Wellington Management : Il Presidente Trump ha comunicato di voler nominare Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve (Fed) dal 2006 al 2011, come prossimo presidente della Fed.
A cura di Marco Giordano, Investment Director di Wellington Management
Warsh, noto per un approccio rigoroso durante il suo mandato, si è recentemente espresso a favore di una politica monetaria più espansiva, in sintonia con le posizioni di Trump, sebbene rimanga critico nei confronti delle politiche fiscali adottate dalla Fed.
Alla riunione di gennaio, la Fed ha lasciato invariati i tassi d’interesse, come previsto. I governatori Miran e Waller hanno sostenuto l’idea di una riduzione di 25 punti base. L’incertezza sull’indipendenza della Federal Reserve si è accentuata all’inizio di questo mese, dopo che il Dipartimento di Giustizia ha intentato una causa contro la Fed e il presidente Jerome Powell, legata alla ristrutturazione dell’istituto. Il caso è arrivato in Senato: il senatore Thom Tillis, figura di rilievo nella Commissione bancaria, ha dichiarato che bloccherà le nomine della Fed finché l’indagine non sarà conclusa.
Nel frattempo, le discussioni sul caso Lisa Cook tendono a favorire l’annullamento del suo licenziamento, anche se restano interrogativi sull’autonomia e sulla governance dell’istituto. Nonostante queste incertezze politiche a breve termine, gli investitori continuano a prevedere un taglio dei tassi da parte della Fed entro l’anno, dato il rallentamento dell’inflazione.
Sospetto intervento sullo JPY. L’ipotesi di un intervento ufficiale da parte delle autorità politiche per porre fine al continuo indebolimento dello yen giapponese è stata avanzata per la prima volta dopo la riunione della Banca del Giappone del 23 gennaio, quando le intense negoziazioni sulla coppia valutaria hanno suggerito una possibile azione delle istituzioni giapponesi finalizzata alla stabilizzazione della valuta, che aveva temporaneamente superato la soglia dei 159 dollari. Dalla giornata di venerdì, il cambio USD/JPY ha registrato un calo superiore al 4% rispetto ai massimi recenti, scendendo sotto quota 153, in seguito all’incremento delle speculazioni su un possibile intervento coordinato tra Giappone e Stati Uniti. Sebbene nessuna autorità abbia rilasciato conferme ufficiali, l’assenza di dichiarazioni esplicite, in particolare da parte della Federal Reserve e del Ministero delle Finanze giapponese, ha rafforzato le aspettative di un’azione congiunta. Le indiscrezioni si sono ulteriormente intensificate a seguito della notizia di una “verifica dei tassi” richiesta dal Dipartimento del Tesoro statunitense. Si riferiva inoltre che la Federal Reserve di New York stesse contattando gli istituti bancari per acquisire informazioni sui livelli e sulle posizioni delle valute dollaro e yen. La rapida rivalutazione dello JPY rispetto al dollaro USA è stata così forte e improvvisa che anche altre coppie valutarie hanno registrato un rialzo rispetto al dollaro USA, inclusa quella con l’euro, generando preoccupazioni tra i membri della BCE circa le potenziali conseguenze deflazionistiche dell’apprezzamento della valuta sull’area euro. In questo scenario, si ritiene che il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti rappresenti l’elemento più significativo, suggerendo che la manovra possa riflettere sia le priorità politiche degli Stati Uniti sia quelle del Giappone. Di conseguenza, i mercati potrebbero dover considerare una maggiore probabilità che tale iniziativa indichi le fasi iniziali di una politica più esplicita volta all’indebolimento del dollaro. In combinazione con nuove minacce tariffarie rivolte agli alleati (tra cui recenti dichiarazioni riguardanti il Canada) e la possibile chiusura dell’attività governativa, questo quadro potrebbe accelerare la diversificazione dagli asset statunitensi. Qualora questa ipotesi si concretizzasse, il cosiddetto “controllo dei tassi” verbale USD/JPY potrebbe avere un impatto più inflazionistico sugli Stati Uniti rispetto all’effetto disinflazionistico atteso per il Giappone.
I dati economici si sono mostrati solidi, nonostante l’incertezza geopolitica e le speculazioni relative alla prossima presidenza della Fed abbiano dominato molti titoli durante il mese. Il PMI composito dell’area euro è rimasto stabile a 51,5, leggermente inferiore alle stime, mentre è rilevante analizzare il suo componente sottostante più importante, la Germania. La crescita in Germania è rimasta piatta dall’inizio della pandemia, principalmente trainata da un prolungato rallentamento del settore manifatturiero; tuttavia, emergono crescenti segnali di un possibile punto di svolta nel ciclo industriale. Il PMI manifatturiero tedesco ha raggiunto 49,1, avvicinandosi al valore di 50, al di sopra del quale prevediamo una potenziale espansione del settore. Una ripresa più consistente nella produzione manufatturiera tedesca ed europea può suggerire una crescita più ampia della produzione industriale, al di là della prevista ripresa nel settore delle attrezzature militari. Anche il Regno Unito punta alla crescita, con il PMI dei servizi a 54 e quello manifatturiero a 51,8. Sebbene il peso della produzione industriale sia minore rispetto ai servizi nelle economie avanzate, anche incrementi marginali della crescita possono accentuare le pressioni sui prezzi che si traducono in un aumento dell’inflazione, poiché le economie europee continuano a registrare una crescita salariale superiore all’obiettivo e un tasso di disoccupazione persistentemente contenuto.
World Economic Forum. La questione della Groenlandia è diventata centrale durante il World Economic Forum di Davos, a seguito delle dichiarazioni del presidente Trump volte a ridefinire la precedente retorica sulle intenzioni degli Stati Uniti nei confronti del territorio. Pur escludendo espressamente qualsiasi ricorso alla forza militare per la potenziale acquisizione della Groenlandia, il presidente ha contemporaneamente sottolineato il valore strategico dell’isola per la sicurezza nazionale statunitense e ha introdotto la possibilità di un accordo “quadro”, indicando la volontà di Washington di perseguire i propri obiettivi tramite negoziati diplomatici ed economici continuativi. Tale orientamento ha contribuito a ridurre la probabilità di un confronto militare diretto tra Stati Uniti e NATO, pur lasciando irrisolte alcune tensioni con gli alleati europei, soprattutto perché la precisazione è stata accompagnata dalla contestuale minaccia di nuove tariffe doganali in caso di insuccesso dei negoziati. Di conseguenza, la questione legata alla Groenlandia appare destinata a trasformarsi in un processo negoziale lungo e articolato, piuttosto che in una soluzione di natura geopolitica a breve termine.
I segnali provenienti dal mercato del lavoro statunitense restano tra gli indicatori maggiormente considerati dagli investitori di tutto il mondo, poiché costituiscono indicatori fondamentali per la politica monetaria della Fed e, in parte, per quella globale. Il rapporto sull’occupazione di dicembre indica i primi segnali di una possibile nuova stretta monetaria, spinta da una domanda di lavoro in aumento e un’offerta piatta. Questo scenario riflette gli effetti ritardati dell’eccezionale terzo trimestre del 2025 (la crescita salariale annualizzata è stata rivista al rialzo al 4,4%) e potrebbe ridurre le probabilità di ulteriori allentamenti da parte della Fed, almeno nel breve termine. L’incremento dei salari è stato modesto e si è attestato a 50.000 unità, con revisioni al ribasso per i mesi precedenti. Tuttavia, secondo l’indagine sulle famiglie, il contesto appare più solido: sono stati creati 232.000 posti di lavoro, facendo calare la disoccupazione al 4,4%. È probabile che la domanda di lavoro continui a migliorare nei prossimi 3-6 mesi, proprio mentre le restrizioni sull’immigrazione iniziano a frenare la crescita dell’offerta di lavoro, esercitando ulteriore pressione verso il basso sul tasso di disoccupazione. I rischi legati a questa prospettiva includono una forza lavoro più resiliente o innovazioni tecnologiche che potrebbero ridurre la domanda di lavoro per unità di crescita, anche se riteniamo che questi fattori saranno più rilevanti solo a partire dall’inizio del 2026.
Fonte: InvestmentWorld.it
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