Quaestio SGR: La costruzione di un portafoglio azionario globale in questa fase è legata alle prospettive dell’economia e alla possibile risposta delle banche centrali – Federal Reserve e BCE in primis – tramite le rispettive politiche monetarie:
A cura di Oscar Soppelsa – Portfolio Manager, Equity di Quaestio SGR
se il ciclo di rialzo dei tassi volge al termine, il quadro di medio-lungo periodo rimane ancora abbastanza eterogeneo con una parte degli operatori che crede in uno scenario di hard landing e un’altra pronta ad immaginare dinanzi a noi mesi caratterizzati da uno scenario di atterraggio morbido. Un elemento che si sta delineando in maniera evidente da inizio anno è una diminuzione delle correlazioni su scala globale rispetto a quanto registrato nel 2022, con particolare riferimento ai mercati azionari USA, europei ed emergenti. Una minore “sincronia” globale, ad onor del vero, non rappresenta un problema per gli investitori azionari perché porta con sé la possibilità di una maggiore diversificazione. Idealmente, infatti, un nuovo ciclo economico caratterizzato da un più marcato disaccoppiamento tra Stati Uniti ed Europa aumenterebbe le opportunità di diversificare il portafoglio.
È consolidata la consuetudine di osservare gli Stati Uniti come anticipatori di tendenze, in quanto le loro politiche monetarie e l’evoluzione economica tendono a precedere l’Europa di alcuni trimestri. In periodi di rallentamento o recessione economica, gli investitori tendono a privilegiare i business meno ciclici e a basso rischio, ovvero quelli con un costo del capitale inferiore, rappresentando questi una sorta di rifugio in tempi di incertezza. Questo fenomeno si riflette sui listini di Wall Street, dove si assiste a un incremento del peso del settore tecnologico e dei business a bassa rischiosità. Pertanto, la migrazione degli investimenti verso business anticiclici e a basso rischio può essere interpretata come un canarino nella miniera, un segnale precoce della tendenza che i mercati europei potrebbero seguire.
Le prospettive per i listini del Vecchio Continente sono per forza di cose più legate all’outlook economico globale. Partendo infatti dal presupposto che l’Europa ha retto sorprendentemente bene nel corso dell’ultimo anno, di certo non il più facile sia sul fronte monetario che geopolitico, una quota di azionario europeo in portafoglio potrebbe diventare poco interessante solo nel caso di uno specifico scenario di hard landing. Per quanto riguarda l’Italia, il punto di partenza è il rally del FTSE MIB che da inizio anno si attesta sul 10% circa, trainato principalmente da banche e ciclici. Questo significa che è un buon momento per uscire da tutto il listino italiano? Probabilmente no: sebbene mid e small cap possano comportare una maggiore volatilità, a queste valutazioni offrono nel contempo premi al rischio più elevati, il che potrebbe tradursi in rendimenti promettenti nel medio-lungo termine. Questo significa che, se un investitore è disposto a tollerare un grado superiore di rischio, l’inclusione nel portafoglio di mid e small cap italiane con fondamentali solidi può essere una strategia vantaggiosa. Non solo queste società tendono a offrire un rendimento atteso superiore, ma consentirebbero altresì di mantenere una diversificazione efficace rispetto alle tendenze globali del mercato. In sintesi, benché l’investimento in tali società comporti un rischio maggiore, l’aspettativa di un premio al rischio più alto rende quest’opzione allettante per coloro che sono in grado di tollerare una volatilità superiore.
Infine, guardando agli emergenti, il quadro è particolarmente variegato. In linea generale è opportuno notare come le economie dei Paesi emergenti siano legate a doppio filo all’andamento del dollaro USA: le banche centrali di molti Paesi emergenti vogliono attirare nelle proprie casse valute “core” (come ad esempio il dollaro o l’euro) ma, per farlo, devono mantenere tassi di interesse alti per rendere attraente il carry trade. Tuttavia, tassi alti a lungo rendono costosi gli investimenti e i consumi interni, rallentando di conseguenza la crescita; questa tendenza diventa ancora più marcata quando la crescita dei tassi di interesse USA rende il dollaro costoso e la detenzione di depositi in dollari fruttifera di interessi. In altre parole, può accadere che anche i migliori titoli dei Paesi emergenti possano essere zavorrati dalle politiche monetarie delle proprie banche centrali e dalla volatilità dei tassi di cambio. Più nello specifico, pensando ai principali mercati nazionali, riteniamo che l’India non corra rischi di natura geopolitica ma tratti già a livelli cari. Nonostante la Cina non sia ormai più classificabile come “Paese emergente”, per Pechino vale il discorso inverso: mercato di certo meno caro ma con un’incognita geopolitica più elevata; nei prossimi mesi, infatti, sarà necessario quantificare il grado di ingerenza del Governo cinese sul tessuto imprenditoriale del Paese.
Fonte: AdvisorWorld.it
Iscriviti alla Newsletter di Investment World.it



