Stati Uniti: è di nuovo stallo sulla politica fiscale

Il Comitato per la riduzione del deficit non è riuscito a trovare un accordo per un piano di misure correttive per 1,5 trilioni di dollari sul periodo 2013-21. Se il Congresso non approverà un proprio piano di misure entro il 15 gennaio 2012, entreranno in vigore i tagli automatici previsti dal Budget Control Act per 1 trilione di dollari (al netto del costo degli interessi) fra il 2013 e il 2021. Gli interventi per rendere sostenibili le finanze federali sono rimandati a dopo le elezioni. ….


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Nel breve termine, il conflitto in Congresso mette a rischio l’estensione nel 2012 di misure di sostegno ciclico e l’approvazione delle leggi di spesa necessarie in assenza di un budget. Manteniamo la previsione di un accordo dell’ultimo minuto che mantenga la politica fiscale federale quasi neutrale nel 2012.

Il Comitato bipartisan per la riduzione del deficit ha annunciato di non essere riuscito a concordare misure correttive per 1,5 trilioni di dollari sul periodo 2013-21. La data di scadenza del mandato era il 23 novembre. In mancanza di misure correttive identificate dal Congresso e approvate entro il 15 gennaio 2012, entreranno in vigore a partire dal 2013 interventi restrittivi “automatici” pari a 1,2 trilioni di dollari (per i dettagli, v. sezione 2). Le implicazioni del fallimento dei negoziati riguardano due orizzonti:
– 2012: il blocco in Congresso rende ancora più difficile un accordo per estendere almeno alcune delle misure in scadenza a fine 2011. Senza estensioni la politica fiscale federale diventerebbe molto restrittiva (effetto sul PIL fra -1 e -2pp). Potrebbero esserci riduzioni di rating nel 2012, ma lo scenario più probabile è un outlook negativo per tutte le agenzie. Si potrebbe riproporre il dramma estivo del limite legale del debito.
– Medio termine: qui il mancato accordo non modifica in modo radicale la situazione. I veti incrociati su imposte e spesa programmatica sono comunque un ostacolo per qualsiasi piano di rientro credibile di medio termine. Si rimanda ancora la soluzione dei problemi strutturali della finanza pubblica federale, ma in parte era scontato che il controllo di deficit e debito potessero essere affrontati solo dal prossimo Congresso, dopo le elezioni 2012. I tagli automatici che entrano in vigore dal 2013 sono modesti rispetto alle necessità e andranno comunque rivisti perché una correzione di più del 50% del budget della difesa è impensabile.

1. L’obiettivo del Comitato era ridurre il deficit 2013-21: cosa succederà ora?

Il “super comitato” per la riduzione del deficit, istituito ad agosto per definire un piano di rientro del deficit nel prossimo decennio, non ha trovato l’accordo per ridurre il deficit di almeno 1,5 trilioni di dollari entro il 2021. Se non ci saranno interventi approvati dal Congresso entro il 15 gennaio 2012 per la riduzione del deficit, s’inizieranno ad apprestare le procedure del “piano B” previsto dal Budget Control Act (BCA) di agosto.

Il BCA prevede che in caso di fallimento dell’opzione “cooperativa” entrino in vigore tagli automatici a partire dal 2013 per 1,2 trilioni di dollari. La riduzione complessiva include il calo stimato del costo degli interessi, per 168 miliardi di dollari fra il 2013 e il 2021, determinato da minori emissioni di debito. I tagli automatici previsti sono suddivisi in parti uguali fra difesa e altre voci. Gran parte delle misure riguardano la spesa discrezionale, ma un sottoinsieme incide anche sulla spesa sanitaria del programma Medicare.

Secondo le stime del CBO, la correzione sulle spese al netto degli interessi sarà in totale pari a 1,06 trilioni di dollari; nel 2013 gli interventi saranno “solo” 68 miliardi, e cresceranno fino a raggiungere 148 miliardi nel 2021. Le stime sono solo indicative, perché i tagli effettivi verranno identificati operativamente dall’Office of Management and Budget. Da notare che i tagli sulla difesa sono complessivamente pari a 454 miliardi di dollari, da un livello di circa 700 miliardi oggi. Da solo, questo elemento indica che la procedura automatica verrà probabilmente.

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Si sta quindi materializzando quanto atteso: la soluzione dei problemi strutturali dei conti federali si troverà solo dopo le elezioni presidenziali. Il fallimento del super comitato ha ribadito quanto evidente dal 2010: l’incapacità di questo Congresso a trovare un compromesso fra i veti incrociati dei Repubblicani, contrari ad aumenti di entrate e Democratici, opposti a correzioni massicce della spesa sanitaria.

Il fallimento dei negoziati del comitato non dovrebbe implicare interventi sul rating degli Stati Uniti. S&P ha detto che il rating AA+ con outlook negativo verrebbe mantenuto in caso di mancato accordo; Moody’s ha affermato la medesima posizione sul proprio rating (AAA con outlook negativo). Fitch aveva detto in precedenza che un fallimento del comitato avrebbe comportato probabilmente un outlook negativo sul rating AAA attuale.

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Nelle settimane che hanno preceduto l’annuncio del super comitato, sia i Democratici sia i Repubblicani avevano definito dei piani di correzione del deficit decennale ben più ampi di quanto richiesto dal mandato del Budget Control Act e ci sarà nel 2012 un proseguimento del dibattito, bloccato però dalle posizioni intransigenti su tasse e spesa sanitaria: non vediamo una soluzione prima del 2013 per i trend di medio-lungo termine. Come abbiamo scritto in molte occasioni, quello che manca per l’attuazione di un piano credibile di rientro dei conti federali è essenzialmente la volontà politica di trovare un compromesso su linee ideologiche; per quanto riguarda le misure effettive, c’è un ricco menu da cui scegliere e ampi spazi di manovra .

Nel 2012, il tema dei massicci tagli alla spesa per la difesa diventerà centrale per la campagna elettorale. Per evitare un trend verso il basso insostenibile su questa voce, è possibile che l’anno prossimo vengano “limati” i meccanismi dei tagli automatici sulla quota del Pentagono. In questo caso, il lato positivo del fallimento del super-comitato, cioè l’attivazione di tagli per almeno 1 trilione di dollari, verrebbe meno e si potrebbe vedere nuova attività da parte delle agenzie di rating.

2. Rischi per il 2012
L’incapacità di trovare un accordo sul medio termine implica rischi per il breve termine, perché aumenta l’incertezza sulla stance di politica fiscale del 2012. Il mancato accordo in Congresso non ha effetti diretti sul 2012, ma conferma il blocco dell’attività sulla politica fiscale che potrebbe avere effetti significativi sul prossimo anno. E’ sempre più difficile prevedere se verranno estese almeno alcune delle misure in scadenza a fine 2011.

A fine 2011 verranno a scadere diverse misure straordinarie a sostegno del ciclo (taglio della payroll tax, estensione dei sussidi di disoccupazione, trasferimenti agli stati, fondi per infrastrutture) e altre che vengono regolarmente estese (stabilizzazione delle tariffe dei medici che lavorano per Medicare). Il mancato rinnovo di queste misure determinerebbe una forte restrizione fiscale nel prossimo anno. Un piano di controllo del deficit di medio termine avrebbe potuto essere un veicolo per attuare con modalità non conflittuale e rapida l’estensione di almeno una parte di queste misure.

Inoltre, l’anno fiscale è aperto ormai da due mesi e ancora non c’è un budget approvato: entro il 16 dicembre dovrà esserci un nuovo decreto di spesa per evitare rischi di chiusura degli uffici federali. Il tempo a disposizione è molto ridotto per garantire l’attività normale e per inserire qualche misura a sostegno del ciclo. E’ già prevista un’estensione dell’attività del Senato almeno fino alla vigilia di Natale, anche se per ora la Camera ha una data ufficiale di chiusura dell’attività indicata all’8 dicembre. La leadership democratica in Senato ha già segnalato che probabilmente a inizio dicembre ci sarà un voto sull’estensione del taglio della payroll tax (che pesa per circa 110 miliardi di dollari sul budget del 2012) in un decreto singolo. Per quanto riguarda tutte le altre misure, è probabile che vengano incluse o nel decreto che permette il finanziamento dei programmi in essere, pur in assenza di un budget per l’anno fiscale in corso (continuing resolution), oppure in un altro decreto di spesa.

I tempi per i conflitti e le schermaglie sono molto stretti. Da ottobre in poi, per far proseguire l’attività regolare del Governo in assenza di un budget, Camera e Senato avevano approvato un decreto che permette il finanziamento di un sottoinsieme di ministeri. Un secondo decreto è stato bloccato la settimana scorsa in Senato da ostruzionismo repubblicano. Nonostante l’opposizione repubblicana a nuove misure di spesa, è altamente probabile che entro fine anno vengano approvati i decreti che finanziano il Governo per l’attività regolare e che alcune misure straordinarie vengano finanziate (in particolare, payroll tax e tariffe medici, forse anche trasferimenti agli stati). Dubbi maggiori riguardano l’estensione dei sussidi di disoccupazione di emergenza, che rappresenta uno scoglio difficile da superare per una parte dei Repubblicani.

L’esperienza degli ultimi due anni insegna tuttavia che all’ultimo minuto l’estensione è sempre stata approvata. I disoccupati sono ancora 13,99 milioni, di cui il 42% è disoccupato da più di 27 settimane. I sussidi “regolari” finanziati dagli stati arrivano al massimo a 26 settimane.

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3. Conclusioni
Il “super comitato” per la riduzione del deficit ha fallito il mandato di trovare misure per 1,5 trilioni di dollari sul periodo 2013-21. Questa possibilità era contemplata dal Budget Control Act, che in questo caso prevede un sentiero di tagli automatici per 1,2 trilioni di dollari nel periodo 2013-21, suddivisi in parti uguali fra difesa e altre voci. Gran parte delle misure riguardano la spesa discrezionale, ma un sottoinsieme dovrebbe incidere anche sulla spesa sanitaria. Un piano di rientro credibile dovrà essere attuato dopo le elezioni presidenziali.

L’immutato conflitto fra Repubblicani e Democratici rende complesse le prossime settimane e incerto lo scenario di politica fiscale 2012, mantenendo possibile una riedizione dei drammi estivi per il finanziamento delle attività di Governo. Il Congresso dovrebbe agire entro fine dicembre per estendere misure di sostegno del ciclo in scadenza a fine anno. Pur in presenza di una retorica pesante, riteniamo che ancora una volta l’opportunità politica in un anno elettorale dovrebbe prevalere, portando a un probabile accordo su estensione del taglio della payroll tax e forse anche dei fondi di emergenza per i sussidi di disoccupazione. Lo scenario centrale è una politica fiscale federale solo modestamente restrittiva nel 2012: questa previsione tuttavia è soggetta ad ampi rischi legati al dibattito politico. Gli accordi, se ci saranno, verranno comunque trovati solo all’ultimo minuto, ampliando l’incertezza per famiglie e imprese e generando quindi un potenziale rallentamento della dinamica della domanda domestica a fine anno. Non si può ovviamente escludere un esito negativo, con una mancata estensione di tutte le misure in scadenza, con effetti restrittivi sul PIL di compresi fra -0,8 e -1,2pp. Questo comunque non è il nostro scenario centrale.


Fonte: Intesa San Paolo Spa


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I market mover della settimana

Nell’area euro, sono attesi i dati sulla produzione industriale in Italia, Francia e nell’intera Eurozona (che dovrebbero mostrare un rallentamento nel mese di marzo). Ma soprattutto alla fine della settimana è in calendario la lettura preliminare dei dati di contabilità nazionale del 1° trimestre: quasi ovunque si vedrà un rafforzamento del ciclo, particolarmente evidente in Germania e Francia, mentre la crescita del PIL dovrebbe attestarsi solo poco sopra lo zero in Italia e Spagna; ancora attanagliati dalla crisi resteranno i paesi minori della periferia.

La settimana è densa di market mover negli Stati Uniti. I dati sui prezzi di aprile confermeranno le forti pressioni verso l’alto sugli indici headline di CPI, PPI e prezzi all’import dovuti ai rincari delle materie prime. Le vendite al dettaglio sempre di aprile saranno in parte gonfiate da effetti prezzo. La fiducia delle famiglie dovrebbe riprendersi lievemente per il secondo mese consecutivo a maggio, dopo che a marzo era stato toccato un minimo da novembre del 2009.

Infine, la bilancia commerciale di aprile dovrebbe registrare un altro allargamento del deficit.

Martedì 10 maggio

Area euro

Francia. La produzione industriale è vista in rallentamento a 0,3% m/m a marzo (dopo lo 0,4% m/m di febbraio). L’output risulterebbe così in crescita di un robusto 2,1% t/t (dall’1% t/t di 3 mesi prima) e di 4,6% a/a (in lieve rallentamento da 5,6% a/a di febbraio). Le indagini congiunturali segnalano un prosieguo del trend di ripresa nei prossimi mesi.

Italia. La produzione industriale è vista ancora in aumento a marzo, stimiamo di almeno 0,7% m/m (la metà del ritmo di crescita visto a febbraio). Su base annua l’output (dopo il 2,3% a/a registrato a febbraio) rallenterebbe a 1,6% per effetto del minor numero di giorni lavorativi,ma, se corretto per quest’effetto, accelererebbe a 3,9% (massimo nell’anno). Sul trimestre pesa ancora la brusca contrazione di gennaio, che fa sì che per la media dei primi tre mesi dell’anno la produzione risulti in pratica stagnante; tuttavia, è in vista un forte recupero nel trimestre in corso.

Stati Uniti

I prezzi all’import ad aprile sono visti ancora in crescita ma in rallentamento rispetto a marzo, a +1,5% m/m da +2,7% m/m precedente. Ancora una volta l’aumento del prezzo del petrolio importato (stimiamo di +4,2% m/m) spiegherà gran parte dei prezzi all’import, che al netto di tale fattore crescerebbero della metà (0,7% m/m). Su base annua i prezzi all’import accelererebbero a 10,1% da 9,7% a/a. I prezzi all’export sono visti in rallentamento a 0,5% m/m (da 1,5% m/m precedente) e a 8,9% a/a (da 9,5% a/a di marzo).

Mercoledì 11 maggio

Stati Uniti

Il deficit della bilancia commerciale a marzo dovrebbe allargarsi a 47 miliardi di dollari, da 45,8 miliardi di febbraio, per via principalmente di un aumento dei prezzi all’import (+2,7% m/m) connesso ai rincari energetici (petrolio importato +10,5% m/m), a fronte di rialzi più moderati

dei prezzi alle esportazioni (+1,5% m/m).

Giovedì 12 maggio

Area euro

Francia. Ad aprile, i prezzi al consumo sono visti in crescita di 0,2% m/m (con qualche rischio verso l’alto), dopo lo 0,8% m/m di marzo (0,9% m/m armonizzato). L’inflazione dovrebbe rimanere al 2% a/a sulla misura nazionale, mentre potrebbe scendere di un decimo al 2,1% a/a sull’armonizzato. L’aumento dei prezzi sarebbe trainato ancora dai rincari di energia ed alimentari, mentre il CPI core potrebbe aumentare di appena un decimo nel mese e rimanere su livelli del tutto contenuti (appena sopra l’1%) su base annua.

La produzione industriale roduzione nell’area euro potrebbe essere aumentata di 0,2% m/m a marzo dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Sarebbe il sesto mese consecutivo di aumento. L’output

manterrebbe un buon ritmo di crescita nel trimestre, sia pur rallentando a 1,2% t/t da 1,9% t/t di fine 2010. Sull’anno la produzione rallenterebbe a 6% dopo il 7,5% del mese precedente. Le indagini congiunturali segnalano il mantenimento di una buona impostazione dell’output anche per i prossimi mesi.

Stati Uniti

Le vendite al dettaglio di aprile sono previste in aumento di 0,5% m/m, dopo lo 0,4% m/m di marzo. Sarebbe il decimo mese consecutivo di aumento. Al netto delle auto, le vendite potrebbero salire di 0,7% m/m dopo lo 0,8% m/m di marzo. I dati delle vendite settimanali sono misti, con indicazioni positive da Redbook (+1,3% m/m) e negative da ICSC (-0,8% m/m). In ogni caso, l’incremento delle vendite previsto per aprile sarà almeno in parte gonfiato dall’effetto-prezzo.

Il PPI ad aprile è visto in crescita di 0,8% m/m, dopo lo 0,7% m/m di marzo. Il PPI core dovrebbe aumentare di 0,3% m/m, come a marzo. L’energia continuerà a spiegare gran parte dei rincari, con un 2% atteso dopo il 2,6% di marzo. Il prezzo dei beni intermedi potrebbe continuare in un trend di rallentamento, a 1% m/m dopo l’1,5% m/m di marzo. Il prezzo delle materie prime è visto tornare a salire dopo il calo (-0,5% m/m) registrato a marzo.

Venerdì 13 maggio

Area euro

Le stime preliminari sulla crescita del PIL nel 1° trimestre 2011 dovrebbero mostrare quasi ovunque un rafforzamento del ciclo rispetto a fine 2010. La crescita più brillante dovrebbe essere messa a segno dalla Germania (nostra stima: +1% t/t; +4,4% a/a), spinta non solo dal recupero delle costruzioni dopo il crollo di fine 2010 legato alle condizioni meteo, ma anche da un “genuino” recupero per gli investimenti in macchinari e da un export sempre vivace. Anche la Francia dovrebbe esibire un ottimo ritmo di sviluppo (stimiamo un +0,8% t/t; +2% a/a), grazie a un’accelerazione degli investimenti delle imprese e a un’inversione dell’eccezionale impatto negativo delle scorte visto il trimestre precedente (e nonostante un probabile rallentamento dei consumi delle famiglie). Meno brillante il PIL in Italia e Spagna (stimiamo uno 0,2% t/t per entrambe, con qualche rischio al ribasso specie nel caso iberico).

Quasi pleonastico ricordare i rischi verso il basso sui paesi attanagliati da crisi strutturali (Grecia, Portogallo, Irlanda). In ogni caso, trainato dai paesi maggiori, il PIL area euro potrebbe salire di 0,7% t/t (dopo lo 0,3% t/t dei due trimestri precedenti), per un’accelerazione su base annua a 2,3% dal 2% di fine 2010.

Stati Uniti

Il CPI a marzo è atteso in aumento di 0,6% m/m, dopo lo 0,5% m/m di febbraio. Il CPI core dovrebbe registrare un incremento di appena un decimo come il mese precedente. L’inflazione annua salirebbe a 3,1% headline (da 2,7% di febbraio) e a 1,3% ex food and energy (da 1,2% precedente). Nel mese, l’energia dovrebbe vedere un’accelerazione a 4,6% m/m, spinta dal +7,6% m/m della benzina. I prezzi potrebbero scendere per il terzo mese consecutivo nell’abbigliamento; l’istruzione è vista mantenere una dinamica sostenuta (+0,4% m/m); gli affitti figurativi manterranno il ritmo di un decimo visto nei sei mesi precedenti.

La fiducia delle famiglie rilevata dall’Univ. of Michigan a maggio (preliminare) dovrebbe mostrare una (modesta) ripresa per il secondo mese consecutivo, a 70,2 da 69,8 di aprile (dopo il crollo di marzo a 67,5). Saranno molto importanti i dati sulle aspettative di inflazione, che hanno assunto crescente importanza nella retorica della Fed: ad aprile le aspettative a 1 anno erano rimaste al 4,6% (massimo da agosto 2008), quelle a 5 anni erano scese a 2,9% (da 3,2% di marzo che rappresentava un massimo anch’esso dall’agosto del 2008).


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