GAM: La relazione speciale tra Francia e Germania si può far risalire al tempo delle guerre napoleoniche ma ora, sull’emergenza energetica, si allargano le crepe nella diade diplomatica che è stata il motore dell’Europa.
A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR
Alle prese con la transizione energetica, il Vecchio Continente è nel mezzo anche di una transizione politica: la posta in gioco è alta, non solo la sicurezza energetica ma anche il modello di crescita e il rapporto con la Cina
Nella vigilia di Ognissanti 2022 non ci sono dolcetti per l’Europa. Alla porta bussa la paura della crisi del gas e ad aprire non c’è il coraggio. È vero, il clima ancora mite e il rallentamento dell’attività economica hanno fatto scendere i prezzi del gas del 65% dai massimi di agosto, i depositi sono pieni, eppure resta alta la paura che le riserve possano esaurirsi in breve tempo.
E nonostante la flessione restano alti anche i prezzi, 15 e 20 volte sopra il prezzo medio tra il 2015 e il 2020. Ma ci sono delle anomalie per le quali in Europa e nel Regno Unito il gas è più caro che altrove. Dalla pandemia a oggi l’aumento dei prezzi negli Stati Uniti è stato attorno al 400%, in Europa l’aumento è nell’intorno del 2000%.
Una delle ragioni, non l’unica, è la debolezza dell’Europa politica e, su tutto, lo sfilacciamento della “relazione speciale” tra Francia e Germania. Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato sull’Unione Europea firmato a Maastricht l’anno prima: la CEE finiva nei libri di storia, veniva istituita l’Unione Europea sui tre pilastri della Comunità Europea, della politica estera e della sicurezza comuni.
Tra gli ambiti della cooperazione il Trattato non includeva l’energia, ed è quasi una forma di contrappasso storico che proprio sulla politica energetica che si stiano allargando le crepe nella “special relation” tra Francia e Germania, La Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950 è considerata l’atto costitutivo dell’Unione Europea ma, sostanzialmente, fu un patto franco-tedesco che metteva in comune la produzione di carbone e acciaio, un patto che sanciva il cambiamento storico nelle relazioni tra due paesi che nel corso dei secoli si erano reciprocamente percepiti come “nemici naturali” e che si sono a lungo contesi i confini dell’Alsazia-Lorena. Scavando nelle pieghe della Storia, le prime tracce della relazione speciale tra Parigi e Berlino si possono far risalire al tempo delle guerre napoleoniche.
Thomas Nipperdey è forse il primo storico tedesco a mettere in evidenzia il paradosso dell’attrazione dei popoli tedeschi verso l’arcinemico Napoleone Bonaparte. Non si trattò solo della fascinazione verso lo spirito rivoluzionario avvertita da Beethoven e da tanti altri contemporanei, fu soprattutto l’attrazione per il modello di stato unitario.
“In principio fu Napoleone” scrive Nipperday nella prima riga della sua monumentale storia della Germania moderna. La Francia unitaria suscitava sentimenti di invidia e desiderio di emulazione, la volontà di superare la frammentazione dei piccoli stati e dare anche alla Germania un moderno assetto unitario.
Da allora, lungo le due sponde del Reno, si sono verificate continue “contaminazioni storiche, economiche e culturali”, un interscambio che ha caratteristiche uniche rispetto alle relazioni con gli altri paesi del Vecchio Continente.
Fino a pochi anni fa, la diade diplomatica tra Parigi e Berlino si proiettava sull’avanzamento del progetto europeo di integrazione, nell’ultimo periodo il carburante della relazione speciale delle due potenze europee ha smesso di alimentare il motore dell’Europa politica, la “special relation” segnala cali di potenza almeno dal 2012.
All’inizio fu a motivo della debolezza dell’economia francese, lo squilibrio delle performance economiche accrebbe il peso della Germania e il governo di Angela Merkel si ritrovò controvoglia con la responsabilità della guida del processo di integrazione europea, un leader riluttante.
Il protrarsi della crisi del debito sovrano mise a nudo le differenze sostanziali nei modelli economici e nella visione dell’Europa. Per Berlino la disciplina ordoliberista nei conti pubblici era ed è tuttora la pre-condizione per l’unione politica, Parigi è invece più tiepida verso l’obiettivo della “ever closer union” e preferisce molto di più i trasferimenti fiscali da Bruxelles.
Ben prima dell’invasione russa in Ucraina, la Francia aveva posizioni fortemente critiche verso l’accondiscendenza tedesca con la Russia, il governo di Parigi ha sempre evidenziato i rischi dell’eccessiva dipendenza energetica dell’Europa e non ha mai nascosto la contrarietà al progetto del Nord Stream 2.
Poche settimane fa era evidente l’irritazione di Macron con il governo tedesco per il piano da duecento miliardi di euro a sostegno di imprese e famiglie e per la resistenza al tetto al prezzo del gas. Modelli e visioni inconciliabili che sembrano far battere in testa il motore dell’integrazione politica dell’Europa.
Dal Dopoguerra ad oggi le performance dell’economia tedesca hanno scalato la classifica dei paesi europei ma la Francia è sempre riuscita a compensare lo squilibrio economico con leadership politiche forti e autorevoli, Charles De Gaulle, Georges Pompidou, Valéry Giscard d’Estaing, François Mitterrand.
Le differenze sostanziali emersero all’indomani della caduta del Muro. Mitterand, che aveva combattuto contro i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, pretese l’immediata adozione dell’unione monetaria come contropartita alla riunificazione. L’argomento ufficiale, che nascondeva la diffidenza verso il ritorno ai confini del 1939 di una Germania economicamente egemone, era che la moneta unica avrebbe accelerato il processo di convergenza economica tra i paesi.
Su posizione opposta il governo di Berlino che, al contrario, vedeva l’unione monetaria come stadio finale, compimento del movimento di convergenza fiscale. Oggi la relazione speciale sembra entrata in una fase di transizione mentre si acuiscono le differenze. Il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner ha respinto la proposta di ricorrere allo strumento del debito comune per fronteggiare unitariamente il caro-bollette, come venne fatto con l’emergenza pandemica.
Una opposizione destinata ad alimentare nuove tensioni e l’accusa alla Germania di aver investito poco capitale politico nell’elaborazione di una risposta comune all’emergenza gas. La transizione energetica è un’operazione complessa che esige azioni fortemente coordinate tra i governi dei vari paesi, lo aveva detto chiaro alla Conferenza COP 26 a Glasgow Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra.
Nel suo nuovo ruolo di inviato speciale delle Nazioni Unite Carney aveva annunciato che il patrimonio totale delle società impegnate nell’obiettivo dello zero emissioni nette è attorno ai 130 trilioni di dollari ma sottolineò anche l’indispensabilità, e l’urgenza, che i governi facciano la loro parte elaborando politiche e norme chiare e coordinate.
Al momento sembrano lontani sia la chiarezza che il coordinamento, la guerra in Ucraina fornisce l’alibi che nasconde le responsabilità, gli errori e le lentezze commesse nel settore del gas e dell’elettricità negli anni passati.
“Possiamo sperare di abbandonare il petrolio e il gas abbastanza rapidamente, ma la transizione deve essere gestita” scrive Niall Gallagher di GAM Investments “dobbiamo riconoscere che l’80% della popolazione vive nei Paesi emergenti; la loro domanda crescerà man mano che il loro sviluppo economico si allineerà al nostro”.
L’altro problema della Germania, e di conseguenza dell’Europa, è il suo rapporto con la Cina. Pechino è il maggiore partner commerciale di Berlino e l’incontro tra pochi giorni tra Scholz e Xi Jinping, il primo di un leader occidentale dalla pandemia, ha già sollevato polemiche.
La scommessa persa con la Russia nel settore dell’energia sembra non aver insegnato nulla, argomentano i critici, è il momento di allentare, non rafforzare, i legami con i regimi autoritari. È invece importante ristabilire contatti frequenti con Xi Jinping, sostengono i favorevoli al viaggio per i quali lo scivolamento di Putin verso posizioni radicali è stato causato anche dal suo isolamento politico.
Probabilmente, la vera ragione della visita di Scholz è che la Germania non può fare a meno del mercato cinese. Il commercio rappresenta l’81% del Pil tedesco (dato al 2020, in calo dal 87,6% del 2019), la Germania è il terzo importatore ed esportatore mondiale, di gran lunga il maggiore esportatore di automobili.
Al di fuori dell’Unione Europea la Cina è uno dei maggiori partner della Germania il cui modello di crescita, scrive Jan Claas Behrends, poggiava sulla Russia per l’energia a basso costo, sugli Stati Uniti per la sicurezza, sulla Francia per la guida dell’Europa, sulla Cina per il sostegno alla sua manifattura. Ma “quel sistema è collassato” scrive lo storico.
La relazione con la Francia è incrinata, l’energia a basso costo è uscita dal modello e con la visita a Pechino Scholz cerca di conservare almeno la sponda economica, le grandi aziende tedesche hanno fatto investimenti ingenti, le correnti di scambio sia import che export sono tali da rendere sopportabili le critiche degli alleati. In altre parole, per la Germania la Cina è semplicemente vitale.
Le relazioni commerciali con la Cina possono però essere insidiose anche per i tedeschi: una condizione sempre più frequente posta dalle aziende cinesi per fare affari è il trasferimento di tecnologia e, una volta consolidati i flussi commerciali, il governo cinese li utilizza come strumento di coartazione politica, citofonare al governo e alle imprese della Lituania.
Un aspetto politico di cui dovrà tenere conto Scholz è il fatto che i trattati commerciali sono di competenza esclusiva della Commissione Europea e, scrive il Financial Times, questo aspetto dovrebbe indurre il cancelliere tedesco a ribadire che “l’uso della coercizione economica contro un Paese dell’UE sarà considerata come coercizione economica contro l’intero blocco di paesi”.
In ogni caso, il mercato cinese è troppo grande per essere ignorato dalle imprese e dagli investitori, è importante mantenere aperti i contatti e il confronto sulle questioni economiche e sui diritti umani.A distanza di un secolo dalle tensioni che furono all’origine della tragedia del Novecento il mondo sta svoltando una nuova ansa della Storia, parleremo di transizioni nella conferenza di GAM Italia martedì 8 novembre a Milano.
Con Niall Gallagher e Jian Shi Cortesi approfondiremo in particolare il punto di vista dell’investitore sull’Europa e sulla Cina, Mark Hawtin e Swetha Ramachandran presenteranno le opportunità offerte dalla transizione digitale e dall’evoluzione del settore dei consumi di alta gamma. “Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa” dice Kublai Kahn al Marco Polo di Italo Calvino. “Perché senza pietre non c’è arco”.
Quel ponte, spiega Marco Polo “non è sostenuto da questa o quella pietra ma dalla linea dell’arco che esse formano”. Martedì 8 novembre parleremo dell’arco dei grandi temi della transizione energetica, politica e digitale nei possibili scenari del 2023. Senza perdere di vista le singole pietre della diversificazione.
Fonte: AdvisorWorld.it
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