Anche la locomotiva tedesca perde i colpi

Negli ultimi giorni sono usciti molti dati sull’economia tedesca decisamente poco consoni al ritmo cui la Germania ci ha abituato, pur a fronte della pesantissima crisi degli ultimi anni.…….

JC Investimenti


Dopo il tracollo del commercio internazionale e della produzione industriale del 2008 che ha coinvolto tutte le economie del pianeta infatti, Berlino era riuscita ad inanellare un recupero che mese dopo mese aveva permesso al paese di recuperare i livelli di produzione pre-crisi e di scendere ad un livello di disoccupazione addirittura inferiore a quello del 2008.


Se osserviamo infatti i grafici che qui sotto abbiamo allegato possiamo riscontrare la differenza considerevole tra il Pil tedesco e quello di tutte le altre economie alla fine dell’anno 2011: gli altri paesi infatti mediamente riescono a recuperare solo un frazione di quanto perso tre anni prima.

Fonte: J.P.Morgan.

Anche osservando l’andamento del tasso di disoccupazione nei diversi stati europei non possiamo che evidenziare che in Germania si verifica sostanzialmente una tendenza opposta a quella che si realizza in tutti gli altri paesi dell’Eurozona che dal 2008 ad oggi stanno sperimentando tassi crescenti di disoccupazione. In Germania invece oggi il dato è inferiore.

Fonte: Eurostat, elaborazione JC&Associati.


Veniamo ora ai recenti dati tedeschi pubblicati in questi giorni.


Sono dati di particolare rilevanza perché riguardano il “cuore” dell’economia tedesca: la sua produzione industriale e la sua capacità di esportare.

Partiamo dagli ordini all’industria, i cosiddetti factory orders, che hanno mostrato evidenti segnali di debolezza, ben al di là delle comunque prudenti attese degli economisti.


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Fonte: Haver Analytics

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Fonte: Haver Analytics


Come si evidenzia dai grafici che abbiamo allegato si nota che vi è un deciso calo degli ordini industriali in entrambi i casi ma quello di portata maggiore è imputabile al rallentamento dell’Eurozona, nei confronti della quale il paese subisce i maggiori contraccolpi in termini di domanda.


Riscontriamo questo legame anche verificando l’andamento delle esportazioni che hanno accusato una nuova contrazione durante il mese di settembre, dopo il rimbalzo fatto registrare ad agosto. Anche le importazioni segnalano un nuovo calo, evidenza di una domanda interna comunque molto contenuta: le importazioni a livello nominale risultano ora prossime ai minimi dell’anno, intorno ai 75 miliardi di euro.

Ma forse ciò che appare ancora più sintomatico delle difficoltà di Berlino è evidente nell’Indice PMI delle imprese manifatturiere che da mesi ormai rimane nettamente sotto la soglia dei 50 punti, linea di demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività economica. L’ultimo dato infatti si assesta a quota 46 e segna l’ottavo dato consecutivo sotto il valore di 50.


L’indice Pmi ha un’elevata correlazione con la produzione industriale come si vede dal grafico sottostante.


Spesso infatti ai dati di PMI di Markit poco brillanti seguono altrettanto poco brillanti dati di produzione, forniti dalla Bundesbank.


Fonte: Markit, Bundesbank


Seppur sia risalito dai minimi di 43 fatti registrare a luglio, sottolineiamo che il dato PMI di settembre a 46 segnala comunque una ulteriore contrazione, seppur meno severa di quella occorsa in estate.


Da qualche mese dunque anche la stessa Germania sta accusando pesanti ripercussioni sulla propria economia, come lo stesso governatore Draghi ha avuto modo di sottolineare nei giorni scorsi.


A questo punto dunque non è la sola periferia a soffrire della recessione economica in atto e per quanto competitiva sia la struttura industriale tedesca c`è da chiedersi come evolverà la situazione dei prossimi mesi, con le economie periferiche che stanno sempre più varando politiche di austerity e sono pertanto costrette a ridurre la domanda di beni.


C’è da ricordare che attualmente oltre la metà delle esportazioni tedesche si dirige verso gli stati cugini dell’Eurozona, ma in futuro il passo della locomotiva tedesca sarà destinato dunque a poggiare sempre di più sulle aree non-euro ( Brasile, Russia, India e Cina) per evitare un eccessivo rallentamento.

Fonte: JC Investimenti


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