abrdn – Definire “storiche” le prossime elezioni turche del 14 maggio, compreso un probabile secondo turno di votazioni per la presidenza il 28 maggio, è potenzialmente corretto.
Commento di Kieran Curtis Head of Emerging Market Local Currency Debt, abrdn
Tuttavia, tutto dipende dal fatto che la coalizione di opposizione – il cosiddetto Tavolo dei Sei – riesca a porre fine al periodo di dominio politico di oltre due decenni del presidente Erdogan e del suo partito AKP. Al momento in cui scriviamo, tale esito non è ancora certo.
Una coalizione di opposizione disomogenea cerca di porre fine all’era Erdogan
Gli ultimi anni di governo del presidente Erdogan sono stati caratterizzati da un’elevata inflazione e da una massiccia svalutazione della moneta, il che ha certamente contribuito ad aumentare il sostegno all’opposizione. Tuttavia, dal punto di vista politico, sono state le controverse modifiche costituzionali di Erdogan, che hanno portato a un Parlamento più debole e a un maggiore accentramento dei poteri presidenziali, a spingere sei diversi partiti di opposizione a unire le forze nel tentativo di rimpiazzarlo. Il candidato presidenziale comune della coalizione di opposizione, Kemal Kılıçdaroğlu, è in stretto vantaggio nei sondaggi di opinione. Tuttavia, l’incertezza sull’affluenza alle urne, soprattutto nelle regioni colpite dal devastante terremoto di febbraio, rende il risultato davvero imprevedibile.
Anche l’elezione dei nuovi rappresentanti in Parlamento si preannuncia piuttosto combattuta. L’AKP di Erdogan e i partner della coalizione sembrano avere una probabilità marginalmente maggiore di superare la soglia dei 300 seggi per la maggioranza rispetto all’opposizione. Questo anche tenendo conto dei seggi previsti per la Sinistra Verde e per il principale partito della minoranza curda che, pur non essendo un membro formale dell’alleanza di opposizione, probabilmente voterà contro l’AKP in Parlamento.
Implicazioni di politica economica
Per l’economia turca, il risultato delle elezioni potrebbe rivelarsi cruciale: per anni, le politiche di Erdogan hanno favorito la crescita attraverso il credito a basso costo. In particolare, ciò è stato ottenuto attraverso interferenza politica nella gestione delle policy della Banca Centrale, nonché attraverso misure normative e fiscali volte ad aumentare artificialmente l’offerta di credito e a ridurne il costo. Sebbene tali politiche abbiano mantenuto i tassi di crescita del PIL turco più alti rispetto a quelli degli altri Paesi, ciò è avvenuto al prezzo di un’inflazione elevata e spesso in accelerazione, nonché di deficit delle partite correnti persistentemente alti.
I consistenti disavanzi delle partite correnti stanno da tempo esaurendo le riserve valutarie della Turchia. Tuttavia, è difficile ottenere una misura precisa di questo fenomeno, date le pratiche di gestione delle riserve e di rendicontazione della Banca Centrale Turca (CBRT). In primo luogo, tutte le riserve lorde sono prese in prestito dalle banche nazionali in vari modi. In secondo luogo, decine di miliardi di dollari di riserve non sono in realtà in dollari, ma in altre valute come lo yuan cinese, il riyal del Qatar e il won coreano, sotto forma di accordi bilaterali di swap. Questo potrebbe non rivelarsi così utile nel caso di una vera emergenza nella bilancia dei pagamenti. Non è un buon segno nemmeno il fatto che le riserve auree della CBRT siano scese da 52 a 46 miliardi di dollari ad aprile, un mese in cui il prezzo dell’oro in dollari era stabile.
Il Tavolo dei Sei dell’opposizione ha concordato una serie di riforme che mirano a ridurre rapidamente l’inflazione e a ricostruire le riserve di valuta estera. Se Kılıçdaroğlu vincesse, la CBRT avrebbe immediatamente una nuova gestione. I tassi di interesse aumenterebbero bruscamente, dall’attuale 8,5% al 30%-40%, o anche più. La CBRT smetterebbe anche di vendere riserve per difendere la lira turca (e forse inizierebbe anche a comprare valuta estera), il che significa che la lira probabilmente si indebolirebbe ulteriormente. Tutto ciò danneggerebbe l’economia nel breve periodo e potrebbe innescare una recessione.
Le sfide principali per l’opposizione in caso di vittoria
In caso di vittoria dell’opposizione e di un ritorno a politiche economiche più ortodosse, come previsto, la conseguente flessione economica a breve termine potrebbe rendere più difficile il mantenimento di una coalizione composta da convinzioni nettamente diverse. La speranza, tuttavia, è che una politica economica più ortodossa incoraggi gli investimenti stranieri e il rimpatrio dei capitali turchi fuggiti all’estero nell’ultimo decennio. Il settore privato turco è certamente dinamico e sarebbe in grado di guidare la ripresa da qualsiasi crisi.
Il Tavolo dei Sei ha anche concordato di attuare riforme costituzionali per far tornare la Turchia una democrazia parlamentare. Ciò richiederebbe una maggioranza di due terzi in parlamento e, in base ai sondaggi attuali, il sostegno dell’AKP. Non è impossibile che si riesca a raggiungere questo obiettivo, ma il probabile “scambio” sarebbe quello di nuove elezioni anticipate e in un momento che faccia comodo a Erdogan.
La sfida principale per Erdogan in caso di vittoria
Se Erdogan riuscisse a mantenere almeno la presidenza, le prospettive di politica economica sarebbero meno certe. La traiettoria delle riserve valutarie suggerisce che qualcosa deve cambiare in fretta, ma dal punto di vista politico l’impegno ad applicare tassi bassi e credito facile avrà dato i suoi frutti – quindi perché cambiare? Sono circolate voci sul possibile ritorno di uno degli ex top policymaker economici, Lütfi Elvan o Mehmet Şimşek, in caso di vittoria di Erdogan. Se ciò accadesse, sarebbe un segnale di cambiamento verso politiche economiche più ortodosse. Tuttavia, i precedenti di Erdogan per quanto riguarda il mantenimento della normalità non sono incoraggianti: Elvan è rimasto in carica solo 13 mesi come ministro delle Finanze nel 2020/2021, mentre la forza politica di Şimşek ha avuto un andamento altalenante durante il suo lungo mandato come ministro e non è stato in grado di attuare in modo coerente le politiche da lui promosse.
D’altro canto, Erdogan potrebbe anche mantenere politiche economiche non ortodosse, il che potrebbe essere molto problematico e portare ad alcune scelte sgradevoli. A tal proposito, vale la pena notare che tra il 2024 e il 2028 il governo turco dovrà pagare 13-15 miliardi di dollari all’anno in cedole e scadenze ai detentori di eurobond. Si tratta di circa la metà del deficit annuale delle partite correnti (dopo aver normalizzato il prezzo elevato delle importazioni di energia nel 2022 e l’attuale maggiore domanda di importazioni di oro). La Turchia è sempre stata disposta a pagare i suoi prestatori, ma se le riserve valutarie sono insufficienti e si profila una recessione grave, potrebbe diventare allettante chiedere agli obbligazionisti di “contribuire” alla ripresa.
Fonte: BONDWorld.it
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