Il decreto sulla prima tranche della cosiddetta spending review contiene non soltanto risparmi di spesa ma anche veri e propri “tagli”. ……
(a enti locali, sanità, ministeri e pubblico impiego) che si vanno ad aggiungere a quelli già decisi a più riprese da questo governo e dal precedente. Va accolto più che favorevolmente l’aver almeno posticipato l’aumento dell’IVA e, in generale, l’introduzione di tagli di spesa in sostituzione degli aumenti di imposte, così come l’aver avviato misure “strutturali” di taglio a enti e costi della PA; tuttavia, il successo dell’operazione dipenderà dal grado di implementazione dei provvedimenti. Una seconda tranche di spending review (derivante soprattutto dal taglio delle agevolazioni fiscali e dei trasferimenti alle imprese) è attesa reperire almeno gli altri 6,6 mld necessari ad annullare del tutto l’aumento IVA, ma l’operazione appare ad oggi piuttosto ambiziosa.
Dopo il Salva-Italia di dicembre, il decreto sulla (prima tranche della) cosiddetta spending review (“disposizioni urgenti per la razionalizzazione della spesa pubblica”), convertito in legge il 6 luglio, è il secondo atto legislativo del governo Monti che agisce in misura rilevante sui saldi di finanza pubblica. Il decreto reperisce risorse per oltre 4 miliardi nel 2012, oltre 10 miliardi nel 2013 e circa 11 miliardi nel 2013. Con tali risorse, oltre a finanziare le spese non coperte per il 2013, rende possibile il differimento e l’attenuazione del programmato aumento delle aliquote IVA.

L’impatto sui saldi di finanza pubblica è pressoché nullo visto che a fronte di tale taglio delle spese vi è una riduzione delle entrate all’incirca della stessa entità (2,7 mld quest’anno, 5,3 l’anno prossimo, 8,4 mld nel 2014).
In sostanza, i tagli alle spese vanno a compensare:
1) la proroga a luglio 2013 (da ottobre 2012 come inizialmente previsto) del rialzo di due punti delle aliquote IVA (ordinaria a ridotta); inoltre, a partire dal 1° gennaio 2014 tali aliquote, anziché salire ulteriormente di mezzo punto, scenderebbero di un punto percentuale (rispettivamente a 22% e 11%);
2) uno stanziamento da 1 miliardo all’anno nel biennio 2013-14 per le zone colpite dal terremoto, in aggiunta ai 500 milioni già stanziati sul 2012 con il decreto-legge n. 74 dello scorso 6 giugno (finanziati principalmente con aumento delle accise);
3) altre spese indifferibili per il biennio 2012-13; l’esigenza di coprire “spese indifferibili” (ad esempio il rifinanziamento delle missioni militari) emerge inesorabilmente in corsa ogni anno, ma le esigenze per il 2013 appaiono particolarmente elevate: 2,8 mld, tra i quali rientrano, oltre alle già citate missioni militari, il rifinanziamento del cosiddetto “fondo Letta” (istituito con la legge 33 del 2009 contenente misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi) per 700 milioni, la consueta destinazione di fondi (400 milioni) per sostenere il settore dell’autotrasporto merci, l’altrettanto “consueto” rifinanziamento (per la stessa cifra) del 5 per mille, una serie di misure per il diritto allo studio (103 milioni per garantire la gratuità dei libri di testo nella scuola media – per le primarie i libri di testo sono assicurati gratuitamente dai comuni; 10 milioni – la metà di quanto assegnato negli anni scorsi – alle università non statali; 90 milioni da ripartire tra le Regioni per la concessione di prestiti d’onore e l’erogazione di borse di studio); 72,8 milioni per la proroga del piano per le “strade sicure” da destinare al personale delle forze armate e di polizia. È inoltre previsto lo stanziamento a valere sul 2012 di 500 milioni per assicurare la prosecuzione degli interventi umanitari nei confronti dei cittadini del Nord Africa giunti “eccezionalmente” in Italia.
Viceversa, i “risparmi” di spesa provengono da:
1) in primo luogo, un ulteriore taglio dei trasferimenti agli enti locali, dopo quelli già decisi a più riprese tra il 2010 e il 2011. Il contributo da parte di Regioni, Province e Comuni è di 5,5 miliardi a regime (2,3 mld già da quest’anno). È importante ricordare che tali tagli vanno ad aggiungersi a quelli già significativi decisi in precedenza, ponendo dei dubbi circa l’obiettivo di ottenere risparmi di spesa “ad invarianza dei servizi ai cittadini”. Ad esempio, sul totale del 2013 i tagli dei trasferimenti agli enti locali che si sono “cumulati” attraverso le manovre dei governi Berlusconi e Monti sono pari a 19,4 mld, che su un totale di spesa attribuibile a Regioni, Province e Comuni pari nel 2011 a 236,1 mld significa quasi il 10% della spesa totale. Da notare che i risparmi imputati alle Province (1 miliardo a regime dal 2013) non contemplano la loro soppressione (la norma inserita nel decreto è considerata procedurale e quindi la relazione tecnica non ne include i relativi risparmi, che saranno quantificabili solo al completamento dell’iter previsto);
2)una riduzione della spesa (in farmaci e acquisti) nella sanità, che vale a regime (dal 2014) 2 miliardi (anche in questo caso i tagli si vanno ad aggiungere a quelli già decisi dalle manovre del governo precedente);
3)ulteriori tagli ai ministeri e alle dotazioni di alcuni fondi, riorganizzazione e taglio di enti e società pubbliche; tali misure entrano in vigore dal 2013 e sono attese fruttare poco più di un miliardo e mezzo all’anno;
4)procedure per ridurre le inefficienze negli acquisti di beni e servizi; questa è la parte più propriamente detta di spending review, che in realtà ha un peso relativamente ridotto sul totale della manovra (appena 615 milioni all’anno, a regime dal 2013);
5) ulteriore stretta sul pubblico impiego (le misure valgono meno di 400 milioni a regime solo dal 2014).
Sono inoltre previste misure per la valorizzazione del patrimonio pubblico e l’avvio del processo di accorpamento delle Province; peraltro, trattandosi solo dell’avvio di processi lunghi e “tortuosi”, prudenzialmente (e in maniera assolutamente condivisibile) il Governo non ha previsto effetti finanziari da tali misure.

In sintesi, l’aver almeno posticipato l’aumento dell’IVA e in generale l’introduzione di tagli di spesa in sostituzione degli aumenti di imposte, così come l’aver avviato misure “strutturali” di taglio a enti e costi della PA, sono tutte novità da accogliere con assoluto favore, anche se il successo dell’operazione dipenderà dalla rigorosa implementazione dei provvedimenti.
Due ulteriori considerazioni vanno fatte. Innanzitutto, ad oggi l’implementazione dei provvedimenti appare molto lenta. Secondo fonti di stampa (si veda Il Sole 24 Ore del 5 settembre), la percentuale di decreti attuativi adottati sul totale è piuttosto bassa per ciascuna delle 7 riforme decise dal Governo (si va da zero per la riforma del mercato del lavoro al 38% per il Salva-Italia); in particolare per quanto riguarda la spending review, risultano ad oggi approvati 3 provvedimenti su un totale di ben 105. Pur ipotizzando che nei mesi finali del suo mandato il Governo si concentri sull’implementazione delle misure, è lecito dunque nutrire qualche dubbio sull’efficacia piena dei provvedimenti, in particolare per la parte avente effetti sull’anno in corso; prudenzialmente, scegliamo di non includere nelle nostre previsioni di finanza pubblica i ricavi riguardanti dalle misure di contenimento della spesa per l’anno in corso.

In secondo luogo, il Governo appare impegnato a evitare anche il programmato aumento IVA previsto per luglio 2013 attraverso una seconda tranche di misure cosiddette di spending review.
Riteniamo sia di primaria importanza evitare l’aumento IVA, al fine di non inasprire ulteriormente la pressione fiscale, ma a tal scopo occorre reperire almeno 6,6 miliardi di euro. Il Governo ha lasciato intendere di voler agire attraverso tre leve: 1) la revisione delle agevolazioni fiscali e contributive, da cui potrebbero arrivare oltre due miliardi (ma prima il Parlamento deve approvare la legge-delega); 2) la riduzione dei trasferimenti alle imprese: in base al piano Giavazzi, si opererà su un plafond da 10 miliardi, ma verosimilmente si dovrebbe ottenere non più di due miliardi; 3) l’ulteriore riordino degli enti pubblici. Al momento ci sembra di poter dire che da queste sole tre leve difficilmente si otterranno i 6,6 miliardi richiesti.
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