Wellington Management : Nei giorni scorsi, gli Stati Uniti e Israele sono passati dal confronto indiretto e dalla deterrenza a un conflitto interstatale aperto contro l’Iran.
A cura di Thomas Mucha, Geopolitical Strategist di Wellington Management
Il 28 febbraio Washington ha confermato l’avvio di “major combat operations” congiunte con Israele, con l’obiettivo dichiarato di degradare le capacità missilistiche iraniane, impedire una ricostituzione del programma nucleare e massimizzare la pressione sul regime.
Dalla guerra dichiarata allo shock di leadership
L’escalation ha assunto una dimensione ancora più significativa con la conferma della morte della Guida Suprema, Ayatollah Ali Khamenei, e di altri esponenti chiave del regime. Questo elemento introduce un livello massimo di incertezza sulla coesione dell’apparato militare, sulla catena di comando, sulla stabilità interna e sulle dinamiche di successione. La combinazione tra guerra aperta e decapitazione della leadership amplia sensibilmente gli scenari di rischio, sia geopolitici sia macro-finanziari.
Cosa è accaduto finora
Gli attacchi congiunti USA–Israele hanno colpito infrastrutture missilistiche, strutture legate al regime e hub militari in diverse città iraniane, inclusa Teheran. Il Pentagono ha denominato l’operazione “Operation Epic Fury”, segnalando che non si tratta di un’azione dimostrativa isolata ma di una campagna potenzialmente prolungata.
L’Iran ha già ripreso attacchi missilistici e con droni nella regione, dimostrando di mantenere capacità operative nonostante lo shock ai vertici. Attività di difesa aerea sono state registrate in Israele e nel Golfo; diversi Paesi che ospitano basi statunitensi hanno chiuso lo spazio aereo o deviato voli commerciali. Le valutazioni sui danni restano parziali, come tipico nelle fasi iniziali di conflitti ad alta intensità. Il Presidente Trump ha dichiarato che le operazioni continueranno “per tutta la settimana o finché necessario”, rafforzando l’aspettativa di ulteriori azioni militari nei prossimi giorni.
Perché questa fase è strutturalmente diversa
Dal punto di vista degli investitori, la differenza chiave è il passaggio dalla deterrenza al warfighting diretto tra Stati Uniti e Iran. Questo comporta due implicazioni principali. Primo, cambiano gli incentivi di Teheran. La retorica statunitense si è spinta oltre obiettivi strettamente militari verso una pressione massima sul regime, riducendo gli incentivi iraniani alla moderazione e aumentando la probabilità di una risposta sostenuta, non solo simbolica. Secondo, si è ampliata la dimensione geografica del conflitto. Gli attacchi all’interno dell’Iran hanno già prodotto effetti in Israele e nel Golfo, aumentando il rischio che Paesi terzi, infrastrutture civili e asset economici strategici vengano coinvolti, intenzionalmente o meno. L’incertezza sulla successione interna iraniana complica ulteriormente la gestione dell’escalation.
I principali fattori da monitorare per i mercati
L’impatto sui mercati dipenderà meno dalle intenzioni dichiarate di Washington – ormai chiare – e più dalle scelte concrete di Teheran e dalla dinamica regionale. I principali “signpost” sono i seguenti:
- Ampiezza e natura della ritorsione iraniana: L’estensione della lista dei bersagli sarà determinante. Attacchi limitati a obiettivi militari israeliani implicherebbero un rischio più contenuto rispetto a un’espansione verso basi USA, infrastrutture del Golfo, obiettivi civili o cyberattacchi. Più ampia è la platea dei target, maggiore è la probabilità di conflitto regionale prolungato.
- Rischi per le infrastrutture energetiche: Attacchi confermati o minacce credibili contro impianti petroliferi e del gas in Iran o nei Paesi del Golfo aumenterebbero in modo significativo il premio per il rischio sul petrolio. Anche senza distruzioni su larga scala, un contesto di minaccia persistente può sostenere volatilità e tensioni sui prezzi.
- Shipping e Stretto di Hormuz: Una chiusura totale resta uno scenario a bassa probabilità ma ad altissimo impatto. Più plausibili sono episodi di molestia alle navi commerciali, rischi di mine, aumento dei costi assicurativi, deviazioni delle rotte o rallentamenti prolungati, tutti fattori sufficienti a generare volatilità nei mercati energetici e nei trasporti.
- Durata e intensità delle operazioni militari: Le valutazioni dei danni inflitti saranno cruciali. Se la campagna dovesse estendersi da “giorni” a settimane, ciò indicherebbe una degradazione incompleta delle capacità iraniane e aumenterebbe il rischio di conflitto prolungato.
Variabili secondarie ma decisive
Accanto agli indicatori immediati, una serie di fattori di secondo livello influenzerà la traiettoria del conflitto:
- Attivazione dei proxy regionali (Houthi, milizie sciite in Iraq e Siria, Hezbollah): un loro coinvolgimento attivo amplierebbe il conflitto su scala regionale.
- Postura delle forze USA nella regione: misure di protezione e dispersione dei circa 40.000 militari statunitensi presenti nell’area saranno un indicatore della percezione del rischio.
- Coinvolgimento dei Paesi del Golfo: intercettazioni missilistiche, chiusure prolungate dello spazio aereo e operazioni difensive indicheranno quanto i partner regionali vengano “trascinati” nel conflitto.
- Segnali diplomatici concreti: più rilevanti delle dichiarazioni pubbliche saranno eventuali azioni tangibili di de-escalation.
- Reazione politica interna in Iran: proteste, segnali di sostegno al regime o capacità dell’IRGC di mantenere il controllo saranno cruciali nel contesto post-Khamenei.
- Reazione politica negli Stati Uniti: dinamiche congressuali e opinione pubblica influenzeranno la sostenibilità della campagna.
- Posizionamento di Cina e Russia e degli alleati USA: un eventuale supporto concreto, oltre la retorica, segnerebbe un ulteriore passo verso la frammentazione geopolitica.
- Rischio di “mission creep”: un impegno militare prolungato in Medio Oriente potrebbe ridurre l’attenzione strategica USA su altri dossier globali.
Conclusioni
Nel brevissimo termine, i mercati dovrebbero concentrarsi meno sui titoli e più sugli indicatori osservabili: ampiezza della risposta iraniana, coesione tra regime e apparato militare, rischi per energia e shipping, e durata della campagna militare. Le prossime 24–72 ore saranno determinanti per capire se il conflitto stia cercando un “tetto” o stia scivolando verso un confronto prolungato. Nel medio-lungo periodo, questa escalation si inserisce in un contesto di crescente frammentazione geopolitica globale. Anche in presenza di una stabilizzazione tattica, le soglie superate tra fine febbraio e inizio marzo sono destinate a lasciare un premio per il rischio più elevato e persistente nei mercati energetici, nelle valutazioni macro e nelle scelte strategiche degli attori globali.
Fonte: InvestmentWorld.it
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