UBS WM : Le elezioni statunitensi di novembre saranno le più importanti dell’anno. Gli Stati Uniti sono infatti la più grande economia del mondo e rappresentano oltre la metà dei mercati finanziari e delle riserve valutarie globali, oltre a essere la maggior potenza militare.
Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia
La campagna elettorale è stata caratterizzata da clamorosi colpi di scena, dall’attentato a Trump in Pennsylvania al cambio in corsa del candidato democratico, con Kamala Harris che nelle ultime settimane ha riportato il partito in vantaggio nei sondaggi.
Democratici e repubblicani hanno visioni molto diverse su come gestire l’economia, a partire dalla materia fiscale.
Le indicazioni programmatiche di Kamala Harris, coerenti con l’amministrazione Biden, mirano a ridurre le disuguaglianze e favorire la transizione energetica, confermando i piani di spesa e gli incentivi dell’Inflation Reduction Act (IRA) e gli investimenti per l’assistenza sanitaria. Parallelamente, la regolamentazione di alcuni settori, in particolare l’antitrust, verrebbe rafforzata.
Gli sgravi fiscali per le aziende approvati da Trump nel 2017 verrebbero lasciati scadere, incrementando così le aliquote delle imposte sulle società. Anche la tassazione marginale sulle persone fisiche e la tassazione di plusvalenze e immobili aumenterebbe.
Queste politiche potrebbero ridurre leggermente la crescita economica, mentre l’effetto disinflazionistico potrebbe portare a tagli dei tassi d’interesse più rapidi e, quindi, a un dollaro più debole.
La borsa americana potrebbe inizialmente risentire dell’aumento della tassazione e della maggior regolamentazione. Un monitoraggio più rigoroso della concorrenza potrebbe avere un impatto sul settore tecnologico. Al contrario, la conferma dei programmi legati all’IRA sarebbe positiva per le aziende attive nella transizione energetica.
Il manifesto di Donald Trump punta in direzione opposta: conferma delle aliquote fiscali per le società, riduzione dell’aliquota marginale sulle persone fisiche e nessun aumento dell’imposizione sulle plusvalenze. Alcuni incentivi dell’IRA potrebbero essere cancellati e la supervisione regolamentare ridotta, a vantaggio soprattutto del settore petrolifero e di quello finanziario.
L’impatto macroeconomico del programma repubblicano potrebbe essere positivo per il prodotto interno lordo (PIL), ma la combinazione di minor tassazione, meno immigrazione e più dazi potrebbe risultare inflattiva, allontanando i tagli dei tassi d’interesse.
Tuttavia, deficit più alti e tensioni commerciali potrebbero indebolire il dollaro, come auspicato dallo stesso Trump per favorire la manifattura statunitense. La conferma degli sconti fiscali per le aziende avrebbe un impatto positivo iniziale per la borsa, così come la promessa di una minor regolamentazione per alcuni settori.
Entrambi i partiti condividono il protezionismo, ma con modalità diverse. Trump favorisce i negoziati bilaterali e ha proposto dazi universali del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti e del 60% su quelle provenienti dalla Cina. I democratici desiderano preservare l’alleanza transatlantica, concentrandosi sugli scambi con la Cina.
Dazi più elevati sarebbero negativi per le aziende con export verso gli Stati Uniti, come i produttori automobilistici europei, e a medio termine ciò potrebbe accelerare la tendenza a riportare alcune produzioni vicino ai mercati di sbocco.
Tuttavia, occorre ricordare che la metà del commercio internazionale avviene all’interno delle multinazionali, tra le quali le aziende statunitensi, che potrebbero fare pressione sulla nuova amministrazione.
I colpi di scena degli ultimi mesi ci ricordano di evitare cambiamenti radicali nei portafogli in previsione di specifici risultati elettorali. Le preferenze degli elettori possono cambiare fino all’ultimo momento e, in ogni caso, i dati economici, le politiche monetarie e gli utili delle società per gli investitori spesso contano più della politica.
Resta il fatto che qualsiasi amministrazione dovrà confrontarsi con un debito federale di oltre 34 mila miliardi di dollari, che matura interessi di oltre mille miliardi di dollari l’anno. Anche in considerazione di un rallentamento economico sempre più evidente, ci aspettiamo che il dollaro si possa indebolire con entrambi i candidati.
Le elezioni avranno ramificazioni per il resto del mondo: le relazioni con l’Europa, la Cina, il Messico, la Russia e il Medio Oriente potrebbero cambiare dopo le elezioni.
Gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale dell’Unione europea (UE) e il loro ruolo come fornitore di energia è cresciuto dall’inizio della guerra in Ucraina. Un accordo commerciale significativo tra UE e USA è improbabile, ma l’attenzione si concentrerà sulle eventuali mosse protezionistiche degli Stati Uniti verso l’Europa.
Una presidenza Harris rappresenterebbe continuità rispetto a Biden, mentre una presidenza Trump potrebbe creare più incertezza, con implicazioni (per esempio riguardo all’Ucraina o ai dazi) sia positive che negative.
Indipendentemente dall’esito elettorale, i Paesi europei dovranno dedicare più risorse alla difesa, per rispettare le richieste della NATO o per deviare più fondi all’Ucraina. Ciò potrebbe risultare politicamente complesso, considerando che il nuovo Patto di stabilità richiede a molti Paesi (tra cui Francia, Belgio e Italia) di ridurre il deficit e che i recenti risultati elettorali in Francia e Germania mostrano un elettorato molto diviso.
Con tutta probabilità, le relazioni USA-Cina rimarranno difficili, con maggiori restrizioni sullo scambio di tecnologia indipendentemente dal presidente. Con gli Stati Uniti che cercano di ridurre la dipendenza dalla Cina, la relazione economica con il Messico invece dovrebbe crescere in importanza.
Fonte: InvestmentWorld.it
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