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UBS WM : Poco ma si muove (l’Europa)

UBS WM : Stretta tra la prospettiva di maggiori dazi da parte degli Stati Uniti, le relazioni in bilico tra l’Ucraina e il presidente americano Donald Trump, e una stagnazione economica che si trascina da due anni, l’Europa ha finalmente annunciato alcune misure di rilancio.

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Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia


Anche se probabilmente si tratta di iniziative troppo piccole, frammentate e forse anche deludenti nella modalità, sono comunque destinate ad avere qualche impatto economico che cerchiamo di esaminare.

La presidente della Commissione Europea, von der Leyen, ha annunciato un piano per la difesa con stanziamenti fino a un massimo di 800 miliardi di euro. La realtà, tuttavia, è che l’unica parte immediatamente tangibile è rappresentata da 150 miliardi di euro nella modalità di prestiti agli Stati membri.

Il resto, quindi 650 miliardi, è per il momento solo un calcolo teorico di possibile ulteriore spesa allargando i parametri fiscali, esercizio che però potrebbe mettere i singoli Paesi in cattiva luce sui mercati e portare a sottrarre risorse ad altre iniziative destinate alla crescita.

Nel concreto, alcuni Stati membri, per fare un esempio la Francia, che ha già un disavanzo di bilancio superiore al 5% del PIL, potrebbero avere difficoltà a raccogliere fondi aggiuntivi senza suscitare preoccupazioni tra gli investitori e accelerare i declassamenti delle agenzie di rating.

Inoltre, rimanendo su un piano di investimenti nazionali, è possibile che una parte di questa spesa si riveli subottimale per via di mancanza di coordinamento, duplicazioni e mancanza di innovazione tecnologica che richiede investimenti ingenti e centralizzati.

L’impatto sulla crescita dovrebbe essere positivo ma limitato. Tipicamente, gli investimenti nella difesa hanno un impatto modesto sul PIL europeo, anche perché in una parte consistente si trasformano in importazioni. Ad esempio, si stima che attualmente circa la metà della spesa per la difesa europea vada agli Stati Uniti.

Di maggior portata, da un punto di vista economico, sono gli annunci provenienti dalla Germania, che ha tenuto elezioni anticipate lo scorso febbraio. Dopo una stagnazione durata cinque anni, i partiti più propensi a formare il prossimo governo di coalizione del Paese, l’Unione di centrodestra tra CDU-CSU e la SPD di centrosinistra, hanno annunciato cambiamenti radicali nella politica fiscale.

In particolare, hanno annunciato un fondo «fuori bilancio» di 500 miliardi di euro per infrastrutture. Questo fondo avrebbe una durata di 10 anni e, in media, fornirebbe fondi aggiuntivi per oltre l’1% del PIL all’anno.

Inoltre, è stato proposto di consentire ai Länder (stati) di registrare disavanzi fiscali. A questo si aggiunge la proposta di escludere dal deficit la spesa per la difesa superiore all’1% del PIL.

Sorprende che un tale incremento di spesa pubblica non venga legato a un piano di riforme in aree come il mercato del lavoro, la riduzione della burocrazia o le liberalizzazioni.

La crescita tedesca potrebbe comunque cambiare radicalmente traiettoria, tornando sopra all’1% almeno per qualche anno con un deficit che aumenterebbe di quasi 3 punti percentuali rispetto al livello attuale.

Non si tratta di una partita già chiusa. La proposta deve ancora passare attraverso il parlamento federale, il Bundestag. In una mossa altamente insolita e criticata da alcuni, i partner della coalizione vogliono approvare questi cambiamenti nel Bundestag uscente, che può riunirsi fino a un mese dopo le elezioni, e non in quello appena eletto.

In questo modo, l’Unione e l’SPD avrebbero la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la costituzione con il supporto dei Verdi, aggirando una possibile minoranza di blocco nel nuovo Bundestag.

Anche un accordo di pace sull’Ucraina darebbe impulso all’economia europea grazie al calo dei prezzi dell’energia e al miglioramento del clima di fiducia di consumatori e imprese. Le aziende europee potrebbero poi partecipare alla ricostruzione, che secondo la Banca mondiale richiederà almeno 500 miliardi di dollari.

Tuttavia, a seconda della struttura dell’accordo e delle modalità di finanziamento della ricostruzione, l’operazione potrebbe comportare maggior debito.

Non è trascurabile nemmeno l’annuncio, sempre della settimana scorsa, di una prima virata della Commissione Europea nei confronti del settore automobilistico, che si trova in forte difficoltà.

Bruxelles ha concesso maggiore flessibilità in relazione agli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2, che di fatto verranno spalmati su tre anni, ha approvato supporti finanziari per le materie prime delle batterie per 1,8 miliardi di euro e finanziamenti per la guida autonoma per 1 miliardo.

D’altra parte, la Commissione ha ribadito che “l’obiettivo di zero emissioni di CO2 per nuove auto e furgoni nell’UE entro il 2035 rimane invariato”, almeno per ora, prima di eventuali cambiamenti nella revisione programmata per il prossimo anno.

Fonte: InvestmentWorld.it


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