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UBS WM : Sul filo della tregua

UBS WM : Sono passati pochi giorni dall’annuncio che Stati Uniti, Israele e Iran hanno raggiunto un accordo per una tregua di due settimane nel conflitto in Medio Oriente.

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Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia


L’Iran si è impegnato a riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale da cui transita il 26% del petrolio commerciato a livello globale, ma al momento la navigazione resta a singhiozzo.

Grazie alla mediazione del primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, Iran e Stati Uniti si sono impegnati a far incontrare le rispettive delegazioni. La tregua segna un cambio di rotta rispetto alle tensioni di pochi giorni prima, quando il presidente Trump aveva minacciato “la fine di un’intera civiltà”.

La riapertura dello Stretto è una buona notizia, soprattutto per l’Asia e i settori legati a gasolio e carburante per aerei. Tuttavia, la normalizzazione dei flussi energetici richiederà tempo: le infrastrutture energetiche danneggiate, in particolare quelle del gas, necessitano di riparazioni.

Le navi in uscita dallo Stretto si muoveranno rapidamente appena riceveranno il via libera, ma le petroliere in ingresso potrebbero essere più caute, soprattutto con l’avvicinarsi della scadenza della tregua. Se i flussi commerciali venissero nuovamente interrotti, i prezzi dell’energia potrebbero risalire quasi istantaneamente.

La guerra in Iran e le rappresaglie sullo Stretto di Hormuz, unitamente agli attacchi ad altre infrastrutture energetiche mediorientali, hanno spinto al rialzo le quotazioni di petrolio e gas per oltre un mese, riaccendendo le paure di una crisi energetica. L’impatto economico dipenderà dalla tenuta della tregua: a marzo l’inflazione è salita ovunque e il dato di aprile potrebbe essere peggiore.

In teoria, le banche centrali dovrebbero guardare oltre l’effetto di fattori esterni come il prezzo di petrolio e gas, concentrandosi sull’inflazione “core” (depurata per l’effetto legato all’energia). In passato, tuttavia, è capitato che abbiano comunque alzato i tassi in circostanze simili – come negli anni ’70 o, più recentemente, nel luglio 2008.

Nelle scorse settimane, le aspettative sui tassi sono cambiate radicalmente: a febbraio la curva americana indicava due tagli e mezzo, a inizio di questo mese si parlava di un possibile rialzo entro fine anno. In Europa, il mercato si aspettava un taglio dei tassi ed ora le attese sono di tre rialzi, anche se la BCE sembra più intenzionata a gestire le aspettative che a intervenire realmente.

Se i prezzi di gas e petrolio dovessero riprendere a salire, portando a politiche monetarie più restrittive, verrebbe meno uno degli assunti alla base delle attuali valutazioni del mercato azionario.

Lo scenario resta quindi incerto: situazione geopolitica instabile, reazione delle banche centrali non chiara e sullo sfondo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Prima dello scoppio della guerra si erano già creati timori sugli ingenti investimenti del settore tecnologico, motore delle borse degli ultimi tre anni.

Per diverse settimane, il conflitto ha messo in evidenza il punto debole di un portafoglio bilanciato in uno scenario di stagflazione (bassa crescita ed elevata inflazione): sia azioni che obbligazioni perdono valore. Le azioni scendono perché si riducono le aspettative sugli utili, le obbligazioni scendono perché i rendimenti salgono.

Ma l’esperienza insegna che in questi casi spesso conviene restare investiti, evitando di apportare cambiamenti improvvisi all’allocazione strategica e di provare a speculare sugli eventi geopolitici.

Se la tregua reggesse e le banche centrali non alzassero i tassi, la reazione del mercato obbligazionario potrebbe essere stata eccessiva. I titoli di Stato di qualità e le obbligazioni corporate investment grade a breve termine (circa due anni) potrebbero quindi offrire ora un buon punto d’ingresso, con rendimenti destinati a scendere nei prossimi mesi.

Sul fronte azionario rimaniamo costruttivi, ma per gestire i rischi da inizio anno abbiamo ridotto a neutrale l’esposizione al settore tecnologico statunitense, all’Europa (in particolare alle banche) e all’India, a vantaggio di aree difensive come Svizzera e farmaceutica.

La tecnologia cinese, pur non essendo difensiva, rimane tra le aree preferite grazie alle valutazioni e alle prospettive di crescita: le società del settore scambiano a multipli che sono quasi la metà rispetto a quelli delle concorrenti americane.

La guerra in Iran ha anche avuto un effetto sorprendente sull’oro, tradizionalmente considerato un bene rifugio: il metallo giallo ha perso oltre il 15% dall’inizio del conflitto, mentre solo a marzo circa 62 tonnellate sono state vendute tramite ETF.

Il Medio Oriente, con Dubai come hub, rappresenta infatti quasi 270 tonnellate di domanda, pari al 10% del consumo globale. La Banca Centrale della Turchia avrebbe venduto circa 50 tonnellate in poche settimane, anche se parte di questi volumi sembra riferirsi a contratti derivati.

La performance dell’oro durante i conflitti militari è storicamente variabile. Spesso si rivela meno efficace come copertura diretta contro i conflitti in Medio Oriente, che alimentano l’inflazione per effetto del petrolio e influenzano le aspettative sui tassi della Federal Reserve.

Inoltre, il prezzo dell’oro è inversamente correlato al valore del dollaro, che si è apprezzato in questa fase. La sua natura di asset infruttifero lo rende assimilabile a un’obbligazione a lunghissimo termine, sensibile ai tassi d’interesse statunitensi.

Correzioni simili si sono verificate nel 2013, 2008 e 2020-22, sempre in concomitanza con attese di un cambio di regime della Fed o liquidazioni forzate da parte di investitori speculativi.

L’oro resta comunque utile come protezione a medio termine contro gli effetti secondari, quali svalutazioni valutarie o debiti pubblici elevati. Con il rallentamento della crescita e una politica monetaria meno restrittiva, i tradizionali fattori di sostegno dell’oro — calo dei tassi reali e aumento dei debiti pubblici — dovrebbero tornare a prevalere, rendendo l’oro una copertura efficace, anche se con un certo ritardo. La recente debolezza appare quindi temporanea e non rappresenta un cambiamento strutturale.

Fonte: InvestmentWorld.it


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