottenere concessioni su tavoli magari molto diversi.

Il protezionismo americano è riemerso a partire dalla crisi finanziaria globale del 2008 e, a mio avviso, può essere considerato un tema bipartisan. Infatti, l’amministrazione Obama nel 2009 approvò i requisiti «Buy American» all’interno dell’American Recovery and Reinvestment Act, chiedendo di usare acciaio, ferro e manufatti prodotti negli Stati Uniti.

Da allora il rapporto tra commercio internazionale e prodotto interno lordo (PIL) globale ha smesso di crescere, interrompendo bruscamente un trend cominciato dopo la seconda guerra mondiale.

Tra il 2017 e il 2020, durante la prima presidenza di Donald Trump, furono aumentati i dazi nei confronti di molte aree economiche, a partire dalla Cina, con diversi ordini esecutivi che riguardavano infrastrutture, prodotti di consumo e medicinali.

Queste misure sono state confermate durante la presidenza di Joe Biden che, anzi, ha inasprito alcuni dazi nei confronti della Cina, per esempio per quanto riguarda le auto elettriche, e creato incentivi fiscali per favorire la rilocalizzazione di attività produttive negli Stati Uniti. Inoltre, sono stati approvati divieti crescenti all’esportazione di alcune tecnologie strategiche, come i microchip avanzati, alla Cina, per rallentarne il progresso tecnologico.

Questa escalation sembra destinata a continuare durante la seconda presidenza di Trump e, ancora una volta, i dazi sembrano essere anche un’arma negoziale per perseguire obiettivi diversi, come il controllo dei confini.

Nella campagna elettorale, Trump quindi ha messo al centro del suo programma il protezionismo, minacciando dazi fino al 60% nei confronti della Cina. Dall’inizio della sua carica ufficiale ha parlato di dazi crescenti nei confronti dell’Unione europea (UE) e di imporre tariffe doganali del 25% nei confronti di Messico e Canada, primo e terzo partner commerciale degli Stati Uniti.

Tuttavia, dopo aver firmato decreti che impongono dazi doganali su alcuni prodotti messicani e canadesi, il presidente americano ha scelto di congelarli per un mese e proseguire i negoziati.

Intanto, Canada e Messico si sono impegnati a migliorare il controllo delle frontiere, destinando un maggior numero di militari alla lotta contro l’immigrazione illegale e il traffico di Fentanyl, che ormai ha assunto le dimensioni di una piaga sociale.

Dazi e immigrazione sembrano quindi essere obiettivi tra loro intrecciati. Per di più, sia aumentare i dazi che ridurre l’immigrazione e incrementare i rimpatri di immigrati illegali, diminuendo quindi la forza lavoro, hanno un impatto inflattivo. Si tratta potenzialmente di un punto debole per la nuova amministrazione, che ha attaccato Biden proprio sull’inflazione.

Questo spiega, almeno in parte, il nuovo ritiro degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima e l’annuncio di un aumento delle trivellazioni di gas e petrolio per abbassare i costi energetici e contenere l’inflazione. Infatti, in campagna elettorale è stato promesso di ridurre il costo dell’energia della metà e, più di recente, è stato chiesto aiuto all’OPEC, per ora declinato.

Per quanto riguarda la Cina, i dazi sono stati già aumentati del 10%, di fatto raddoppiando il livello medio attuale. Pur trattandosi di una situazione in divenire, per il momento è una sorpresa positiva a fronte di aspettative molto più elevate.

È possibile che una trattativa più ampia con la Cina porti a un accordo che tocchi magari la stabilità del Pacifico o il finanziamento del deficit statunitense, riducendo il rischio geopolitico. Tuttavia, non si possono escludere ritorsioni con dazi reciproci, con un indebolimento dello yuan cinese e restrizioni alle esportazioni di minerali critici per la produzione di batterie.

Potrebbe avvicinarsi il turno anche per l’Europa: Trump si è più volte lamentato del deficit commerciale con il Vecchio Continente. È sicuramente vero che l’Europa beneficia di un importante surplus negli scambi di beni con gli Stati Uniti, che rappresentano oltre il 15% delle sue esportazioni.

Un’altra considerazione per l’Europa riguarda l’impatto dei dazi americani su altri Paesi, in particolare la Cina. Se il flusso di merci cinesi venisse reindirizzato dagli Stati Uniti all’area euro, potrebbe accelerare le tendenze disinflazionistiche già in corso.

L’UE potrebbe opporre misure su servizi e tecnologia, ma in questa fase rischia di essere perdente: l’economia è stagnante da due anni, la Germania sta per andare alle urne e la formazione del governo potrebbe richiedere mesi, la Francia ha il quarto governo in un anno e mezzo e fatica a contenere il proprio deficit, che corre al 6% del PIL.

In questo complesso scenario, la Banca centrale europea (BCE) continuerà a tagliare i tassi d’interesse, nelle nostre stime porterà il tasso sui depositi al 2%. Ma non è chiaro se si fermerà lì. Con una crescita economica vacillante, la BCE potrebbe dover fare di più, anche in considerazione del protezionismo americano. Questa fase dovrebbe quindi essere favorevole per le obbligazioni in euro.

Le conseguenze della nuova politica economica americana, almeno a breve termine, saranno più rilevanti per il resto del mondo che per gli Stati Uniti. Infatti, l’economia americana continua a beneficiare di una buona crescita, che potrebbe essere sostenuta anche dalla deregulation su alcuni settori e da una riduzione delle imposte sulle aziende, come da programma repubblicano.

Considerando che la borsa statunitense rappresenta oltre la metà della capitalizzazione mondiale, rimaniamo ottimisti nei confronti dei mercati azionari. In particolare, gli ingenti investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere i semiconduttori, le mega cap e le utility, visto l’aumento atteso dei consumi di elettricità. Vediamo opportunità anche nel settore farmaceutico, nelle società a piccola capitalizzazione europee e nel mercato indiano.

Fonte: InvestmentWorld.it


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